martedì 2 febbraio 2010

I talebani al tavolo della pace in Afghanistan

I Talebani al tavolo della pace in Afghanistan

In Afghanistan dilaniato dalla guerra da anni e dove gli attentati terroristici sono ormai fatto quotidiano, cercare di raggiungere la pace ad ogni costo è imperativo e rappresenta un obbligo morale che deve coinvolgere chiunque sia deputato a gestire accordi pur di ottenere questo risultato. Il Presidente afgano Karzai recentemente ha esplicitato la sua intenzione di raggiungere questo obiettivo, anche prevedendo di chiamare “gli insorti” talebani al tavolo della pace. Un approccio significativo nella storia di quel Paese, ma che meriterebbe un’attenta valutazione prima di essere concretizzato. Il coinvolgimento allargato delle parti, infatti, avverrebbe in un momento in cui si assiste ad un’accelerazione ed evoluzione delle azioni terroristiche che hanno luogo nel centro di Kabul coordinate con veri e propri atti tattici e quasi sicuramente supportate dai Signori della Guerra e dai coltivatori del papavero da oppio e commercianti di eroina. L’appello di Hamid Karzai non sembra, peraltro, che sia stato ancora preso in considerazione dai leaders della rivolta talebana che non dimostrano un palese interesse per la pace né, tantomeno di volersi distinguere da Al Qaeda, prediligendo, invece, la guerra asimmetrica accelerare l’uscita delle forze NATO a totale vantaggio dell’antica aspirazione degli studenti talebani: la formazione di un futuro Stato islamico, sicuramente integralista piuttosto che moderato. Anche una parte importante del mondo islamico non risulta condividere il coinvolgimento politico degli insorti talebani che certamente non possono essere considerati avulsi dalla realtà di Al Qaeda. Lo stesso principe Saud al Faisal, Ministro degli esteri saudita, alcuni giorni orsono ha ribadito che il Proprio paese parlerà con i talebani solo dopo che costoro abbiano rescisso i legami con al Qaeda e con Osama Bin Laden. "L'Arabia Saudita non ha nessun legame con i talebani", ha detto. "Abbiamo tagliato le connessioni anni fa, quando hanno cominciato a dare asilo a Bin Laden, e non abbiamo mai rinnovato il nostro consenso". Chiamare, dunque, “gli insorti” al tavolo delle trattative senza porre precise condizioni e senza garantire che le stesse siano applicate potrebbe creare un precedente pericoloso in ambito internazionale ed anche “invogliare” in futuro forme di “ricatto terroristico” per guadagnare diritti politici altrimenti irraggiungibili. Il Diritto Internazionale bellico, infatti, prevede specifici vincoli normativi per il riconoscimento dei “legittimi combattenti” e quindi di possibili interlocutori per accordi di pace. Una validazione che è possibile solo se le milizie, corpi volontari e formazioni armate, sono inquadrate e soggette alla disciplina militare e caratterizzate da 4 requisiti: essere comandati da una persona responsabile per i suoi subordinati; portare un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza; trasportare le armi in maniera palese; condurre operazioni belliche in conformità alle leggi e nell’assoluto rispetto del Diritto Umanitario, in particolare per quanto attiene al coinvolgimento dei civili. In Afghanistan fino ad oggi nessuno di questi parametri può essere attribuito ai Talebani e legittimarli. L’unico distintivo mostrato è il volto coperto da sciarpe che non può garantire quanto previsto dalle Convenzioni che tutelano il combattente. Le più importanti azioni belliche da loro eseguite sono solo ripetuti atti di terrorismo con agguati che coinvolgono anche i civili. Non guerriglia armata, quindi, come espressione di un diritto politico e giuridico per contrastare qualsiasi atto ostile contro il proprio territorio, ma solo imboscate terroristiche con impiego di IED (Improvised Explosive Device). Azioni coordinate da un management operativo e politico di vertice in cui gli afgani hanno un ruolo di sottordine rispetto a sauditi, egiziani, giordani ed anche yemeniti e sudanesi che fanno parte della classe dirigente di Al Qaeda. Mercenari della lotta del terrore che nulla hanno a che fare con azioni di guerriglia sviluppate contro l’invasore come, invece, fecero i mujaheddin afgani contro i sovietici e tutti coloro che nel mondo sono stati impegnati negli anni in forme di insurrezione armata per liberare la propria Nazione. “Gli insorti” come li definisce Karzai, colpiscono, invece, indiscriminatamente e molto spesso scegliendo come target privilegiato proprio i civili. Atti di terrorismo e non di guerriglia ed i terroristi non possono appartenere alla democrazia ed arrogarsi il diritto di essere coinvolti in iniziative di pace per fondare uno Stato di diritto almeno fino a quando la loro azione continua a colpire la popolazione, gente inerme che si reca al mercato o in Moschea per la preghiera del venerdì. Gli ex Talebani, sicuramente in futuro potranno e dovranno essere chiamati a concorrere al processo di democratizzazione della società afgana, ma solo dopo che avranno consegnato la “pistola fumante” oggi ancora nascosta sotto l’abito. A premessa di tutto, quindi, dovrà essere pretesa una resa incondizionata degli insorti e dei loro affiliati che appartengono ai clan locali, da sempre dominanti nella storia dell’Afghanistan, primi fra tutti i commercianti di droga ed armi. Qualcosa di simile a quanto avvenuto, per esempio in Angola quando nel marzo del 2005 parte del management dell’UNITA (Unione Nazionale per l’Indipendenza dell’Angola, ) è stato chiamato a far parte delle Istituzioni dopo decenni di lotta armata contro il Governo Centrale di Luanda e solo dopo che era cessata ogni attività insurrezionale segnata dalla morte nel 2002 del capo indiscusso Savimbi. Un approccio semplicistico e pragmatico in Afghanistan potrebbe, invece, non favorire la sicurezza internazionale ma concedere ai Talebani possibili spazi di manovra per un’eventuale futura riorganizzazione militare. Una realtà già vissuta dopo che a gennaio del 2002, alla fine della guerra, le forze talebane scomparvero dal teatro di Operazioni per poi ricomparire di lì’ a qualche mese ricompattate e pronte allo scontro e quando nel 2003 in Iraq le forze della Guardia Repubblicana di Saddam Hussein si ritirarono senza combattere dalla scena operativa per poi ripresentarsi di lì a poco con significativi atti terroristici. Procedendo in questa direzione la pace se raggiunta non potrà che essere solo formale e vacillante, minacciata in qualsiasi momento da chi da sempre gestisce le sorti dell’Afghanistan legato e connivente con il potere delle Aree Tribali pakistane e con la corruzione all’interno del Paese. Una situazione di equilibrio instabile per la sicurezza globale e che potrebbe favorire l’accelerazione di forme di “terrorismo bianco”, in parte già avviato attraverso il macroscopico incremento del commercio capillare di sostanze stupefacenti dirette ai mercati clandestini dell’ Occidente.
1 febbraio 2010

2 commenti:

Carmine da Roma ha detto...

Desidero compolimenarmi vivamente con Fernando Termentini per le lucidissime ed esaurienti considerazioni che condivido pienamente. Carmine Fiore.

Mauro ha detto...

La lucidità nella spiegazione di cosa veramente accade nel mondo del terrorismo, non si evince nei tradizionali messaggi dei mass media preposti ad "illuminare" il comune cittadino del mondo, spesso sorpreso ed inconsapevole testimone o vittima di atti che hanno fini ed obiettivi precisi ai più ignoti,qui , invece si fa un poco di chiarezza.E non è poco.