mercoledì 16 febbraio 2011

La protesta islamica non si ferma

La protesta islamica dei sunniti partita dal Magreb sta avendo il previsto effetto domino e sta coinvolgendo anche le popolazioni sciite. In Bahrein due morti durante la repressione delle manifestazioni. Nella Capitale, Manama, migliaia di sciiti hanno partecipato ai funerali mostrando il proprio dissenso con cortei in cui sono state protagoniste le donne vestite con lo “chador”, usanza ereditata dalla rivoluzione iraniana del 1978 e che rappresenta il segno esteriore del rifiuto verso l’Occidente. In Barein gli sciiti chiedono una riforma della costituzione che garantisca loro una rappresentanza in un Paese governato da due secoli e mezzo dalla dinastia sunnita dei Khalifa. Nello Yemen è il quarto giorno di proteste contro il governo, organizzate dalla classe colta del Paese, avvocati e studenti che a Sanaa chiedono le dimissioni del presidente Ali Abdallah Saleh, al potere da 32 anni. Dall’India giungono notizie di malcontento fra le minoranze islamiche. In Libia la protesta sta montando. A Bengasi nella notte molte persone sono rimaste ferite negli scontri fra manifestanti e polizia che fronteggiava una folla definita di “sabotatori”, scesa in piazza gridando slogan come “Libia libera” e “Gheddafi fuori” (ANSA). Gheddafi sta cercando di controllare la protesta cercando di soddisfare le richieste più pressanti come il rilascio di un centinaio di detenuti islamici rinchiusi nel carcere di Abu Salim di Tripoli, appartenenti al Gruppo Combattente Islamico considerato fuori legge. La situazione, giorno dopo giorno, sta evolvendo in senso negativo e valutazioni comuni a molti analisti portano a prevedere un’elevata percentuale di rischio per lo Yemen seguito dalla Libia e dall’Algeria fino ad arrivare a coinvolgere anche gli Emirati Arabi. A fattor comune delle manifestazioni già iniziate e destinate ad estendersi c’è la rivendicazione dei diritti civili e sociali per l’abrogazione delle leggi di emergenza, l’applicazione dell’equità sociale e perché sia garantito al popolo di poter partecipare democraticamente alla vita del Paese. Richieste esaltate dalla disoccupazione e dal malcontento delle generazioni più giovani che non vedono il futuro adeguato alle loro aspettative e che ben presto potrebbero coinvolgere anche altre importanti realtà islamiche come l’Iraq, il Libano e la Siria dove la protesta potrebbe avere inizio proprio dalle minoranze sciite. Dopo il muro di Berlino sta crollando un’altra barriera, il “muro della paura” che per anni ha contraddistinto l’estremismo di molti Paesi islamici. Un effetto contagioso che a breve potrebbe estendersi addirittura all’Iran dove a Teheran si sono avute le prime avvisaglie prontamente contrastate con violenza dal regime. Il Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, infatti, dopo aver manifestato la propria approvazione per quanto avveniva in Tunisia ed in Egitto definendolo come “rivoluzioni islamiche”, ha dovuto prontamente difendersi dall’onda anomala che provenendo da ovest poteva coinvolgere gli appartenenti al “Movimento Verde” già protagonista nei tumulti del 2009. Moti di ribellione che ben presto potrebbero estendersi anche alle realtà islamiche dell’Africa Centrale e dell’estremo Oriente. Di fronte a queste evidenze si rimane perplessi per l’atteggiamento europeo e statunitense. L’Europa non dimostra di voler aiutare le popolazioni coinvolte dai vuoti di potere che si sono creati nella regione rivierasca del Mediterraneo, dimenticando che storicamente il suo destino è legato a quello del “Mare Nostrum”. Obama, Premio Nobel per la Pace, induce una serie di interrogativi. Organi di stampa riferiscono, infatti, che il Presidente americano sembra voler stanziare 30 milioni di dollari a favore delle minoranze che intendono manifestare il proprio dissenso verso regimi dittatoriali e pubblicamente ha manifestato la speranza che, imitando il modello egiziano gli iraniani “abbiano il coraggio di continuare a protestare”. L’inerzia europea ed il pragmatismo politico di Obama potrebbero rappresentare un rischio per la sicurezza mondiale alimentando i focolai locali a totale vantaggio delle organizzazioni estremistiche come Al Qaeda, che, sicuramente, ha già inserito proprie cellule fra i dimostranti e fra i flussi di profughi che tentano di varcare il Mediterraneo per raggiungere l’Occidente.
16 febbraio 2011 - ore 13.00

3 commenti:

stefanout ha detto...

Oltre a condividere le preoccupazioni per l'assordante silenzio europeo in termini di iniziative propositive, ed il presentimento di una delusione delle aspettative (forze troppe) nei confronti della presidenza Obama, desideravo chiedere un opinone circa il peso della Cina nella regione nell'immediato futuro. Uno dei maggiori punti di forza del gigante asiatico, sempre più assetato di risorse, nei rapporti vincenti con i paesi africani è tuttora rappresentato dalla "poca attenzione" alle tematiche democratiche, bandiere degli eventi discussi lodevolmente in questa sede. Alla luce di un auspicabile "people empowerment" è prevedibile una gestione diversa, da parte di classi politiche rinnovate delle risorse energetiche dei paesi dell'arco di crisi? e come si ripercuoterà sulla presenza cinese nella regione? il forte peso economico cinese ed i legami con regimi oggi traballanti potrebbero influenzare la transizione, magari rallentandola, per non mettere a rischio anni di fruttuosi investimenti? oppure il gatto,indipendentemente dal colore, continuerà ad acchiappare topi e cadrà come sempre in piedi?
grazie
stefano

stefanout ha detto...

ooops *(forse troppe)

FERNANDO TERMENTINI ha detto...

La Cina sicuramente in questo momento sta alla finestra pronta ad entrare prepotentemente come ha fatto in passato in Afghanistan , in tutti i Balcani, in Libia ed in Egitto. Probabilmente però i cinesi non sono disposti a mettere a rischio gli investimenti fatti per cui potrebbero gestire la transizione con approccio diverso da Paese a Paese.