giovedì 26 marzo 2020

COVID – 19. LE INCONGRUENZE ITALIANE



COVID-19 un virus fino ad ora sconosciuto si è impossessato del mondo globalizzato, dell’economia dei Paesi, delle persone, cancellando intere generazioni. Non risparmia nessuno ed in particolare quelle Nazioni che negli anni hanno intaccato l’efficienza della sanità, Paesi come l’Italia che negli ultimi 10 anni ha chiuso 175 Ospedali ed aperto 9282 Centri di accoglienza per immigrati.
Strana Patria questa Italia che sacrifica i nostri anziani per carenza di posti letto negli Ospedali, ma accoglie clandestini requisendo hotel e che gestita da improvvisatori della Politica presenta al mondo responsabili della cosa pubblica privi di cultura specifica e della necessaria esperienza. Indecisi nelle scelte, spesso contraddittori, poco inclini al confronto per giungere a conclusioni condivise.
 “Serva Italia, nave senza nocchiero, in un mare in tempesta, non donna di provincie, ma bordello” (Purgatorio, canto VI versi 76-78)”, amara riflessione di Dante sulla condizione politica dell’Italia dei suoi tempi, condizione che la nemesi storica ripropone in un momento in cui la Nazione è soggetta all’attacco di un nemico sconosciuto, subdolo ed invisibile, il COVID-19.
Una situazione nebulosa quella italiana che oggi si propone con un Presidente del Consiglio che prima annuncia i Decreti e poi li ufficializza e che dopo quasi due mesi dall’insorgere della pandemia si è finalmente deciso di “narrare” in Parlamento le sue decisioni. Lo stesso Presidente che il 31 gennaio 2020 aveva invece dichiarato lo Stato di emergenza per Coronavirus, fissandone una durata di 6 mesi. Un segnale, questo, che lascia pensare  che forse il Governo avesse intuito la gravità della situazione rimanendo però statico e senza compiere atti concreti fino a metà del marzo successivo.
Assoluta confusione in tutto. Quattro diverse autocertificazioni in due settimane, DCPM (Decreti del Presidente del Consiglio) complessi nei contenuti molte volte non sufficientemente chiari. Disposizioni dirette a tutta la popolazione spesso poco incline a rispettare regole, pronta a sostituire l’Inno di Mameli con “Bella Ciao” per poi tornare a cantarlo di nuovo quando assediata dal COVID -19.
Una classe dirigente che fin ad ora  non ha perso occasione di dissacrare le FA per poi ricorrere ai militari per vigilare strade e costruire Ospedali da Campo.
In questo mare in  tempesta emerge, però, l’etica innata nel DNA degli italiani. Medici ed infermieri che si prodigano nelle corsie senza risparmiarsi pur privi di adeguate protezioni. Personale mandato contro il nemico subdolo con un minimo indispensabile per la loro protezione individuale, alla stessa stregua dei soldati che furono impiegati senza adeguati equipaggiamenti in Teatri di guerra contaminati da Uranio Impoverito. Decisioni affrettate di chi ha la responsabilità di gestire e lo fa con la supponenza della carica ricoperta e non per conoscenza specifica e capacità organizzative.
Trentasette medici sono morti per Covid-19, un numero impressionante che evidenzia come un’epidemia da coronavirus non si controlla con gli ospedali ma con una tracciatura precisa attraverso test rapidi ed efficaci.
Una serie di eventi tragici che dovrebbe indurre a far eseguire i Test di positività anche senza sintomi, non solo a calciatori, politici e VIP ma anche e soprattutto ai sanitari chiamati ad operare sul campo, alle Forze dell’Ordine ed ai militari che operano sulle strade per garantire la sicurezza sanitaria di tutti.
E’ auspicabile, infine, che ai medici defunti sia riconosciuta la qualifica di Vittime del Dovere alla stessa stregua di altri servitori dello Stato caduti nell’adempimento delle loro mansioni.
Roma, 26 marzo 2020, ore 17,00   
Fernando Termentini

domenica 22 marzo 2020

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE MATTARELLA


LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Egregio Presidente,
sono un cittadino italiano che ha servito per 40 anni il Paese indossando l’uniforme di Ufficiale del Genio. L’ho fatto in Italia ed all’estero. In condizioni spesso critiche tanto che ho contratto una serie di infermità fisiche giudicate meritevoli della qualifica "Vittima del Dovere”. Ora sono in quiescenza come Generale di Brigata della Riserva .
Fatta questa doverosa premessa per presentarmi  entro nel merito. Sto vivendo come tutti gli italiani questa esperienza del COVID 19 e fino ad ora l’ho fatto in silenzio,  ma ora non posso più tacere e la rabbia ed il dolore hanno preso in me il sopravvento e mi spingono ad importunarLa per chiedere il Suo intervento come Capo dello Stato garante della Costituzione.
Siamo forse ad un punto senza ritorno. La Repubblica Ceca ha sequestrato un lotto di mascherine inviate all’Italia dalla Croce Rossa cinese, i Paesi europei chiudono le frontiere per difendersi dalla pandemia, il Presidente del Consiglio ci riempie di decreti talvolta contrastanti e non ne specifica i contenuti nemmeno in conferenza stampa notturna come avvenuto ieri sera. Il Parlamento è praticamente chiuso e la nostra democrazia è affidata solo al Governo che ne gestisce  i contenuti spesso senza un minimo di contraddittorio.
Potrei aggiungere mille altri particolari di vita quotidiana ma mi limito con l’auspicio che non si avveri quanto Platone aveva teorizzato: quando un popolo è abbandonato a se stesso e costretto ad autogovernasi è irrimediabilmente spinto nelle mani di un tiranno. E questo sta avvenendo in Italia dove i politici sono scomparsi ed il Parlamento è chiuso,  forse per difendersi dal contagio del Coronavirus, mentre sanitari, militari, autotrasportatori, operatori del commercio, Forze dell’Ordine e tanti altri rischiano la vita.
Siamo i detentori di eccellenze che tutti ci riconoscono, cultura, sanità, intraprendenza, ma non siamo degnamente rappresentati né in Patria né tantomeno all’estero. Per contro, il Premier nelle sue fugaci apparizioni televisive ci invita ad essere uniti ma i primi a non esserlo sono proprio i politici a cui sono affidate le sorti del Paese in un momento in cui, invece, ci sarebbe bisogno di coesione, quella vera, per il bene comune.
Ecco Signor Presidente forse è giunto il momento che Lei intervenga e garantisca agli italiani i diritti costituzioni ed assicuri loro il massimo rispetto all’estero. Faccia sentire la Sua Voce e scuota da questo letargo la politica che al momento coltiva solo gli interessi di parte e non  il bene degli italiani.
Non si esce da una pandemia solo con le medicine, ma anche e soprattutto con infusioni di fiducia che in questo momento  solo Lei può garantire,  a differenza di questi improvvisati gestori della “Res Publica” che hanno la presunzione di sapere, ma che poco conoscono.
Le chiedo scusa per il disturbo e spero che il mio appello sia accolto.
Con rispetto e deferenza
Gen.B. (ris) dott. Fernando Termentini

giovedì 2 marzo 2017

LA DOPPIA FACCIA DELLO STATO IGNORATA DAI MEDIA


Da mesi i media italiani ci sommergono in modo ossessivo dei problemi dei partiti politici, del Sindaco di Roma Raggi e di chiunque altro operi senza successo in politica.

Spazi diversi sono dedicati solo a qualche politico buonista che invita a non usare la parola zingaro ed ora anche quella di “clandestino” quando si parla dei migranti, minacciando sanzioni amministrative. Un impegno da “operetta” che sicuramente rende visibilità a coloro che ne disquisiscono ma non esalta lo sforzo di chi  si propone come tutore degli interessi dei cittadini.

Scelte editoriali che praticamente coinvolgono tutte le testate giornalistiche, tanto che portano a pensare che siano operative direttive ben precise collegate alla garanzia del finanziamento pubblico all'editoria. 

Nel silenzio dell’informazione passano normative a totale svantaggio dei cittadini senza che nessuno ne dia notizia o ne commenti i contenuti. Moltissimi di questi provvedimenti coinvolgono coloro che servono lo Stato in uniforme.  Polizia di Stato, Forze Armate, Vigili del Fuoco, ai quali vengono negati aumenti stipendiali promessi o adeguamenti delle condizioni di servizio mentre si è pronti,  ad osannare costoro a parole portandoli sul palcoscenico del Festival di San Remo in uno show che a mio modesto avviso ha avuto del grottesco.

Ora si sta lavorando, sempre nel silenzio più assoluto, anche alla revisione delle carriere dei militari. Vi sono impegnate quasi le stesse persone,  seppure con cariche diverse,  che a suo tempo decisero di passare dalla leva obbligatoria al volontariato con una serie di provvedimenti che non tenevano conto dell’aumento dei costi indotti da una trasformazione generalizzata e delle esigenze di operatività  e che a breve portò anche in ambito militare la figura del precariato (Volontari in spe e Volontari in ferma breve).

 Una ristrutturazione che dovrebbe rendere operativi i contenuti  del Libro Bianco della Difesa che non lasciano prevedere nulla di favorevole per il futuro di coloro che  sceglieranno di dedicare la propria vita alla difesa della Patria a garantire la sicurezza globale operando in zone di guerra. 

Oggi nulla è cambiato. Pur di adottare un provvedimento sicuramente non popolare ed offensivo nei confronti di coloro che in armi sono impegnati Fuori Area si è disquisito distinguendo zona di guerra da zona di operazioni. Tutto con lo scopo di eliminare un modesto beneficio stipendiale ai militari inviati in zone di conflitto per garantire la pace.

La norma è passata in silenzio perchè di fatto qualcuno ha deciso che dove i nostri militari sono impegnati in attività di mantenimento della Pace non possono essere considerate “aree di guerra”. Spontanea, quindi la domanda : se l'Afghanistan, l'Iraq o la Libia, la Nigeria, il Sudan ecc.  non sono zone di guerra come deve o può essere definito chi fugge da quei luoghi e cerca di entrare arbitrariamente in un altro  Paese?

Le decisioni di non concedere i benefici combattentistici e nello stesso tempo di non chiamare  clandestino da chi fugge da un'area sono passate sotto il silenzio dei media impegnati, invece,  a disquisire semanticamente  sul termine clandestino  senza evidenziare, però, che sul piano del diritto sostanziale eliminare i benefici combattentistici  conferma che “la maggior parte di coloro che arrivano nel nostro Paese sono migranti economici e non aventi diritto della protezione internazionale- Di fatto quindi CLANDESTINI”.

Il perché è presto detto.

I benefici combattentistici nel rispetto della Legge 1746/1962  venivano riconosciuti al personale militare che prestava servizio in zone di  intervento ONU e consistevano nel raddoppio - ai fini della determinazione dello stipendio  - del periodo trascorso in area di guerra. Ora. a distanza di 54 anni qualche illuminato - cresciuto dietro una scrivania -  si è inventato che i benefici sono anticostituzionali ed il Consiglio di Stato ha sancito che è improprio continuare a prevederli  in quanto si riferirebbero  solo al periodo bellico 1940 – 1945, dimenticando, però, che in quegli anni l'ONU ancora non esisteva essendo stato fondato il 24 ottobre 1945 e quindi non potevano esistere nemmeno zone di intervento per militari che operassero per conto dell'Organizzazione.

Si gioca quindi con la sottile differenza fra zona di guerra e zona di intervento. Ma se si interviene con FA ci sarà pure un motivo sicuramente dettato da una situazione di contingenza non delle migliori e tale da indurre il Ministero della Difesa a inviare truppe di stabilizzazione su mandato ONU.

Un TAR ha anche esasperato il concetto sentenziando che le aree dove vengono inviati i nostri militari non sono aree di guerra perché mancano le dichiarazioni di belligeranza anche se si riconosce che i militari operativi sul terreno corrono gli stessi rischi come se partecipassero ad una vera e propria azione di guerra.

Inoltre, se la concessione dei benefici di guerra è anticostituzionale, tanto più lo sarà la Legge 145 del 24 luglio 2016 che regola le disposizioni sulla partecipazione  delle Forze Armate italiane alle missioni internazionali che, peraltro, all'articolo 9 prevede lo “stato di prigionia” palese condizione dettata da una confronto armato.

Il tutto giustificato, a prescindere dai sofismi legali, dal fatto che se venissero mantenuti i benefici combattentistici lo Stato dovrebbe affrontare costi assolutamente insostenibili.

Prendiamone atto. Chiediamoci però perchè, con il solito approccio buonista,  si proscrive  il termine clandestino riferito alla maggior parte dei migranti che approdano sulle nostre coste ma che, stante le conclusioni a cui è giunto il legislatore, non fuggono da zone di guerra e quindi non hanno diritto del soccorso internazionale.

Garantiamo 35 Euro a migrante, 80 Euro a pioggia e 500 Euro per i diciottenni, ma non disponiamo di pochi spiccioli a favore di chi si impegna a partecipare a missioni finalizzate a garantire la sicurezza internazionale.

Non è quindi uno scandalo chiamare clandestini i migranti che non provengono da aree i conflitto,  è scandaloso invece, giocando sulle parole,  cancellare modesti benefici a chi ha scelto di difendere la Patria, un'offesa inaccettabile per chiunque abbia dedicato la sua vita  allo Stato.

            Per questo noi seguiteremo ad usare il termine “CLANDESTINI”



Fernando Termentini – 2 marzo  2017, ore 11,00

domenica 7 agosto 2016

L’atto terroristico, azione demenziale o evento organizzato?

Ormai, non  passa giorno senza che non si abbia notizia di atti eversivi che si verificano in varie parti del mondo. Eventi cruenti con morti, feriti e distruzioni, compiuti anche da soggetti isolati che il più delle volte vengono affrettatamente definiti come persone affette da disturbi mentali indotti da disagio sociale.

Semplificazioni quasi sempre destinate ad  essere smentite dai fatti e dalla storia dei personaggi convolti. Chi ferisce passanti con un machete, chi si lancia a folle velocità su pedoni inermi, chi si fa esplodere in mezzo alla gente, sicuramente è un personaggio la cui struttura mentale è “terreno fertile” per accogliere indottrinamenti estremi, ma non rappresenta la condizione sostanziale perché l’individuo diventi un operatore del terrorismo.

Il terrorista, infatti, per garantire il successo della propria azione deve possedere lucidità mentale, concentrazione e preparazione, caratteristiche sicuramente non proprie di soggetti con problemi mentali.

Definire, quindi, costoro “pazzi” è un grave errore di valutazione, destinato ad amplificare il vantaggio che caratterizza qualsiasi azione terroristica, primo fra tutti l’effetto sorpresa. Piuttosto, per affrontare qualsiasi evento eversivo con concretezza e prepararsi a ridurre la probabilità di una sua ripetizione, è necessario dare una risposta immediata e concreta che derivi da attente analisi escludendo qualsiasi semplificazione dovuta a giudizi affrettati. Il tutto cercando di non turbare il regolare svolgimento della vita sociale per non favorire lo scopo principale che i ogni terrorista si prefigge, creare panico ed incertezza fra la gente.

Poche, semplici predisposizioni anche temporanee, ma che escludano sempre la “demenza” come causa scatenante dall’evento terroristico, ma una serie di contromisure che lascino intendere al possibile avversario - sicuramente attento alle contro mosse del nemico - la determinazione e la capacità di prevenzione e repressione. Nello stesso tempo adeguare e testare ogni possibile tecnica e tattica attendista, ma fronteggiare le posizioni ostili con una vera e propria pianificazione di contingenza che consenta di prevenire e, all’emergenza, di reagire il più efficacemente possibile.

Uno degli atti di contrasto fondamentali è lo studio delle possibili azioni delle organizzazioni terroristiche. Deve essere sviluppato senza condizionamenti politici o diparte, coniugando la strategia difensiva con quella offensiva.

Una serie di iniziative complesse che devono partire da un’attenta e puntuale formazione degli Operatori che si occupano di sicurezza, sviluppate tenendo conto dei nuovi scenari internazionali e che coinvolgano anche la popolazione civile attivando un’ informazione mirata affidata ad esperti del settore che gestiscano semplici messaggi a livello spot televisivo, richiamandosi a modelli ormai consolidati come quelli israeliani.

Nel contempo, “studiare e monitorare” l’approccio terroristico immedesimandosi nelle scelte operative che un’organizzazione eversiva potrebbe  sviluppare, in particolare nella scelta degli obiettivi, simboli e persone che appartengono a determinate categorie sociali,     etniche, e religiose.

Quanto sta avvenendo in questi giorni dimostra, infatti, che le scelte terroristiche sono in continua mutuazione. Almeno per ora non attacchi kamikaze con esplosivi, ma persone armate di coltello che colpiscono apparentemente casualmente e non si sottraggono alla reazione dell’avversario.  E’ accaduto a Rouen, a Londra, in Germania ed ora in Belgio, sicuramente contro obiettivi non casuali. Un prete, una donna israeliana ed una degli Stati Uniti, un gruppo di turisti giapponesi e due poliziotte in servizio di vigilanza.

Azioni improvvise destinate a richiamare una copertura mediatica immediata, pronta a dare risaltò all’evento e, se del caso, ad amplificarne i contenuti esaltando l’atto terroristico.

A differenza del passato, quando le organizzazioni eversive  si richiamavano a  rivendicazioni politiche a carattere nazionale, oggi il terrorismo moderno rivendica qualcosa di globale per ottenere una riforma radicale della società che includa motivazioni di rigetto dell’ideologia colonialista, richiamandosi a “dogmi” di origine leninista per affermare la validità delle azioni rivoluzionare.

I terroristi, siano essi cellule di un nucleo eversivo o lupi solitari, non sono sicuramente dei pazzi nè tantomeno disadattati che agiscono sotto un impulso improvviso ed incontrollato. Bensì gente preparata a sabotare e distruggere, guidati da ferrei convincimenti  religiosi in cui domina la convinzione che l’avversario da colpire è un apostata o un miscredente e loro hanno il “mandato divino” di divulgare un credo che giustifichi l’uso della violenza in nome di una “guerra santa”.

In questo quadro di situazione, affermare che i network terroristici siano formati da disadattati mentali rappresenta una semplificazione inaccettabile e pericolosissima, in particolare se diventa vocabolario corrente dei media. Piuttosto sarebbe auspicabile disporre di una comunicazione che informi come costoro siano, invece,  gente preparata sul piano militare ed ideologico, convinti che l’avversario da colpire sia un miscredente da annientare.

Fernando Termentini

7 agosto 2016, ore 22,00

martedì 2 agosto 2016

Terrorismo, si continua a negare l’evidenza

In Occidente l'onda terroristica che ha caratterizzato il mese di luglio  immediatamente dopo i fatti di Dacca, al momento sembra esseri fermata anche se l'ISIS risponde alle parole di conciliazione della Chiesa Cattolica minacciando di distruggere i Crocefisso nel mondo.

Non altrettanto avviene nelle "aree geografiche calde" come l'Afghanistan, la Siria e l'Iraq dove gli attentati si susseguono giorno dopo giorno, quasi un segnale di “allerta”  per le cellule della Jihad sparse nel mondo. 

In Afghanistan il 23 luglio a Kabul in piazza Deh Mazang due attentati suicidi rivendicati dall'ISIS, con 80 morti ed i ferimento di 250 persone. Ancora, scontro a fuoco a Kot ed il 31 luglio l'esplosione di un camion bomba di fronte ad un albergo che ospita stranieri e militari della NATO.

In Iraq continua lo stillicidio degli attentati kamikaze. il 24 luglio un attentatore si è fatto  esplodere nei pressi di un ceck point a ridosso di un quartiere sciita a nord di Bagdad. Il 25 un 'autobomba è esplosa nei pressi di un altro posto di controllo.

In Mali il 21 luglio ci sono stati molti scontri a fuoco tra ribelli tuareg della CMA (Comitato dei Movimenti dell'Azawad) coalizione che riunisce molti  gruppi che rivendicano autonomie. 

Nonostante tutto questo  moltissime voci anche di spessore, quotidianamente si ostinano a negare l'evidenza. Se lo fanno per tranquillizzare le persone é un errore. Infatti, divulgare notizie tranquillizzanti in un momento di estrema incertezza induce una senso di “falsa sicurezza” e distoglie l’attenzione della popolazione verso un pericolo reale con cui é costretta a convivere. Israele insegna, invece, che i cittadini devono essere preparati e pronti a cogliere qualsiasi segnale che induca a sospettare che ci sia il pericolo di un attacco terroristico.

Altri si rifiutano di accettare la realtà per motivi politici, ma il risultato è sempre lo stesso e porta ad ignorare una situazione che, almeno per ora, dovrebbe entrare a far parte del nostro DNA.

Cercheremo, quindi di dimostrare questa evidenza ricorrendo ad un’analisi dei fatti non condizionata da preconcetti di natura socio / religiosa. Solo un'affermazione di base: lo Stato deve essere laico ed i rappresentanti di culto a qualsiasi livello e di qualsiasi credo religioso essi appartengano, siano devono esimersi dal negare ciò che invece é evidente e palesato dagli eventi.

Massimo rispetto per le Autorità religiose, civili ed istituzionali, ma quanto è accaduto ed continua ad avvenire in molte parti del mondo impone di mettere da parte i dogmi che portano a sconfessare l'evidenza dei fatti.

Se, invece. la negazione del pericolo terroristico deriva dal fatto che domenica 31 luglio venticinquemila mussulmani sui cinque milioni presenti in Italia, ha partecipato a funzioni religiose nelle nostre chiese, siamo di fronte ad un pragmatismo pericolosissimo degno di una cultura tradizionalista e demagogica, assolutamente pericolosa in questo momento. Alla stessa maniera affrettarsi a definire "psicopatici" gli attentatori come avvenuto in occasione degli ultimi atti eversivi distoglie l'attenzione da una realtà che si ripete da centinaia di anni. Uccisioni e vessazioni per opera di esponenti dell'Islam radicale impegnati a distruggere qualsiasi fede  religiosa diversa da quella mussulmana.  
Un target che i leader islamici hanno pianificato di raggiungere nel medio / lungo periodo ed a cui nel frattempo si avvicinano attraverso la strada del terrorismo per paralizzare con la paura tutto l'Occidente, destabilizzandolo anche attraverso l’immigrazione di massa.

I terroristi, infatti, sono veri e propri mujaheddin a cui è affidato un compito fondamentale, quello di indebolire la resistenza dell'avversario sul piano fisico e di indurre divisioni  su quello politico. Una pratica che da sempre caratterizza il mondo islamico attraverso la "taqiyya" (bugia, dissimulazione). Una pratica finalizzata a plagiare i non islamici (i miscredenti), attraverso messaggi mendaci, finalizzati a convincere dell’ assoluto pacifismo dell'Islam.
Un concetto quello della tagyya che è possibile trovare anche nel Corano (3.28), un versetto che nel nome di Allah allontana i musulmani dagli "infedeli" ed i cui contenuti si richiamano all'affermazione di machiavellica memoria "il fine giustifica i mezzi". Ossia "tu islamico puoi accettare un cristiano piuttosto che un buddista come amico" solo se costui può essere di aiuto per difendere l'Islam.

Altri versetti,  invece, inducono alla violenza contro i non islamici. (2-191) "Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate. Questa è la ricompensa per i miscredenti", (2.216) "Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite".

“Dogmi” che confermano l'evidenza del pericolo terroristico islamico, attualizzato da realtà incontrovertibili fra cui posiamo ricordare le principali. Erano mussulmani i Beltway Snipers, il tiratore di Fort Hood, gli attentatori del treno a  Madrid e coloro che hanno attaccato il al Night Club di Bali.

Ed ancora, erano mussulmani gli attentatori alla metropolitana di Londra, gli aggressori al Teatro di Mosca, coloro che hanno abbattuto il volo PAN-AM ed i kamikaze di Beirut, dell'Ambasciata USA in Libia e coloro che uccisero gli atleti israeliani in occasione delle Olimpiadi a Monaco di Baviera.

Erano anche islamici gli attentatori al  World Trade Center, gli aggressori a Mumbai in India come i dirottatori della nave da crociera Achille Lauro.

Per contro non esiste qualsiasi  problema di convivenza con i Buddisti che vivono con gli indù, con gli Indù che convivono con i cristiani e con gli ebrei piuttosto  che i cristiani che vivono con Shintos o gli Shintos che vivono con i confuciani, gli ebrei che vivono con Atei, gli atei che vivono con i buddisti.

Ci sono, invece, problemi di  convivenza fra musulmani e indù, buddisti cristiani, ebrei ed  Atei.

Realtà di intolleranza portate avanti in maniera cruenta da organizzazioni eversive islamiche come ISIS, Al-Qaeda, i Talebani: Hamas: Hezbollah, Boko Haram, Al-Nusra, Abu Sayyaf, Al-Badr, Fratelli musulmani: Lashkar-e-Taiba, Fronte per la Liberazione della Palestina, Ansaru, le Brigate Jemaah Islamiyah, le Brigate Abdullah Azzam Brigate, CAIR.

Un quadro di situazione che coniugato con i contenuti del Corano smentisce coloro che rinnegano l’evidenza del rischio terroristico e tutte le forme di intolleranza religiosa e culturale. Un rifiuto preconcetto che porta a non accettare, almeno sul piano probabilistico,  una realtà che intacca le condizioni di sicurezza della popolazione.

Peraltro i successi della coalizione internazionale contro l'ISIS in  Iraq ed in Siria ed ora anche in Libia, aumentano il rischio di possibili attentati terroristici "di reazione" in Europa e negli Stati Uniti. Lo stesso capo della FBI ha ammesso recentemente che è molto difficile fermarli od individuare le cellule specialmente se isolate.

Invece di negare,  sarebbe più opportuno impegnarsi a divulgare i consigli di Ely Karmon, uno dei maggiori esperti israeliani  di antiterrorismo. Karmon suggerisce di non ignorare o sottovalutare la minaccia ma di essere consapevoli che l'atto terroristico sia qualcosa che può avvenire in qualsiasi momento e coinvolgere tutti.

E’ quindi assolutamente opportuno non nascondere la testa sotto la sabbia, ma guardarsi intorno con vigile attenzione, segnalando qualsiasi particolare diverso dall’usuale che potrebbe indurre a pensare ad un atto terroristico.  

Fernando TERMENTINI
2 agosto 2016, ore 12,00


giovedì 28 luglio 2016

L’Europa sotto attacco terroristico



Per motivi personali è da circa un anno che non consegno al mio blog modeste analisi come, invece, avveniva in passato.

Le condizioni di questo forzato stop non sono sostanzialmente variate rispetto al passato, ma i fatti che stanno avvenendo, commentati da politici e da media in maniera non del tutto condivisibile, mi spingono a tornare sulla tastiera.  Lo faccio richiamandomi alla mia pregressa esperienza lavorativa che negli anni mi ha portato ad operare in aree islamiche ed insieme ad islamici. Cercherò quindi di stigmatizzare quelli che potremmo chiamare "i paletti" intorno a cui ruota la nuova forma di Jihad che sta coinvolgendo l'Europa e minaccia l’intero Occidente.

A partire dal 14 luglio u.s., infatti, a Nizza si è aperto un nuovo scenario. A differenza dei precedenti attentati che nel 2015 hanno coinvolto Francia e Belgio i nuclei eversivi che hanno compiuto gli attentati applicando vere e proprie tecniche militari di agguato sono stati sostituiti da "molecole terroristiche " appartenenti ad uno stesso network che fa riferimento al mondo islamico radicale ed in particolare all'ISIS. Atti eversivi apparentemente inventati dai singoli autori ma che, invece, potrebbero far parte di una pianificazione destinata ad essere attivata "step by step",   ricorrendo, per esempio, a segnali telematici precodificati e preconcertati. Semplici SMS o messaggi su WhatsApp alfanumerici che indicano tempi e luoghi da colpire.

Ipotesi non troppo fantasiose se si pensa che l’attentato a Rouen sia stato preparato da tempo e che i due terroristi abitavano a chilometri di distanza. Qualcuno deve pur averli convocati indicando tempi e luogo dove agire !

I fatti che stanno accadendo non consentono, quindi, di escludere nulla a priori. Non può, infatti, essere considerato casuale che gli atti terroristici concretizzati in Francia ed in Germania siano stati compiuti da persone caratterizzate da una “storia” pressoché eguale e che praticano la stessa religione, quella islamica.

Circostanze concomitanti che non possono essere ignorate e che è troppo semplicistico, come molti fanno, attribuirne l’origine a squilibri mentali e malessere sociale.

Una serie di attentati a macchia di leopardo. Prima del 14 luglio l'eccidio a Dacca, l'ultimo eseguito da più perone. Poi Nizza con 84 morti e 200 feriti, Dopo cinque giorni, in Germania, un giovane afgano - Muhammad Riyad di 19 anni, armato di un coltello e di un'ascia ferisce gravemente su un treno altri viaggiatori. Nello stesso giorno sempre in Germania a Stoccarda un profugo siriano uccide una donna e ferisce altre due persone. Quasi contemporaneamente in Francia un altro musulmani si  barrica  in un albergo ad Avignone e prende ostaggi. Sempre in Francia è sempre il 19 luglio in casa di un marocchino vengono trovati esplosivi e detonatori ed emerge che l'attentatore di Nizza era in collegamento con altri islamici che avevano abitato a Bari.

Tre giorni dopo l’attentato a Monaco di Baviera con 10 morti compreso l'attentatore. Il 25 luglio sempre in Germania ad Ansbach altro attentato con 1 morto e 10 feriti. Il Kamikaze, un altro profugo siriano, risulta che poco prima dell'attentato abbia fatto varie telefonate e lanciato in rete un video farneticante.

Dall'esame dei telefoni cellulari dei terroristi sono emersi collegamenti con persone vicine all'ISIS ed il Califfato stesso ha rivendicato, nei giorni a seguire, l'appartenenza di costoro alle proprie strutture di combattimento.

Ad oggi la spirale terroristica si ferma all'attentato di Rouen in Francia con l'uccisione di un prete sul sagrato di una Chiesa. Un evento gravissimo, il primo nella storia dell'Occidente. Un atto efferato compiuto da due islamici noti all'intelligence francese, uno dei quali in libertà provvisoria ed appartenente ad una famiglia francese della medio borghesia, come alcuni degli attentatori di Dacca.

Eventi apparentemente non collegati fra loro ed affrettatamente attribuiti da molti media alla instabilità mentale degli autori che autonomamente hanno scelto come "Paesi obiettivo" chi partecipa alle attività militari che la Coalizione internazionale sta conducendo contro l’ISIS .

Analisi semplicistiche che omettono, però,  di ricordare come l'impegno internazionale contro l'ISIS sia attualmente solo di “facciata” se confrontato con altri del passato. 20-25 raid aerei ogni giorno in un territori ampio come l'Italia a fronte dei 650 giornalieri effettuati in Kosovo arealmente ampio come il Lazio.

Valutazioni che unitamente alle molte che si richiamano a situazioni di disagio sociale dei giovani terroristi, sono pericolosissime per la sicurezza in quanto lasciano intendere che chi colpisce è un povero pazzo socialmente represso e non, piuttosto, un anello di una catena terroristica che non lascia nulla all’improvvisazione.

Gli attentatori, infatti, quasi certamente  non sono pazzi, non sono socialmente disadattati, ma praticano tutti lo stesso credo religioso, per cui è difficile distinguere se si tratti di esaltati o di mestieranti del terrorismo invasati ed impegnati a colpire le tradizioni storico culturali del cattolicesimo.

Gli eventi, comunque, stanno trasformando l’Europa in una nuova Israele, con la differenza che il Vecchio Continente non dispone della capacità ebraica in termini di Intelligence e di anti Terrorismo.

Nello stesso tempo ci si domanda come mai l’Italia al momento sia stata risparmiata dalla strategia terroristica. Probabilmente, perchè considerata la “Patria della Cristianità” ed un attentato a Roma piuttosto che a Torino o a Firenze provocherebbe forse un’immediata reazione di tutto il mondo cattolico.

In ogni caso, se veramente gli autori dei recenti fatti eversivi fossero tutti dei psicolabili, l’Europa dovrebbe essere ancora di più vigile in quanto altri soggetti affetti da patologie simili potrebbero rappresentare un fertile terreno su cui seminare odio e rancore ed essere soggetti facilmente manovrabili dal Califfato.

In questa ottica, dovrebbe essere gestita una Comunicazione più accorta evitando di essere ridondanti nel dare informazioni sui fatti accaduti, in particolare i media televisivi che ripropongono con ossessiva ripetitività le immagini più cruente degli atti terroristici, esaltando gli scopi che qualsiasi terrorista si prefigge: suscitare interesse ed incutere paura.

Infine, abbandonare il buonismo esasperato ed i messaggi solamente ottimistici, ma sensibilizzare i cittadini ad accettare anche limitazioni della propria libertà personale a favore di migliori condizioni di sicurezza.

Fernando Termentini

28 luglio 2016 – ore 14,00

lunedì 14 settembre 2015

I due Marò, i motivi di una Commissione di inchiesta


Dopo quanto è emerso dall’esame della documentazione indiana depositata preso il Tribunale di Amburgo il cui contenuto è stato ben spiegato dall’ing. Luigi Di Stefano da sempre convinto assertore dell’innocenza di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, la mancata nomina di una Commissione di inchiesta parlamentare non è più un’omissione. Piuttosto, evidenzia la negazione dello Stato di Diritto e l’affermazione di un regime inconciliabile con i moderni concetti di democrazia.

Da tempo l’Onorevole Edmondo Cirielli ha chiesto “l’istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul sequestro e detenzione illegale di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone”, ma il Parlamento non ha ancora deciso ! Evidente la volontà di soprassedere e prendere tempo come avvenuto per l’Arbitrato internazionale,  avviato con più di due anni di ritardo.

Una situazione di stallo non giustificabile che favorisce le ipotesi più svariate. Non ultime quelle da molti proposte  sull’esistenza di interessi politici, personali e di lobby da tutelare. Non impegnarsi, infatti, ad approfondire per ricercare la verità non può che avere uno scopo, evitare che emergano verità scomode o atti che inequivocabilmente dimostrino che nella gestione della vicenda ci siano state palesi violazioni della Costituzione.

Molti i punti oscuri che dovrebbero essere affrontati. Aspetti non chiari che riguardano l’operato degli organi istituzionali coinvolti. Tre Governi (Monti, Letta Renzi), quattro Ministri degli Affari Esteri (Monti, Bonino, Mogherini, Gentiloni), tre Ministri della Difesa (Di Paola, Mauro, Pinotti), tutti un po’ disattenti considerando quanto emerge dai documenti indiani depositati  presso il Tribunale di Amburgo. Una gestione istituzionale della vicenda che lascia sempre più perplessi con almeno dieci punti su cui incombe il silenzio assoluto e che, invece, meriterebbero la massima attenzione del Parlamento e forse anche della Procura della Repubblica perché sia fatta chiarezza sui misteri della più squallida vicenda della storia italiana. Proviamo a proporre questi dubbi.

1. A partire dalle dichiarazioni rese in Parlamento il 17 ottobre 2012 dall’allora Ministro della Difesa Di Paola sul coinvolgimento diretto della catena di Comando Militare nel concedere l’OK perché la Lexie rientrasse sul porto di Koci, è d’obbligo  accertare a che livello fu coinvolto il Comando della Squadra Navale (CINCINAV)  e chi partecipò al processo decisionale e se l’Armatore avvertì e con quale esito anche il Centro Operativo Interforze (COI).

2. Accertare se coloro che hanno gestito la vicenda sulla catena di Comando dei due Fucilieri di Marina in missione di antipirateria,  abbiano poi  ottenuto benefici e/o vantaggi - seppure meritati e coerenti con la progressione di carriera - in particolare per quanto attiene le loro successive posizioni in ambito Difesa, Amministrazione dello Stato o strutture private.

3. Alla luce di quanto riportato dall’esame autoptico indiano sul calibro dei proiettili che hanno ucciso i due poveri pescatori, aspetto già evidenziato il 3 novembre 2012 in varie analisi ma mai approfondito, discusso o valutato a livello Istituzionale. (http://fernandotermentini.blogspot.it/2012/11/linciucio-indiano.html), quali approfondimenti sono stati sviluppati dalla Difesa, in particolare dalla Marina Militare. Si parla di una relazione tecnico - balistica prodotta dall’Ammiraglio Piroli, peraltro segretata ma pubblicata da uno dei maggiori quotidiani nazionali. Nel documento si conclude che i due fucili che spararono il 15 febbraio 2012 non erano quelli assegnati a Latorre e Girone ma ad altri due Sottufficiali del Nucleo Militare di Protezione (NPM) della Lexie. Nessun cenno invece alla differenza di calibro fra i proiettili in dotazione alla MM e quelli estratti dai corpi dei morti durante l’esame autoptico. Conclusioni che lasciano perplessi anche perché non è chiaro come si sia proceduto a svolgere le prove di sparo trattandosi di prove che dovrebbero essere state svolte (maggio 2012 ?) quando ancora tutte le armi e munizionamento italiano del NPM erano stati sequestrati dall’India.

4. Chi e perché abbia  deciso di “donare” per il danno subito 150.000 Euro alle famiglie dei defunti ed altri 75.000 Euro al proprietario del peschereccio Sant Antony, senza richiedere prima all’India riscontri documentali certi sulle responsabilità degli eventi. Un atto che configura allo stato di quanto emerso dai documenti indiani depositati presso il Tribunale di Amburgo un danno erariale consistente ed un danno indiretto sulla posizione giuridica dei due militari raffigurando “un’ammissione indiretta  di responsabilità”.

5. Per quale motivo la Procura di Roma ha permesso che due indagati per omicidio volontario come risulta fossero  Massimiliano Latorre e Salvatore Girone nel marzo 2013 espatriassero anche se solo per obbedire ad una disposizione loro data lungo la linea gerarchi funzionale. Questo nonostante che cittadini italiani avessero formalizzato l’eventualità con uno specifico esposto depositato il 13 marzo di quell’anno.

6. Colui o coloro che hanno deciso il 22 marzo 2013 di riconsegnare in mano indiana i due militari, lo hanno fatto nel pieno rispetto della Costituzione ed il Codice Penale italiano o piuttosto hanno privilegiato scelte ancora da chiarire disattendendo quanto il nostro ordinamento giuridico e relative sentenze della Suprema Corte stabiliscono nello specifico.

7. Quali furono le “regole di ingaggio” concordate fra Italia ed India per una soluzione condivisa del caso, come ebbe a dichiarare l’allora Vice Ministro degli Esteri Lapo Pistelli (oggi all’ENI in incarico di prestigio) quando ci diceva   "…. Ora abbiamo rimesso la questione su un binario di certezza: scelta di una giurisdizione speciale, condivisa; regole da utilizzare in processo, condivise (con India ndr) …….All'indomani del giudizio, vi sarà un trattato tra le parti che permette comunque agli eventuali condannati di scontare la loro pena in Italia, nel paese di appartenenza”. Siamo costanti e attenti con le autorità indiane e io dico che i due ragazzi torneranno a casa". Una palese cessione di sovranità nazionale che andrebbe approfondita per capire fino a che punto sia coerente con gli obblighi costituzionali che regolano peculiari mansioni istituzionali.

8. Chi ha tratto vantaggi da una gestione semplicistica della vicenda come ci portano ad affermare i documenti arrivati da Amburgo, preferendo strumentalizzare ai fini politici e puranche personali la colpevolezza dei due Marò. Perché il Governo Monti li ha riconsegnati all’India rinunciando ad un arbitrato già deciso (http://www.esteri.it/mae/it/sala_stampa/archivionotizie/comunicati/2013/03/20130318_maro_comunicato_governo.html).

9. Per quale motivo la Procura di Roma non informa sulle decisioni prese 377 cittadini italiani che hanno depositato il 20 giugno 2014 un esposto sui fatti, come chiesto in conclusione dello stesso e come prevede il Codice di Procedura Penale.

10. Per quale motivo l’Avvocatura dello Stato che concorre alla difesa dei due militari,  nonostante sia stata informata dalla Difesa (aprile 2014)  dell’esistenza di un’analisi tecnica dell’ing. Luigi Di Stefano  dalla quale già emergevano inequivocabilmente certezze sulla incoerenza dei calibri dei proiettili estratti dai cadaveri e quelli in dotazione alle nostre FA, non ha contestato immediatamente all’India tali incongruenze pretendendo chiarimenti.  

Questi i punti salienti dell’intera vicenda che se esaminati attentamente potrebbero rivelare mille altre sfumature da approfondire. Tutto ciò impone l’istituzione di una Commissione Parlamentare che accerti se errori ci sono stati e se sussistono responsabilità casuali o attribuibili a colpa grave piuttosto che a dolo.

Non averlo fatto fino ad ora raffigura un ritardo non giustificabile, peraltro in contraddizione con l’abitudine consolidata nel nostro Parlamento, pronto a nominare Commissioni anche per fatti irrilevanti o per valutare problematiche altrimenti consolidate, come, ad esempio,  i problemi relativi all’Uranio Impoverito.
 
Attendere ancora a formalizzare la nomina di una Commissione dopo le notizie di questi giorni rappresenterebbe una dimostrazione di protervia politica inaccettabile. 

Fernando Termentini, 14 sett 2015 - ore 08,00

 

 

mercoledì 29 luglio 2015

Marò e l’Arbitrato internazionale


Dopo più di due anni di silenzio e di iniziative politiche e diplomatiche caratterizzate da un ossequio costante nei confronti di unIndia disattenta ed arrogante nel trattare la vicenda dei due Marò, improvvisamente si ritorna al passato con lavvio della procedura dellArbitrato internazionale pronta fin dall’11 marzo 2013, come annunciato il 18 dello stesso mese da un comunicato del Governo. Un atto fondamentale per dipanare lintricata matassa, preparato attraverso un’attenta azione diplomatica dell’allora Ministro Terzi, a cui, però non fu dato corso per decisione del Presidente del Consiglio del momento.

Ora si ritorna al passato ma con un notevole ritardo e dopo aver concesso allIndia ampi spazi di manovra sul piano giuridico. In primis lindennizzo alle famiglie dei due poveri pescatori indiani concesso con ampia risonanza mediatica dallallora Ministro della Difesa Di Paola seguito dalla presenza pressoché costante del rappresentante del Governo italiano dott. De Mistura e dellAmbasciatore Mancini nelle aule dei Tribunali indiani in occasione delle numerose udienze. Messaggi sicuramente interpretati dalla controparte indiana come ammissioni di responsabilità italiane e riconoscimento dell'azione giudiziaria di Delhi. Atti formali seguiti anche da importanti iniziative oggettive che si sono trascinate nei mesi senza risultato alcuno, come la secret diplomacy di boniniana memoria rimasta tale e, in questi ultimi mesi, da non meglio chiarite attività di intelligence, anche esse fallite miseramente.

Il tempo è trascorso inesorabilmente a vantaggio dell'India offrendo a Delhi lopportunità di rivendicare diritti inesistenti. Non in ultimo la recente dichiarazione del procuratore generale indiano P.S. Narshima che ha anticipato che nella prossima udienza del 10 agosto di fronte al Tribunale di Amburgo (Itlos) contesteremo al Tribunale dellItlos la sua stessa giurisdizione (titolarità a decidere ndr) perchè solo lIndia ha la giurisdizione di perseguire crimini avvenuti nel Paese e lIndia contesterà allItalia anche di non aver esperito tutte le procedure legali previste dalla legge indiana prima di invocare la giurisdizione dellItlos.
Affermazioni sicuramente pretestuose e parte di una strategia legale, però anche indotte dalle esitazioni italiane nel prendere posizioni decise, non in ultimo quella che a distanza di più di 10 giorni dalla formalizzazione della richiesta della custodia cautelare non risulta, , per quanto dato da sapere, che il Governo italiano abbia ancora nominato il proprio giudice che dovrà far parte della Corte giudicante.

La stampa italiana, per contro, dopo un torpore durato più di sei mesi ha dedicato ampi spazi alla decisione di attivare lArbitrato, esaltando lefficacia dellatto giuridico come unica iniziativa possibile per risolvere il problema. Agenzie riportano dichiarazioni istituzionali alle quali si accompagnano interventi di opinionisti ed accademici esperti di diritto internazionale che esprimono le più svariate posizioni a favore dellArbitrato, fino ad oggi, invece,  proposto da pochi come atto essenziale. Per citarne alcuni, l’Amb. Terzi la Professoressa del Vecchio docente alla Luiss ed esperta di diritto del mare e, molto modestamente, chi scrive.

I pareri sono molti ed anche scontati. Qualcuno esprime il timore che allItalia non vengano riconosciuti i requisiti per il rilascio delle misure cautelari in assenza di rischio imminente di danno irreparabile, dimenticando che il danno irreparabile c’è già stato con la malattia che ha colpito Latorre forse proprio per il ritardo nel ricorrere allArbitrato e che si potrebbe ripetere coinvolgendo Girone, ormai certamente stressato dalla lontananza dalla famiglia.
Opinionisti che attraverso le pagine dei maggiori quotidiani italiani dibattono  sulle diverse e possibili opzioni a cui potrebbe ricorrere il Tribunale di Amburgo, anche disquisendo su particolari che non è azzardato definire “certi”. Uno fra tutti, leventualità che Itlos accolga la richiesta cautelare italiana optando di trasferire Girone e Latorre in un Paese Terzo, anziché in Italia. Decisione non possibile ma coerente con quanto previsto dalla specifica normativa giuridica che ci dice come la custodia cautelare sia affidata ad uno Stato Terzo dellONU. Nella fattispecie sicuramente nè Italia nè tantomeno lIndia sono parti terze nella vicenda. A questa si aggiungono altre puntualizzazioni non del tutto condivisibili quando si legge Di Arbitrato si è a lungo parlato in passato. Se è stato avviato solo adesso, è forse perchè è adesso che possono verificarsi le circostanze perchè un processo che deve essere giuridico e politico nello stesso tempo, dia i suoi frutti.

Pareri di tutto rispetto ma palesemente orientati a giustificare i ritardi accumulati quasi fossero stati ineludibili per creare una cornice giuridica e politica favorevole allItalia che, però, non sembrerebbe tale considerando le dichiarazioni indiane. Si dimentica, invece, di chiarire che se si fosse ricorsi allarbitrato preparato l11 marzo del 2013 dallallora Ministro Terzi, lIndia avrebbe potuto disporre di più modesti ragioni oppositive.

Unattenta rilettura del comunicato del Governo del 18 marzo 2013 pubblicato sul sito della Farnesina, potrebbe aiutare a comprendere il perchè quello era il momento più favorevole per attivare la giustizia internazionale. Rileggendo il testo, infatti emerge …..La nostra richiesta alle Autorità indiane di avviare consultazioni ex art. 100 e art. 283 della Convenzione sul Diritto del Mare (UNCLOS) non ha sinora ricevuto riscontro. Tale percorso era stato indicato dalla stessa sentenza della Corte Suprema indiana del 18 gennaio..... . Diniego indiano abbiamo altresì registrato.........all’ulteriore nostra proposta di consultazioni tra esperti giuridici. Tale posizione da parte dell'India ha ........modificato lo scenario e i presupposti sulla base dei quali era stato rilasciato l'affidavit (l’impegno che i due Marò rientrassero in India ndr). Nelle mutate condizioni il rientro in India dei Fucilieri sarebbe stato in contrasto con le nostre norme costituzionali…… Per questi motivi, il Governo italiano è giunto alla determinazione, ............ di formalizzare l'11 marzo l’apertura di una controversia internazionale”.
Guardiamo comunque fiduciosi al futuro con la speranza che la strategia posta in essere dal baronetto inglese a cui sono state affidate le sorti dei due nostri militari dimostri che l’Italia è ben difesa.

Fernando Termentini, 29 luglio 2015 - ore 15,00

 

 

lunedì 27 luglio 2015

Le incongruità europee nella gestione dei migranti

L’Europa continua ad assistere silente al processo migratorio che dall’Africa porta sul Vecchio Continente centinaia di migliaia di disperati. Una minima parte fugge da guerre o regimi dittatoriali, altri lasciano l’Africa per motivi economici, altri ancora per tentare di ricongiungersi a famigliari che li hanno preceduti nel tempo.

Un flusso che va avanti da tempo e che coinvolge direttamente l’Italia, confine meridionale dell’Europa, impegnata prima con l’operazione Mare Nostrum ed ora sempre in prima linea seppure con il concorso di navi militari di Gran Bretagna, Germania, Islanda, Francia, Norvegia, Paesi Bassi, Spagna Portogallo, Lituania e Malta, autorizzate ad arrivare nelle le acque territoriali libiche nel quadro dell’operazione Triton voluta dalla UE. Circa 17 navi battenti diverse Bandiere che di fatto proiettano a ridosso della Libia la propria sovranità nazionale, per imbarcare profughi alla deriva nel Mediterraneo e sbarcarli poi nei porti italiani, delegando all’Italia la gestione dell’accoglienza secondo un’interpretazione estrema di quanto previsto dalla Convenzione europea “Dublino III”.  

Un Trattato considerato  “pietra miliare” nella costruzione del Sistema europeo comune di asilo e che si richiama a principi generali analoghi a quelli della vecchia Convenzione di Dublino del 1990 e di Dublino II. In particolare, ogni domanda di asilo deve essere esaminata da un solo Stato membro e la competenza per l'esame di una domanda di protezione internazionale ricade in primis sullo Stato che ha svolto il maggior ruolo in relazione all'ingresso e al soggiorno del richiedente nel territorio degli Stati membri, salvo eccezioni (COM 2008/820, 03.12.2008, pag. 3).

Sulla base di questi contenuti l’Italia,  “avamposto europeo di approdo dei migranti”,  deve gestire l’accoglienza, attivare le procedure di riconoscimento, quelle eventuali di rimpatrio, assolvendo compiti non facili delegati dall’Europa con un’interpretazione di Dublino che andrebbe rivista alla luce della realtà contingente in cui si articola Triton.

Infatti, un buon numero di profughi arriva sul territorio nazionale dopo essere transitato sulla tolda di navi militari di altri Stati, che secondo il Diritto internazionale e del mare sono a tutti gli effetti parte integrante della Nazione di appartenenza e costituiscono, nella fattispecie,  veri e propri “Centri di accoglienza” itineranti che nulla hanno a che fare con il territorio sovrano italiano.

Navi da guerra che mantengono la loro completa identità nazionale ed immunità (sovereign immunit) in alto mare,  durante il transito nelle acque territoriali o il soggiorno nelle acque interne di un altro Stato con esenzione da fermo, ispezione, tasse e applicazione di leggi straniere. In sintesi una completa immunità dalla giurisdizione di qualsiasi Stato diverso da quello di bandiera (UNCLOS 95 e 96), naviglio anche esentato dall’esporre la “Bandiera di cortesia” una volta che attracca in un porto di una Nazione ospitante.

Forze navali che in navigazione ricoprono un ruolo esclusivo e polivalente esercitando di fatto Diritto, Forza e Diplomazia, come espressione totale dello Stato di appartenenza sia come entità territoriale sia sotto il profilo giuridico. Veri e propri “pezzi” di territorio nazionale proiettati sul mare che come tali dovrebbero essere soggetti alle regole ed alle Convenzioni ratificate dagli Stati Membri dell’Unione Europea, prima fra tutte la Dublino III.

Ciò  premesso, non si comprende, quindi,  perché le navi militari di altre nazioni europee che concorrono all’operazione Triton non applicano “Dublino” una volta che hanno imbarcato i profughi salvati in mare. La Convenzione, infatti, stabilisce chiaramente l’obbligo della gestione dell’accoglienza legata alla sovranità territoriale estendendola anche alle aree di transito aeroportuale laddove all’articolo 15 Dublino III prevede “la volontà di chiedere la protezione internazionale è manifestata” (e non più “quando la domanda d'asilo è presentata”) nella zona internazionale di transito di un aeroporto di uno Stato membro, tale Stato è quello competente.

Un articolo della Convenzione che più di altri indica chiaramente come fra gli obiettivi principali di “Dublino III” sia quello di impedire ai richiedenti di asilo di presentare domande in più Stati membri dell’Unione (asylum shopping) e di diminuire il numero di richiedenti trasportati da uno Stato ad un altro, come invece avviene nel momento che una nave militare del Regno Unito, piuttosto che francese o tedesca, sbarca migranti in un porto italiano delegando all’Italia l’applicazione della Convenzione di Dublino.

Il naviglio coinvolto in Triton è in larga misura militare e quindi a tutti gli effetti espressione del territorio nazionale di appartenenza. Una volta imbarcati i profughi dovrebbe quindi gestirli come se gli stessi fossero sbarcati a Lampedusa piuttosto che a Malta o in Normandia.  

Non si comprende, quindi, il  perché non siano applicate le norme attuative della nuova direttiva europea sull’accoglienza del 26 giugno 2013 ed il relativo regolamento attuativo (604/2013), pilastri normativi del sistema europeo di ingresso, asilo e soggiorno di profughi ed espressione di procedure comuni valide in tutta la UE.

Non è chiaro, quindi, il motivo per cui l’Italia non può dirottare in Germania o in Francia migranti sbarcati in Sicilia, mentre una nave militare francese o tedesca può “scaricare”, invece,  sul territorio italiano migranti imbarcati sul proprio naviglio militare “svolgendo il ruolo dominante in relazione all'ingresso e al soggiorno di un richiedente nel territorio degli Stati membri”. Porzione di territorio europeo  che nel rispetto degli accordi di  Dublino, dovrebbe essere obbligato a dare protezione internazionale agli aventi diritto e nello stesso tempo a procedere al rimpatrio dei “migrati economici” e dei clandestini.

Forse la UE e l’Alto Rappresentante per la Politica estera europea Federiga Mogherini dovrebbero pretendere una più attenta applicazione dei trattati europei ed i mezzi di comunicazione nazionale dare più ampio risalto a queste incongruenze !

Fernando Termentini, 27 luglio 2015 - ore 12,00