domenica 28 ottobre 2012

Il Diritto Internazionale non può essere interpretato

Ormai tutti conosciamo la triste vicenda che coinvolge da otto mesi i nostri Fucilieri di Marina del reggimento S.Marco. Varie le opinioni che vengono di volta espresse sulla vicenda, alcune estreme e non sempre condivisibili, comunque opinioni assolutamente da rispettare. Fra i tanti pensieri, uno particolarmente incisivo della dottoressa Giuliana Sgrena ha trovato risonanza nel web ed é stato oggetto di molte reazioni sul social network Facebook (FB).

Oggi Giuliana Sgrena ha creduto opportuno fare alcune precisazioni pubblicate su "global list" (http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=35217&typeb=0&Non-contro-i-maro-ma-per-la-giustizia-Per-tutti) intitolato " Non contro i marò, ma per la giustizia". In risposta alle reazioni violente alla mia presa di posizione sulla Ferrari. Sbaglia chi ritiene che io voglia la condanna di Latorre e Girone. [Giuliana Sgrena]

Non possiamo che ringraziare l'autrice alla quale, peró, devo anche io una doverosa precisazione avendo postato su FB personali valutazioni, non sempre positive,  sulle Sue precedenti affermazioni.

  Scrivo quindi : Gentilissima dottoressa ho letto la Sua cortese precisazione e ne prendo atto come cittadino italiano e come ex Ufficiale dell'Esercito. Non entro nel merito perché in una democrazia consolidata come la nostra ognuno di noi ha la libertà di poter esprimere il proprio pensiero.

Una fortuna per noi e per le generazioni future,  forse anche garantita da chi in giro nel mondo rischia la vita indossando un'uniforme per garantire e/o ripristinare la Pace. Soldati che partecipano ad operazioni internazionali svolte solo l'egida o a seguito di risoluzioni delle Nazioni Unite, Organizzazione Internazionale sicuramente garante dei diritti umani e dell'applicazione del diritto umanitario e delle Convenzioni sottoscritte dalle varie Nazioni del Pianeta.

In un mondo globale le regole vanno rispettate, però, quando Lei scrive "Quello che mi sembra legittimo da parte degli indiani è insistere per l'accertamento della verità, che dovrebbe anche essere nell'interesse dell'Italia e della Marina militare ",  non è del tutto esatto.

É sicuramente lecito e soprattutto eticamente condivisibile che gli indiani pretendano di accertare la verità, aspirazione che, però, deve essere soddisfatta nel rispetto del Diritto Internazionale  che prevede, nella fattispecie, l'attribuzione di competenza ai Tribunali italiani,  anche nel rispetto di accordi internazionali sottoscritti anche dall'India. 

Se non altro perché sono coinvolti due militari di uno Stato sovrano chiamati ad assolvere un compito assegnato dall'Autoritá del proprio Paese. Spero che non me ne voglia, se ho voluto precisare.  Rimango a Sua disposizione per qualsiasi altro approfondimento. Grazie
 
28 ottobre 2012 , ore 20,00

 

 

venerdì 12 ottobre 2012

Fucilieri di Marina del reggimento S.Marco. Dopo otto mesi ancora in ostaggio dell’India


Sono otto mesi che i nostri militari sono in ostaggio dell’India: Nessuna sentenza, nessuna decisione da parte indiana. Massimo l’impegno delle nostre Istituzioni ma nulla di concreto sembra affacciarsi al’orizzonte.

Chiediamo un pronunciamento del Presidente della Repubblica designato dall’articolo 87 della nostra Costituzione di cui è peraltro garante : “Comandante Supremo delle Forze Armate”.

Attendiamo con ansia una risposta del capo dello Stato

 

Roma 12 ottobre 2012

LETTERA APERTA

 

ALL’ESIMIO SIGNOR PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

          GIORGIO NAPOLITANO (fax. 0646993125)
________________

Signor Presidente,

 
sono il Gen. Brig. (ris) Fernando Termentini,  ormai in quiescenza dopo quaranta anni  di servizio. Nel corso della mia vita professionale ho sempre cercato di impegnarmi con responsabilità e senso etico perché il prestigio dell’Italia non fosse mai messo in dubbio, spesso in condizioni molto difficili ed in aree del mondo minacciate da conflitti armati e/o etnici. Quasi sempre con compiti impegnativi per raggiungere lo scopo di riconsegnare alle popolazioni locali il diritto di vivere in ambienti sicuri per la crescita ed eliminando qualsiasi minaccia alla loro sicurezza personale. Tutto anche e soprattutto nell’ottica di riconsegnare a loro il diritto dell’uomo prevalente su tutto.


Un impegno che ho continuato a portare avanti dopo che ho lasciato il servizio occupandomi di attività di volontariato connesse alla mia pregressa esperienza professionale e proprie del “Terzo  settore”, fino al momento in cui non sono stato fermato da importanti e gravi problemi fisici, tutti riconducibili alle mie attività professionali in uniforme.

Da febbraio, come anche mi ero permesso di rappresentarLe con un fax del 24 marzo 2012, il mio senso dello Stato e la mia etica morale di ex Comandante mi hanno indotto a dedicarmi alla sorte dei due nostri Fucilieri di Marina del reggimento S.Marco, ormai in ostaggio dell’India da otto mesi. Continuo a farlo congiuntamente ad un nutrito gruppo di cittadini italiani (quasi 100.000) inscritti in gruppi del social network Facebook, che con me condividono le ansie per due nostri militari.

Cittadini in uniforme che come tanti altri hanno deciso di impegnarsi per lo Stato anche a rischio della propria vita, incappati in eventi eccezionali durante un’azione di anti pirateria marittima perché impegnati a difendere una nave civile battente Bandiera nazionale ed in navigazione in acque internazionali.

Ormai da otto mesi, come Ella è sicuramente informato, i nostri militari e tutti noi aspettiamo le decisioni di vari Tribunali indiani, a livello Centrale e Federale, ma settimana dopo settimana gli annunciati verdetti sono rimandati senza che peraltro sia reso noto il motivo. Uno stillicidio che mi permetto di sottoscrivere offende la nostra Nazione e le nostre Forze Armate e che va avanti nonostante l’impegno della nostra Diplomazia e dei Ministri responsabili istituzionalmente della gestione del problema.

Si era certi che il verdetto fosse ufficializzato il 10 o 11 ottobre anche per notizie di fonti ufficiali avvalorate dai media che hanno dato spazio alla vicenda. Invece, nel primo pomeriggio dell’11 ottobre, la  notizia,  confermata dal Sig. Ministro Terzi,  che probabilmente non si avrá una sentenza prima dell'8 novembre. Un ennesimo rinvio assolutamente imprevisto ed il cui esito è stato accolto con assoluto scetticismo.   

Si è configurata di fatto una situazione abnorme che potrebbe rappresentare un precedente pericoloso per la tutela dei nostri militari impiegati in missioni all’Estero, qualora coinvolti, loro malgrado,  in possibili e difficili eventi connessi al loro compito istituzionale. Timori sicuramente esagerati ma giustificati e destinati a radicarsi in chi è impegnato a servire lo Stato anche a rischio della propria vita,  se venissero a mancare segnali precisi delle Istituzioni.

 Ho, quindi, deciso di formulare a Lei,  signor Presidente, una richiesta. La petizione di un cittadino italiano e di un ex militare che non ha dimenticato i valori etici che connotano la nostra Nazione che ha deciso di rivolgersi al Suo Presidente, Garante della nostra Costituzione e Comandante delle Forze Armate. Un’esigenza condivisa con moltissimi ex commilitoni e con tantissimi cittadini italiani.

Le chiedo un semplice segnale da dare  alla Nazione ed ai nostri militari indebitamente trattenuti da uno Stato estero, che aiuti a tutti ad avere ancora fiducia nello Stato, peraltro in un momento particolare della nostra storia nazionale caratterizzata da un decadimento dei valori etici e sociali. Non in ultimo un Suo messaggio personale al Presidente dell’India anche – se del caso - coinvolgendo un’italiana vicina ai vertici politici indiani, la Signora Sonia Maino Gandhi, perché si arrivi ad una rapida conclusione della vicenda nel pieno respetto del Diritto Internazionale. Un impulso che potrebbe anche catalizzare favorevolmente lo sforzo posto in essere dalle altre Istituzioni dello Stato impegnate nello specifico.

Fin dall'inizio di questa vicenda Lei non  ha mai abbandonato la sorte dei nostri due Fucilieri di Marina ma, forse ora, alla luce delle notizie poco rassicuranti che si stanno accavallano, sarebbe auspicabile un Suo inequivocabile segnale.

Sicuro della Sua comprensione, confido in Lei Signor Presidente come ogni militare farebbe al bisogno con il proprio Comandante, certo di interpretare il pensiero di moltissimi italiani ed in particolare di coloro che in uniforme difendono gli interessi nazionali lontani dalle loro famiglie ed a rischio della propria vita.

Signor Presidente, Le chiedo scusa se Le ho sottratto del tempo prezioso ma l’ho fatto con l’intento di rendere Lei partecipe delle emozioni che in questo momento coinvolgono moltissimi italiani per la vicenda dei nostri militari ormai da otto mesi  lontani dall'Italia e dall'affetto delle loro famiglie.

Distinti e rispettosi ossequi

Gen.Brig. (ris) Dott. Fernando TERMENTINI
 

 

 

 

 

venerdì 5 ottobre 2012

L’infinta prigionia dei nostri militari in India


Da otto mesi continua un inspiegabile atto coercitivo dell’India nei confronti di personale militare di  uno Stato sovrano, l’Italia. I motivi non sono chiaramente individuabili  anche per la quasi totale assenza di informazioni ufficiali, per cui si è deciso di ripercorrere la vicenda facendo riferimento alle sole notizie disponibili, purtroppo non sempre chiare ed esaustive.

Un’esigenza per cercare di capire meglio un problema che riguarda esponenti delle nostre Forze Armate, simbolo e garanzia di democrazia.

Un esame che ha rinnovato una serie di dubbi su come è stato regolato e poi gestito l’impiego di militari con funzioni di antipirateria marittima a favore di naviglio commerciale nazionale compreso il management tecnico del contrasto della minaccia specifica (regole di ingaggio), la consegna dei nostri militari alle Autorità indiane ed l’intero governo degli eventi immediatamente successivi all’atto di imperio indiano nei confronti dell’Italia, esercitato disconoscendo qualsiasi regola del diritto internazionale e delle specifiche convenzioni sottoscritte in ambito Nazioni Unite.

Valutazioni che naturalmente derivano da analisi deduttive dei fatti non essendo disponibili riscontri oggettivi che possano configurare meglio gli eventi e che aiutino a conclusioni  supportate da comparazioni tecniche specifiche su quanto addebitato dagli indiani ai nostri Fucilieri di Marina.

Una serie di domande che purtroppo ancora non trovano risposta ufficiale, spesso negata per motivi di riservatezza, ragioni ormai forse esasperate dopo otto mesi dagli eventi ed in prossimità di una sentenza della Corte Suprema indiana.

Prima fra tutti in termini temporali e soprattutto per la valenza che ha avuto sulla successione degli eventi,  il motivo per cui la Enrica Lexie ha abbandonato le acque internazionali per fare rientro sul porto di Koci a seguito della richiesta indiana fatta al Comandante della nave. Fin dal primo momento è stato reso pubblico che la decisione del Comandante era stata presa dopo una consultazione con l'armatore che sembra avesse importanti rapporti commerciali con l’India, senza coinvolgere lo Stato Maggiore della Marina e l’Unità di Crisi della Farnesina, se non altro per un auspicabile e comprensibile coordinamento trasversale e condivisione delle decisioni.

La prima mossa errata e di fondamentale valenza per l’intera vicenda,  ancora tutta da chiarire e che  è avvenuta con ogni probabilità per una scarsa chiarezza e completezza di quelli che sarebbero dovuti essere gli auspicabili accordi attuativi  fra i Dicasteri interessati e gli armatori per dare corso ai contenuti del D.L. del 12 luglio 2011 sulla lotta anti pirateria. Il Decreto prevede, infatti all’articolo 5 che “…..al Capo Nucleo fa capo la responsabilità esclusiva dell’attività di contrasto militare alla pirateria ed al personale da esso dipendente sono attribuite le funzioni rispettivamente di ufficiale e di agente di polizia giudiziaria……”.

Il Decreto, non definisce, però e per quanto dato da capire,  a chi faccia capo la gestione ed il coordinamento dell’emergenza nel suo complesso.

Un disposto di Legge che peraltro cerca di affrontare e chiarire nel dettaglio solo gli aspetti economici del concorso militare  a favore degli armatori, ma poco o nulla dettaglia sulle eventuali deroghe al diritto internazionale di navigazione che potessero garantire ai nostri militari una gestione completa e professionale dell’evento altrimenti affidata a personale della Marina Mercantile, sicuramente non abituato al management anche della sola difesa passiva che occorre modulare con le azioni di contrasto attivo al  momento dell’emergenza.  

Come accennato, otto mesi di silenzio , di basso profilo e di appelli continui alla riservatezza, rotti talvolta però da estemporanee dichiarazioni come quella datata 18 maggio 2012 del Sottosegretario agli Esteri De Mistura quando ha detto ad una televisione indiana “"Essi (i marò italiani) avevano cercato di mandare dei segnali. Hanno sparato nell'acqua e hanno sparato dei colpi di avvertimento, alcuni dei quali sono andati nella direzione sbagliata". Egli ha descritto la morte dei due pescatori causata dagli spari come una "uccisione accidentale" e uno "sfortunato incidente di cui tutti si rammaricano. I nostri marines non avrebbero mai voluto che accadesse, ma purtroppo è avvenuto" (ndr traduzione dall’inglese).

Pensieri o convinzioni personali che hanno rotto all’improvviso un silenzio assordante, sicuramente travalicando i limiti di un low profile continuamente ripetuto e raccomandato proprio dal Ministero degli Affari Esteri e che, forse,  sarebbe stato meglio evitare di esternare in un momento in cui la fase istruttoria era in corso e si stava delineando un futuro difficile per i nostri  militari.  

Inoltre, voci dell’ultima ora sono abbastanza preoccupanti. Sembrano, infatti,  riemergere riflessioni anche a livello istituzionale sull’ipotesi che quanto contestato dalle Autorità del Kerala ai nostri militari possa trovare una qualche rispondenza nei fatti avvenuti.

Un’interpretazione  degli eventi comunque tutta da provare e riscontrare sulla base di elementi oggettivi che sembra siano in possesso solo delle Autorità indiane,  peraltro acquisiti, come dato da capire,  senza nessun contraddittorio tecnico / giuridico nell’assoluta garanzia dei vincoli imposti dal diritto nazionale italiano.

Se invece siamo solo a livello ipotesi forse in questo momento sarebbe opportuno nemmeno delinearla in quanto potrebbe influire negativamente sulla situazione dei due nostri militari e comunque sarebbe giustificabile solo se indotta da conoscenza particolari ad altri non note o da deduzioni conseguenti a decisioni o iniziative di Tribunali italiani.  

Peraltro, qualsiasi congettura di questo genere, tutta da verificare, contribuirebbe ad intaccare la fiducia e la certezza della tutela nazionale, in tutti coloro che vestendo un’uniforme sono impegnati sul territorio nazionale e Fuori Area per mantenere alto il prestigio dell’Italia e per garantire la sicurezza diretta ed indiretta ai proprio concittadini.

Posizioni che se emergessero dovrebbero essere inequivocabilmente chiarite per non intaccare l’Onore ed il prestigio delle nostre Forze Armate che meritano il rispetto e la considerazione che tutte le altre Nazioni del mondo custodi di tradizioni democratiche ripongono nei propri soldati.

Una prima serie di dubbi che si propongono certi di non travalicare nessun obbligo di riservatezza,  in quanto parte di pochi fatti resi noti a tutti dai media nazionali ed internazionali.

5 ottobre 2012, 1200


venerdì 28 settembre 2012

Dalla Primavera Araba alle tensioni Israele - Iran


Era ipotizzabile, è stato previsto ed è avvenuto. La Primavera Araba ha indotto speranze di democrazia e stabilizzazione delle aree islamiche del nord Africa e parte della comunità internazionale ha creduto nel rinnovamento che, invece,  non c’è stato. Piuttosto, assistiamo ad una regressione che cancellando le aspettative delle popolazioni sta creando grosse incertezze in tutto il mondo arabo ed in Occidente.

Il fanatismo religioso dilaga sempre di più cancellando l’aspirata laicità che avrebbe dovuto contraddistinguere i nuovi Governi nati sulla deriva post rivoluzionaria. Esaltazione religiosa che, peraltro, sta coinvolgendo Paesi islamici, in precedenza mai sfiorati dal fenomeno, se non per qualche sporadico episodio.  

Una radicalizzazione in continua crescita che coinvolge Tunisia, Egitto e Libia e sta trascinando in un baratro la Siria, espandendosi,  come avevamo previsto, nel Centro Africa fino a toccare l’Indonesia e la lontanissima Australia. Un processo che cancella la convivenza culturale, tradizionale e  religiosa raggiunta a fatica nei decenni e che si sta trasformando in odio culturale e religioso esaltando l’intransigenza, in particolare nei confronti dei cristiani e dell'Occidente.

Una permeazione lenta ma incisiva che sta coinvolgendo tutto il Mediterraneo e si avvicina pericolosamente ad Israele. Quasi una regressione storica ritornando a quando il Sinai era terra di nessuno e rappresentava la naturale via di penetrazione per chi volesse compiere atti eversivi contro lo Stato ebraico, violandone i confini meridionali.

Oggi, dopo la Primavera Araba,  attraverso il deserto torna a  passare di tutto. Militanti delle Brigate dei martiri di Al Asqa (il braccio armato di Fatha), armi provenienti dalla disfatta dell'esercito lealista libico, profughi africani dal Mali, Sudan e Nigeria accompagnati da un crescente traffico di droga.

Una situazione favorita dalla transizione che sta vivendo l'Egitto post Mubarak che prima della Primavera Araba aveva rappresentato una barriera naturale e politica a favore di Israele,  contro ogni forma di eversione che poteva arrivare dalla striscia di Gaza fino a colpire  Tel Aviv.

La minaccia islamica contro lo Stato ebraico è, dunque, rinvigorita rispetto alla situazione di relativa calma precedente alla Primavera Araba che sicuramente ha favorito l’apertura di un altro fronte lungo i confini meridionali dello Stato ebraico, che si aggiunge alla pressione degli Hezbollah lungo i confini del Libano ed alle  continue minacce di Teheran, l’avversario più imprevedibile e pericoloso.

Le minacce iraniane per ora solo verbali  potrebbero trasformarsi in veri e propri atti di guerra  perché nel Paese si sta sempre più affermando l'ala oltranzista vicina alla guida suprema Ali Khamenei e che, molto probabilmente, nel breve periodo prenderà il posto delle le fazioni populiste e  radicali favorevoli al Presidente Mahamoud Annadinejad. Una situazione destinata ad alimentare l'odio verso l'atavico avversario israelita, rendendo ancora più fluida e dai contorni sfumati tutta la sicurezza dell’area mediterranea e del Medio Oriente.

Semplificando, possiamo affermare che nella Regione si sta connotando un’area triangolare di estrema instabilità che si consolida sempre di più anche per la disattenzione di Washington distratta dalle prossime elezioni presidenziali. Una figura geometrica proiettata sul territorio i cui vertici coincidono con realtà politiche e culturali da sempre vicine all’estremismo religioso.

Teheran, sempre più convinta che lo stato di Israele deve essere annientato. Damasco destinata a breve ad ospitare un Governo sicuramente non laico che potrebbe favorire la pressione degli Hezbollah libanesi alleati e sponsorizzati dall’Iran. Gaza dove incombe sempre di più la presenza di Al Qaeda che potrebbe approfittare della emergente ala oltranzista di Hamas che si sta affermando sui moderati. Al centro Tel Aviv, minacciata dall’accerchiamento dei gruppi fondamentalisti islamici partoriti  dalla Primavera Araba e che giorno dopo giorno consolidano  la loro presenza nelle regioni mediterranee dell’Africa mussulmana.

Israele monitorizza costantemente la situazione ed è lecito supporre che stia  già procedendo alla simulazione di azioni atte a contrastare possibili attacchi da tre direzioni. Iran, Hezbollah sciiti e penetrazione attraverso il deserto del Sinai di gruppi terroristici provenienti dalla striscia di Gaza. Membri del gruppo armato di Hamas la cui presenza è confermata insieme a quella di cellule operative del Mossad israeliano.   

Notizie di questi giorni riportano che agenti della struttura Kidan, cellula operativa dell’intelligence di Tel Aviv, hanno eliminato Ibrahim Qudab Bereikat agente della jihad islamica a capo di cellule terroristiche presenti in Sinai dalla fine della Primavera Araba. Un’azione discreta quella del Mossad,  ma efficace per controllare l'insorgenza terroristica,  in particolare a ridosso dello strategico punto di confine egiziano di  Karem Abu Salem.

Il clima di insicurezza, inoltre, è esaltato dalla corsa al nucleare di Teheran. Fonti dell'intelligence ebraico riferiscono che entro il prossimo novembre l'Iran avrà arricchito al 20% grandi quantità di uranio sufficiente per realizzare testate nucleari sporche. Valutazioni che trovano anche riscontro in recenti episodi avvenuti in Germania con l'arresto di iraniani / tedeschi sospettati di esportare in Iran componenti tecnologiche fondamentali per la realizzazione di centrali per l'arricchimento dell'uranio.

Dall'Iran, continuano ad arrivare voci di smentita sullo sviluppo di un nucleare per scopi militari ma, nel frattempo,  è aumentata la sperimentazione di missili di lunga gittata predisposti per essere equipaggiati anche con testate non convenzionali.  

La situazione è in continua evoluzione e potrebbe essere pesantemente condizionata da come si concluderanno le vicende siriane e da quale sarà il dopo Assad che fino ad ora ha giocato un ruolo di cuscinetto che, anche se indirettamente, ha garantito migliori condizioni di sicurezza per Israele e per l’intero bacino del Mediterraneo orientale, alla stessa stregua di quanto ottenuto in passato durante la guerra fredda dall’ex Jugoslavia di Tito nei confronti dell'Occidente.

Un contesto  sicuramente dai contorni sfumati,  che investe da vicino la sicurezza di Israele e di tutta l’Area Mediterranea per arrivare a coinvolgere tutto l’Occidente già minacciato da una pressante  recrudescenza del fanatismo religioso islamico che ormai  opera in maniera globale.

26 settembre 2012, ore 18.00

giovedì 13 settembre 2012

La Primavera Araba ed il fondamentalismo islamico


Fondamentalisti islamici hanno ucciso ieri a Bengasi l’Ambasciatore statunitense in Libia. Un omicidio compiuto quasi sicuramente da cellule di  Al Qaeda che dimostra  come la Primavera Araba stia aprendo le porte ad un fondamentalismo islamico organizzato in gruppi che applicano precise tattiche militari prepianificate.

 L’evento di ieri, infatti, non è stato casuale. Non un atto sconsiderato indotto da un’improvvisa esaltazione di un gruppo di manifestanti, ma un vero e proprio episodio militare  condotto con un perfetto coordinamento sul terreno come l’efficacia dei risultati hanno dimostrato. Un’azione possibile solo se sviluppata da nuclei addestrati ad interoperare e che per azzerare la probabilità di insuccesso hanno probabilmente svolto in precedenza cicli simulati della stessa operazione.

Un attacco sferrato contro il simbolo degli USA in Libia, che evidenzia anche un’attenta gestione politica dell’azione. L’omicidio è, infatti,  avvenuto in concomitanza di tre momenti significativi.

L’undicesimo anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle di New York; le manifestazioni della folla contro l’Ambasciata americana al Cairo quasi a voler creare un falso scopo ed, infine, la dichiarazione del Capo di Al Qaeda Al Zawahiri che proprio ieri ha ufficializzato la morte del suo vice, il libico Abu Yahaha al Libi, avvenuta nel Warziristan pakistano dopo un raid  di Drone americani.

I fatti di Bengasi rappresentano la punta dell’iceberg di un fenomeno  strisciante di emergente fondamentalismo che da tempo caratterizza tutta  l’area che ha ospitato la Primavera Araba nata come riscossa di una democrazia laica secondo la visione ottimistica di molti del mondo occidentale, ma che di fatto ha portato a ben altro.  L’estremismo islamico si sta appropriando, infatti,  delle aspirazioni di quelle popolazioni e le manipola sotto lo sguardo disinteressato del mondo occidentale.

Un Occidente che ha permesso l’esecuzione sommaria di Gheddafi mente fuggiva. Un massacro definito negli Stati Uniti, in Europa ed in Italia come “ una vittoria del popolo libico”, mentre il Governo di Bengasi si affrettava a riaffermare la sharia coranica come base fondamentale della nuova Costituzione libica  e nominava Comandante militare di Tripoli tale Abdel Hakim Bellhady, un tempo molto vicino a Bin Laden e già ospite per lungo tempo di Guantalamo.

Alla stessa stregua, in Egitto è stata favorita la deposizione del dittatore Mubarak  aprendo la porta ai Fratelli Mussulmani sicuramente non laici ed a Tunisi che venisse cacciato il tiranno Bel Alì spianando la strada all’affermazione degli Ennahda, movimento “moderato” che si propone la rinascita attraverso l’affermazione di una Tunisia islamista ed ha imposto di nuovo il velo alle donne.

Le cellule di Al Qaeda,  presenti da tempo nel Maghreb ed in Cirenaica,  hanno approfittato della situazione. Dapprima dando man forte ai ribelli e poi riorganizzando il loro network locale che sta trasformando l’organizzazione eversiva presente in Africa in un organismo sempre più globalizzato. Strutture strettamente collegate fra loro dal Corno d’Africa fino alle rive del Mediterraneo, in cui i Salafiti, da tempo operativi nell’area e collegati alle cellule eversive dislocate nello Yemen, rappresentano  lo “zoccolo duro”.

Una trasformazione che l’Occidente sembra ignorare con il rischio che improvvisamente possa essere ricattato da gruppi estremistici che si siano impossessati del controllo dell’arteria strategica  che dal Golfo di Aden ed  il Canale di Suez sbocca nel Mediterraneo, veicolando le risorse energetiche verso l’Occidente,.

Segnali allarmanti arrivano, inoltre, dalle parole del portavoce americano di Al Qaeda, Adam Gardhan,  che in occasione dell’anniversario dell’11 settembre ha contestato i contenuti delle parole Obama quando afferma che gli USA combattano Al Qaeda e non l’Islam.  Adam ha, infatti, definito la posizione americana come una “chiara opposizione all’Islam come sistema politico” minacciando “un prossimo olocausto contro New York e Los Angeles” per vendicare i mussulmani uccisi dagli attacchi dei Drone americani nello Yemen.  

Un escalation che se non affrontata immediatamente è destinata a favorire l’affermazione nella Regione  di gruppi estremistici che fanno della loro bandiera un’interpretazione esasperata e distorta dei contenuti del Corano, favorendo ancora una volta l’affermazione del ricatto del terrore piuttosto che una pace duratura.

Qualche segnale sta già arrivando dallo Yemen e da tutti i Paesi  del Golfo Persico dove è più radicata l’islamizzazione. 

13 settembre 2012, ore 14,00

 

 

giovedì 16 agosto 2012

Dopo la Libia il caso Siria, due pesi e due misure

Fin dall’inizio le vicende della Primavera Araba lasciavano prevedere che i risultati sarebbero stati diversi da quelli che la folla impegnata a manifestare si prefiggeva. Uno tsunami destinato a superare il Mediterraneo per arrivare in Medio Oriente. Un'onda anomala che avrebbe coinvolto anche regioni islamiche dell'Africa subsahariana, con il rischio che potesse arrivare fino all’Indonesia (http://fernandotermentini.blogspot.it/2011_01_30_archive.html e post seguenti).

Previsioni oggi per lo più confermate dai fatti. Prima l’Egitto e subito dopo la Libia sono state contagiate. La popolazione ha invaso le piazze mentre l’Occidente sembrava guardare con distacco ed, invece, alimentava ed incoraggiava la ribellione contro i vecchi alleati Bel Ali, Mubarak.

Grande l’interesse anche dei media arabi, con in testa “Al Jazeera” che ha ricoperto un ruolo importantissimo durante tutta la Primavera Araba, raccontata con tecniche di comunicazione di pregio, finalizzate ad influenzare e condizionare con successo tutta la comunità internazionale, islamica e non.

Sicuramente la piazza ha ottenuto un risultato, quello di garantire alla popolazione di esercitare il diritto di voto dopo quaranta anni di oscurantismo dittatoriale. Nello stesso tempo, però, il processo rivoluzionario ha favorito l’affermazione di nuove realtà che in taluni casi potrebbero allontanare la garanzia dei diritti democratici a cui per decenni quelli popolazioni hanno auspicato.

In Tunisia si è affermato il partito An-Nahda (la rinascita) di ispirazione islamica che con ogni probabilità non favorirà l’affermazione di uno Stato laico e democratico. Già le donne stanno manifestando per rivendicare il rispetto dei loro diritti.

In Egitto, hanno stravinto i Fratelli Mussulmani che non possono essere definiti moderati. Nel Paese immediato un nuovo pericolo terroristico lungo i confini con Israele e nei Siti archeologici meta ogni anno di milioni di visitatori occidentali, dove Mubarak aveva eliminato la presenza di gruppi terroristici , attivi alla fine degli anni ’90 e vicini ai Fratelli Mussulmani

In Libia Gheddafi è stato deposto e trucidato con un atto di giustizia sommaria. Mustafa Abdel Jalil, Presidente del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), ha preannunciato che tutte le future leggi libiche saranno emanate nel più assoluto rispetto della sharia ed ha nominato Comandante militare di Tripoli tale Abdelhakim Belhadj ex jihadista, veterano dell’Afganistan e vecchio amico di Bin Laden.

In Libano gli Hezbollah, appoggiati dall’amico Iran, sono sempre più prossimi a conquistare la maggioranza e giorno dopo giorno alzano il livello della minaccia contro Israele.

Nel Maghreb africano è aumentata la presenza di Al Qaeda. Segnali inquietanti arrivano dal Niger, dal TCiad e dal Camerun, dove sono già operativi campi di addestramento che ospitano i nuovi emuli di Al Qaeda, propugnatori del fanatismo religioso.

In Mali, il movimento islamico Ansar Dine legato ad Al Qaeda ha iniziato ad imporre la legge coranica (Sharia). Una giunta militare vicina all’organizzazione ha deposto il Presidente Amadaou, annunciando la nascita di un nuovo Stati islamico (Repubblica dell’Azawad).

In Nigeria gli attentati contro i cristiani aumentano, mentre in Somalia le forze salafite incoraggiano i pirati che operano nel Golfo di Aden e minacciano i rifornimenti energetici diretti ad Occidente.

In Siria, colpita 17 mesi orsono dall’onda anomala della Primavera Araba, Assad massacra i propri cittadini, mentre, come già avvenuto in Libia, le forze che si oppongono al regime ricevono dall’Occidente aiuti economici e di expertise militare.

Assad dimostra una rara crudeltà perpetrando un vero e proprio genocidio sotto gli occhi di un Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite incapace di imporsi vincolato dai veti permanenti di Cina e Russia né in grado di coinvolgere la NATO come avvenuto in passato nei Balcani, in Afghanistan ed in Libia.

A Damasco, forse per la prima volta nella storia dell’ONU gli osservatori UN hanno fallito. Lo stesso Kofi Annan, ex Segretario Generale delle Nazioni Unite e Premio Nobel della Pace si è dovuto arrendere rimettendo il mandato di emissario ONU e della Lega Araba.

Il Presidente siriano va avanti per la sua strada fiducioso dell’appoggio di Cina, Russia ed Iran che, probabilmente, stanno riscuotendo sul piano politico il prezzo imposto all’Occidente per aver reso possibile a suo tempo l’intervento armato contro Gheddafi.

Un Occidente ed un’Europa che ancora una volta potrebbero lasciarsi sfuggire la situazione di mano favorendo la creazione di nuove condizioni di instabilità in tutta l’area del Mediterraneo. In Siria, infatti, la gestione del post bellico potrebbe essere molto più difficile rispetto all’Iraq ed alla Libia. Il Paese potrebbe uscirne spaccato da tensioni settarie, diviso fra sciiti (alawiti) e sunniti, appoggiati rispettivamente da Iran e Arabia Saudita ed invaso da cellule terroristiche vicine ad Al Qaeda già presenti nerl Paese..

Ad Aleppo ed a Damasco fra i ribelli si stia imponendo una posizione anti alawita ed anti sciita. Sono in continuo aumento gli episodi di crudeltà nei confronti anche di cittadini occidentali, che confermano le ipotesi della presenza sul terreno di gruppi motivati dall’estremismo politico e religioso.

Assad minaccia l’Occidente di impiegare armi chimiche in caso di attacco. Attesta lungo i confini l’armamento non convenzionale aumentando il rischio che aggressivi chimici possano cadere nelle mani di Hezbollah libanesi, di jihadisti locali e transnazionali, di militanti estremistici del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e di Hamas, per essere utilizzati nella realizzazione di “Ordigni esplosivi sporchi” (Dirty Bombs).

Cosa stia accadendo in realtà è difficile valutarlo anche per il carente flusso informativo che sta caratterizzando le vicende siriane. E’, infatti, evidente l’assenza di media internazionali ed arabi come Al Jazeera, costantemente presenti invece durante tutta la Primavera Araba e la guerra in Libia. Anche l’Onu e la Lega Araba non forniscono valutazioni di situazione inequivocabili. La stessa Amnesty International, generalmente schierata contro ogni forma di repressione, è costretta ad ammettere che alle molte vittime dei lealisti si sommano quelle delle stragi compiute dai ribelli.

La situazione è in continua evoluzione. Non lascia presumere una rapida conclusione né tantomeno una stabilizzazione dell’area e potrebbe, piuttosto, favorire il consolidamento di possibili alleanze con le forze non moderate, emergenti dalla Primavera Araba e vincitrici delle prime elezioni libere dei Paesi africani a ridosso del Mediterraneo.

L’Occidente continua a sbagliare e non tiene conto delle “lessons learned” dell’Iraq e dell’Afghanistan che avrebbero dovuto suggerire che non è possibile valutare ogni situazione applicando “il metro occidentale”. Probabilmente ancora una volta Europa ed USA saranno destinati a pagare le conseguenze, affrontando i rischi di un’avanzata dell’islamismo salafita anche se potranno trarre vantaggi nei confronti dell’Iran che uscirà sicuramente indebolito dalla scomparsa di Assad, da sempre cerniera verso l’Occidente.

Anche Israele potrebbe ricavare un beneficio conseguente all’indebolimento del mondo sciita ma, nello stesso tempo, dovrà prevedere di non avere più come vicino di casa il seppur camaleontico Assad che aveva persino proposto di trattare sul Golan. Piuttosto, i ben più scomodi e duri sunniti, vulnerabili alle influenze dei salafiti e di Al Qaeda.

Anche la Russia e la Cina hanno tutto da perdere dalla nascita di una Siria sunnita, legata alle monarchie del Golfo, a loro volta amiche dell’Occidente.

In conclusione, valutando in sistema ciò che è avvenuto in Tunisia, Egitto e Libia e quanto presumibilmente accadrà nella Siria del post Assad, si può presumere che nell’area si potrà creare un’area di conflittualità simile a quanto avvenuto nei Balcani del post Tito. Una sorta di Jugoslavia araba estesa dai confini turchi all’Iraq ed al Libano e protesa oltre il Mediterraneo fino all’Africa subsariana. Una realtà che potrebbe anche favorire il riemergere di antiche rivendicazioni dei curdi siriani che si potrebbero saldare con quelli del PKK turco e del Kurdistan iracheno. Nuove preoccupazioni, quindi, per Ankara e Bagdad.

In questo contesto a partire dei primi eventi in Tunisia, l’Occidente, l’Unione Europea e l’Italia - confine meridionale europeo insieme a Spagna e Grecia ed immediatamente a ridosso delle aree di contingenza – osservano distaccati a quanto avviene e non intervengono incisivamente.

Un approccio assolutamente pericoloso a quasi due anni dalla Primavera Araba ed all’inizio del massacro in Siria, che potrebbe compromettere la sicurezza nazionale degli Stati sovrani del sud europeo e dell’intero bacino del Mediterraneo, da sempre nocciolo fondamentale per la sicurezza internazionale.

In questo contesto lo spettro di Al Qaeda diventa una minaccia reale per l’Europa vulnerabile ad una possibile penetrazione di elementi jihadisti affiliati all’eversione quaedista, sicuramente pronti ad approfittare della situazione Fonti dei servizi d’intelligence irachene, tedesche, americane e britanniche hanno dato l’allarme e lo spettro di un risveglio di Al-Qaeda in Medio Oriente ed in tutte le aree mediterranee non può essere ignorato.

E’ significativo e pericoloso, infatti, che ai gruppi eversivi presenti già in Libia, nel Magreb, nel Mali ed in Nigeria, si siano aggiunti, gli Al Nursa (Al Nusra Front for the People of the Levant), le Brigate Abdullah Azzam (Abdullah Azzam Brigades) e le Brigate dei martiri di Al Baraa ibn Malik (Al Baraa ibn Malik Martyrdom Brigades), mentre, Ayman al-Zawahiri è più volte intervenuto per sollecitare i suoi seguaci a recarsi in Siria per aiutare i ribelli.

Un pessimismo quello di chi scrive che ci si augura non diventi una realtà.

Roma 16 agosto 2012, ore 16.00

lunedì 23 luglio 2012

Le incongruenze italiane

Sento l'obbligo morale di cittadino italiano di informare gli amici di un'iziativa del nostro Ministero Affari Esteri non adeguatamente riportata dagli organi di informazione.

Un accordo con l'India datato 11 dicembre 2011 in seguito al quale “L’Università Bocconi di Milano apre una School of Business a Mumbai: un luogo strategico per la sua qualificata offerta post-universitaria, in un mercato educativo e del lavoro caratterizzato da una domanda in continua espansione, che puo' solo parzialmente essere soddisfatta dalle Universita' indiane. L’iniziativa è della SDA - Bocconi School of Management.”

Un'iniziativa assolutamente da sottoscrivere e condividere  se non fosse accaduto lo spiacevole episodio che ha coinvolto i nostri due Fucilieri di Marina  ormai ostaggio dal 15 febbraio di uno Stato Federale dell'India, il Kerala, che si oppone ad uno stato Sovrano estero, l'Italia e senza precise e puntuali opposizioni del nostro Ministero Affari Esteri e del nostro Governo.

Un approccio italiano improntato al Low Profile raccomandato da troppo tempo e che ad oggi ha portato a negare ai nostri militari anche il diritto alla difesa non consegnando loro gli atti d'accusa in italiano ed in inglese ma solo in dialetto locale a mezzo anche appunti scritti a mano.

Si è, quindi, del parere, che l'apertura dell'Italia per garantire il supporto di una sua prestigiosa Università Privata, mal si coniuga con la totale chiusura del Governo Istituzionale indiano che, almeno allo stato attuale delle cose, non sembra molto impegnato a far sì che all'Italia sia garantito il rispetto dei diritti previsti in ambito internazionale. 

Per questo, si è sentita l'esigenza di chiedere formalmente delucidazioni al Ministro Terzi, con la speranza che voglia garantire questo diritto democratico ad un cittadino italiano che probabilmente ha contribuito attraverso la propria quot aparte di tributi, a far sì che il MAE potesse attivare funzionari e risorse perchè l'accordo di cui trattasi si concretizzasse.

Di seguito la lettera inviata al Sig. Ministro che risulta essere arrivata oggi 23 luglio 2012


Roma 22 luglio 2012


Pregiatissimo Ministro degli Esteri Giulio Terzi

Ministero Affari Esteri - gabinetto.ministro@cert.esteri.it

_________

Buongiorno Sig. Ministro.
Sono il Gen. Brig. (ris) Dott Fernando Termentini che, come ritengo le sia stato riferito, sta seguendo la
sorte dei due Fucilieri della Marina Militare italiana tenuti in ostaggio dall’India.

E’ la quarta missiva che invio sull’argomento ricorrendo ad mezzo comunicativo considerato ufficiale (se
non vado errato) da precipua legge dello Stato (posta elettronica certificata), che mi permetto di inviarLe con la speranza, finora però disattesa, di avere risposte su punti oscuri della intera vicenda.

Interpreto il Suo silenzio motivato dall’affanno quotidiano Suo e dei Suoi collaboratori nell’affrontare i mille
problemi che quotidianamente investono il Ministero da Lei diretto, ma nello stesso tempo in tutta franchezza, Le esprimo il rammarico di un silenzio per taluni aspetti indecifrabile.

Spero che in questa circostanza il quesito che le sto proponendo possa avere una risposta, se non altro perché materia pubblicata sul sito del Suo Ministero ed in quanto atto formale dell’Italia che per essere stato reso operativo ha sicuramente richiesto un impegno di tempo, personale e risorse pubbliche a carico di tutti i

cittadini italiani.

Mi riferisco all’accordo dell’11 dicembre 2011, sottoscritto con l’India poco dopo l’insediamento del Governo di cui fa parte per l’apertura di una School of Business a Mumbai in stretto coordinamento operativo e si presume gestionale con l’Università Bocconi.

In un momento che l’India, come a Lei ben noto, si dimostra assolutamente disattenta ai problemi dei due nostri Fucilieri di Marina e lascia che uno proprio Stato Federale si occupi - mi permetto di affermare
maldestramente – di diritto internazionale e di rapporti con uno Stato Estero Sovrano, la mia coscienza di
cittadino mi impone di chiederLe se l’accordo è ancora operativo e quale è l’impegno dell’Italia in termini
finanziari e di personale perché sia raggiunto lo scopo della “ qualificata offerta post-universitaria della della
SDA - Bocconi School of Management, in un mercato educativo e del lavoro caratterizzato da una domanda in continua espansione, che può solo parzialmente essere soddisfatta dalle Università indiane”.

(http://www.esteri.it/MAE/IT/Sala_Stampa/ArchivioNotizie/Approfondimenti/2011/12/20111215_India_bus

iness_school_della_Bocconi.htm)

Fiducioso che almeno su questi argomenti un cittadino possa esigere dalle Istituzioni una risposta formale,
rimango in attesa di una risposta, contrariamente a quanto fino avvenuto.

Distinti ossequi

Gen. Brig. (ris) Dott. Fernando Termentini.
 
23 luglio 2012 - ore 12,30

lunedì 25 giugno 2012

Venti di Guerra minacciano Assad

La Siria fino ad ora ha mostrato i muscoli all’ONU, appoggiata dai veti incrociati della Russia e della Cina e dall’appoggio esterno dell’Iran.

Assad o chi per lui ha, però, commesso un passo falso dando ordine di abbattere un caccia bombardiere turco in volo di ricognizione lungo i confini della Siria, sembra mentre volasse in uno spazio aereo internazionale.

La guerra in Vietnam è iniziata allo stesso modo. Un incrociatore americano fu attaccato nel golfo del Tonchino ed il giorno dopo il Presidente USA Johnson dette l’ordine di invadere il Sud est asiatico.

Ieri la Turchia ha denunciato l’atto ostile della Siria si è immediatamente appellata all’art. 4 dello Statuto NATO che prevede che ciascun membro dell’Alleanza qualora sia minacciato, abbia il diritto di chiedere consultazioni affinchè l’evento sia analizzato e valutato all’interno dell’Alleanza.

In un lampo è stato superato lo stallo che da mesi caratterizzava le vicende siriane. Da una parte la repressione di Assad e dall’altra l’impotenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU immobilizzato dai diritti di veto.

Tre risoluzioni dell’ONU bloccate, la missione di osservatori ONU praticamente mai operativa in quanto minacciata ogni giorno dalle bombe e costretta proteggersi piuttosto che dar corso al mandato ricevuto.

Da oggi, invece, dopo che la Turchia ha invocato l’applicazione dell’articolo 4 del Patto Atlantico (Trattato di Washington), sul piano giuridico internazionale è possibile rendere operativo un mandato unilaterale.

Presidiare con un Contingente Militare Multinazionale della NATO il confine turco / siriano per vigilare che non sia minacciata la sovranità territoriale di uno Stato Membro e garantire anche l’eventuale apertura di corridoi umanitari per accogliere in sicurezza il flusso di eventuali rifugiati.

Il preludio dell’applicazione dell’articolo 5, che invece sancisce un vero e proprio intervento armato qualora sia minacciata la sovranità territoriale di uno Stato Membro.

Il governo turco, dopo un’un’iniziale apertura nei confronti di Assad, è ormai palesemente schierato a favore dei ribelli siriani. Accoglie da mesi profughi e nello stesso tempo rifornisce le fazioni antigovernative. Una Turchia in grado anche di monitorare in tempo reale ciò che realmente accade in Siria, impiegando il potente “Occhio elettronico” schierato proprio nella base NATO di Incerlik.

Il rifornimento di armi e di mezzi militari è ormai in atto dalla primavera scorsa con il massiccio coinvolgimento del Qatar, dell’Arabia Saudita, già protagonisti della Primavera Araba che ha spazzato via i regimi egiziani e libici. In Siria è in corso una specie di vera e propria “balcanizzazione” della regione. La guerra civile avanza sul modello di quanto avvenuto nell’ex Yugoslavia e sembra che alla fine di aprile molti dei militanti dell’opposizione siano stati inviati in Kosovo per frequentare speciali sessioni formative di guerriglia urbana.

Un fatto è comunque certo, la Turchia da qualche mese ha abbandonato Assad al suo destino di massacratore del popolo. Una Turchia che si è anche riavvicinata in questa circostanza ad Israele e forse, operano insieme per spodestare Bashar al Assad, sotto l’ala protettrice dell’America come esplicitamente ammesso in un recente editoriale pubblicato dal New York Times. Una valutazione redatta dall’israeliano Michael Herzog e dal Turco Soner Cgaptay, analisti presso il “Washington Institute for Near East Policy”.

Il processo è destinato a subire un’accelerazione con l’abbattimento dell’aereo turco. Sicuramente la Siria difenderà la sua posizione sui motivi dell’azione militare difensiva contro un aereo che volava nei propri spazi aerei.

Peraltro, il relitto, notizia dell’ultima ora, sembra che sia stato ritrovato affondato in acque siriane, ma è poco probabile che questi elementi rappresentino vincoli significativi per la valutazione dell’Alleanza che dovrebbe riunirsi domani per decidere la propria posizione.

Nel frattempo sulla coscienza di Assad pesano circa 15.000 morti trucidati durante le repressioni di questi mesi, mentre il mondo era disattento. Siamo, però, prossimi ad un’inversione di tendenza in cui la NATO potrebbe ancora una volta giocare un ruolo da protagonista.

Un coinvolgimento dell’Alleanza indotto da un evento importante che ha toccato una Nazione che fa parte dell’Alleanza, e che potrebbe essere stato non del tutto casuale, ma anche spinto dall’iniziativa di qualche cellula interna all’esercito siriano che, ormai stanca della ferocia del Presidente Assad, è stata “accompagnata” dalla consulenza dell’Intelligence occidentale.


Roma 25 giugno 2012 – ore 12.00

lunedì 4 giugno 2012

Bieldberg 2012

La riunione 2012 del “Club Bieldberg dovrebbe essere terminata. Il condizionale è d’obbligo in assenza di ulteriori comunicazioni ufficiali successive all’annuncio che informava che i lavori si sarebbero svolti dal 31 maggio al 3 giungo 2012 negli USA, a Washington, presso l’esclusivo e riservato Hotel Chantilly del Westfields Marriot.

Bieldberg voluta per promuovere stabilità nel mondo, elaborando modelli economici dominanti, assolutamente e stabili.

Alle riunioni rigorosamente riservate hanno sempre partecipano un’ampia rappresentanza delle più importanti personalità internazionali del mondo dell’economia, dell’industria e della politica. Scopo quello di affrontare e discutere tematiche attuali in tema di economia, sicurezza ed energia.

Fra i 150 i partecipanti di questo anno, cinque gli italiani. John Elkan Presidente FIAT, Franco Bernabè AD Telecom Italia, Fulvo Conti AD ENI, Enrico Letta parlamentare italiano e Vice Segretario del Partito Democratico e Lily Gruber giornalista della rete televisiva LA7 ed ex parlamentare europea.

Di cosa si sia parlato nel dettaglio non è dato da saperlo, ma con ogni probabilità non saranno mancati i temi più importanti che stanno coinvolgendo il mondo. Sicuramente, la crisi della Siria e le sue connessioni con l’Iran, la Russia e la Cina e la crisi economica europea ed il futuro dell’Euro.

Questioni di ampio respiro e di elevata valenza e complessità, come tutte quelle che hanno caratterizzato le riunioni del Club Bieldberg a partire dalla sua fondazione nel 1954, argomenti destinati sempre, nel breve o medio periodo, a condizionare le scelte di molti Governi.

La riunione di questo anno è stata caratterizzata anche da due presenze italiane la cui finalità forse meriterebbe un qualche approfondimento.

L’Onorevole Enrico Letta rappresentante del Parlamento italiano e Vice segretario del Partito Democratico sulla cui partecipazione sarebbe auspicabile un chiarimento ufficiale della Camera dei Deputati, e Lilly Gruber, nota giornalista italiana già parlamentare europeo, eletta nelle liste dell’Ulivo.

La stessa che in tempi recenti ha avuto modo di chiedere al Presidente Mario Monti, già membro del direttivo Bieldberg, se la sua appartenenza al Gruppo fosse dettata da simpatie massoniche.

Una convinta cultrice dell’informazione tradizionalmente completa ed alla quale sarebbe molto interessante domandare se dopo che è stata seduta intorno al tavolo dei “Grandi del Mondo” rifarebbe la stessa domanda al Presidente Monti e quale coerenza politica l’ha indotta a condividere, insieme all’Onorevole Enrico Letta, il pensiero dei gestori dell’economia e dell’industria mondiale, in altre occasioni troppo spesso definiti “padroni”.

4 giugno 2012, ore 13,00

martedì 29 maggio 2012

Nuove minacce alle porte dell’Europa

All’inizio della Primavera Araba, avevamo espresso qualche considerazione sulla possibilità che l’estremismo islamico approfittando dell’entusiasmo delle popolazioni che tentavano di uscire da decenni di dittature nepotistiche stava consolidandosi sulla costa mediterranea dell’Africa per raggiungere, successivamente i Paesi che si affacciano sulle sue rive orientali del “Mare Nostrum”.

Una situazione che avrebbe potuto rivitalizzare la minaccia eversiva nei confronti dell’Occidente e dell’Europa confinante con i Paesi coinvolti, peraltro impreparata e miope di fronte ai nuovi eventi, perché unicamente impegnata a difendere, peraltro in maniera insufficiente, i propri interessi economici. (http://fernandotermentini.blogspot.it/2010_10_04_archive.html), http://fernandotermentini.blogspot.it/2011_01_12_archive.html).

Uno Tsunami che avrebbe dilagato in Libia, in Somalia, in Siria e forse toccato anche il Sudan e tutta l’Africa subsariana.

Quanto sta avvenendo in Siria è noto. La popolazione alla ricerca di un riscatto dal regime oppressivo di Assad, sulla scia della Primavera Araba da più di un anno sta cercando di uscire dalla morsa della dittatura di Assad. Immediata la reazione del regime che ormai attua una e vera e propria carneficina contro il popolo. Situazione di cui stanno approfittando cellule del terrorismo internazionale vicine ad Al Qaeda, pronte ad infiltrasi nel Paese per consolidarsi nell’area e contribuire, nello stesso tempo a tenere alta la tensione della guerra civile in corso.

In Tunisia, dopo le prime elezioni libere, il partito degli Al – Nahada (la rinascita), di ispirazione islamica sicuramente non moderata ha raggiunto il 40% dei voti (90 seggi su 217).

In Egitto il Partito dei Fratelli Mussulmani conquista sempre di più consensi e si avvia a governare il Paese.

In Libia Gheddafi è stato ucciso ed il regime annientato, ma le notizie che arrivano parlano di un’estremizzazione islamica strisciante e di una presenza ormai certa di cellule eversive vicine ad Al Qaeda.

In Libano gli Hezbollah, appoggiati dall’amico Iran, sono sempre più prossimi a conquistare la maggioranza e giorno dopo giorno alzano il livello della minaccia contro Israele.

La Primavera Araba, dunque, ha contribuito a far cadere dittature trentennali, ma, nello stesso tempo, ha favorito il consolidamento di estremismi religiosi prima sconosciuti in molte di quelle aree geografiche.

L’onda anomala non si è fermata ed ora è arrivata a lambire l’Africa subsahariana. In Mali, il movimento islamico Ansar Dine legato ad Al Qaeda ha iniziato ad imporre la legge coranica (Sharia). Nel Paese, una giunta militare vicina all’organizzazione ha deposto il Presidente Amadaou, annunciando la nascita di un nuovo Stati islamico (Repubblica dell’Azawad). Una contesto molto simile a quello di Kabul negli anni ’90, quando i Talebani si appropriarono della guida dell’Afghanistan.

La comunità internazionale per ora ignora gli eventi, limitandosi ad osservare ed esprimendo solo meraviglia per la sconfitta del Presidente Amadou Toumani Toore, considerato un esempio di democrazia ed un valido riferimento per la lotta al terrorismo. Una vittoria ottenuta dalle truppe golpiste guidate da un certo Amadou Sanogo, un Ufficiale dell’Esercito addestrato negli Stati Uniti, nell’ambito della cooperazione antiterrorismo fra Washington e Bamako, con lo scopo proprio di fronteggiare il consolidamento di Al Qaeda nell’Africa subsahariana.

Anche in questo caso, eventi che ricordano quanto avvenuto in Afghanistan, quando i gruppi di resistenza antisovietica sostenuti ed addestrati dagli americani, hanno dato origine ai Talebani ed a Bin Laden.

Nelle vicende del Mali hanno avuto un ruolo determinante le cellule di Al Qaeda già presenti nel Maghreb islamico (AQIM) che, nel tempo ed approfittando delle trasformazioni politiche in corso nei Paesi confinanti, hanno stretto alleanze con i Tuareg, pastori nomadi imparentati con le popolazioni berbere sparse nell’Africa settentrionale. I Tuareg, profondi conoscitori di tutta la regione subsariana, concentrati in Niger ed in Mali e con comunità più modeste nell’Algeria meridionale, nel sudovest della Libia, in Burkina Faso ed anche in Mauritania.

Popolazione emarginata, già fedelissima a Gheddafi, che improvvisamente ha assorbito i miliziani provenienti dalla Libia ed entrati in Mali dopo la morte del Rais. Una stima dell’ONU quantifica dai 2.000 ai 4.000 gli ex combattenti libici che si sono uniti alle tribù nomadi offendo loro anche un consistente supporto di materiale bellico portato via dagli arsenali dell’ex Esercito libico.

Un “effetto domino” conseguente anche all’intervento NATO contro Gheddafi, non previsto dall’Occidente ed dall’Europa, preoccupata solo dal possibile “tsunami di profughi” che avrebbe invaso il Vecchio Continente.

Quanto sta accadendo in Siria e nell’Africa subsahariana non può essere scisso dalla Primavera Araba e dalle vicende libiche. Gli avvenimenti lasciano presagire un futuro incerto per tutta la fascia costiera africana, che potrebbero portare l’intera regione in una situazione di crescente ingovernabilità. Una miscela esplosiva che si mescola all’indigenza delle popolazioni locali, che attualmente sopravvivono dedicandosi unicamente a traffici illeciti di droga e di armi e sono facile preda dell’estremismo islamico.

L’Occidente, continua ad osservare senza prendere decisioni. Partecipa solo all’aspra competizione internazionale per aggiudicarsi le preziose risorse energetiche e minerarie di quelle aree, che potrebbero trasformare lo Sahel in uno dei nuovi e principali focolai di crisi del mondo.

Peraltro la nascita dalle ceneri del Mali di una Repubblica dell’Azawad viene guardata con sospetto in particolare dai Paesi africani limitrofi che con ogni probabilità non accetteranno di riconoscere qualsiasi richiesta di indipendenza. Ormai, però, difficilmente riusciranno a fermare il consolidamento dei Tuareg sul territorio e l’espandersi dell’influenza dell’organizzazione Ansar Al Din, il cui leader Iyad ag Aghaly, è, peraltro, un ex Tuareg.

L’Occidente e l’Europa con i suoi confini meridionali a ridosso dell’Africa settentrionale sono sicuramente in ritardo, ma non possono più continuare ad ignorare ciò che sta accadendo, per non creare situazioni senza ritorno come avvenuto in Afghanistan dopo l’uscita dell’invasore sovietico e nei Balcani fino a Dayton.

29 maggio 2012, ore 09,00

giovedì 17 maggio 2012

Bieldberg, Trilaterale e funzioni pubbliche

Da tempo ci si interroga sull’opportunità che importanti funzioni istituzionali e politiche siano affidate a personalità che fanno parte e sono state membri in un passato recentissimo di organizzazioni che potremmo definire “Non Governative” come Il Gruppo Bieldberg e la Commissione Trilaterale. .

Nel marzo del 2003, l’eurodeputato Patricia Mackenna depositò un’interrogazione parlamentare sulla compatibilità di incarichi istituzionali europei con la partecipazione alle conferenze del gruppo Bieldberg ed alla appartenenza alla Commissione Trilaterale.

Nel testo dell’interrogazione si faceva espresso riferimento ai Commissari europei Mario Monti, Erivvi Liikanen, Pedro Solbes Mira, Gunther Verhaugen, Antonio Vittorino e Federik Balkestein. Tutte personalità titolari di incarichi rilevanti nell’ambito della Commissione Europea. Monti Commissario EC alla competitività, Liikanen membro finlandese della EC e già Governatore della Banca di Finlandia e membro del Consiglio della Banca Europea. Verhengen commissario europeo per l’allargamento dell’Europa a 25 Stati e Commissario per le imprese e l’industria nella EC presieduta da Barroso. Vittorino, portoghese, Commissario per la Giustizia e gli Affari Interni. Balkestein leader del partito liberale olandese, Commissario per il mercato interno e l’unione doganale.

Romani Prodi, all’epoca dell’interrogazione Presidente della Commissione Europea e già membro del Comitato Direttivo della Bieldberg negli anni ’80, nel rispondere all’interrogazione ammetteva che molti membri della EC avevano partecipato perché invitati a riunioni del Gruppo Bieldberg, anche nel corso del loro mandato. Altri Commissari lo avevano fatto prima, ma non avevano più partecipato una volta inseriti nella EC. Con l’occasione ufficializzava, però, la presenza di Monti, Balketein e Lamy alla riunione Bieldberg che si sarebbe tenuta il 16 maggio 2003 a Versailles.

Per quanto concerneva, invece, alla Commissione Trilaterale, Prodi dichiarava che Commissari europei non potevano essere membri della Commissione in quanto lo statuto vietava agli affiliati di esercitare funzioni pubbliche.

Le risposte del Presidente della CE furono giudicate sufficienti nei contenuti anche se non completamente esaurienti.

Il Presidente Monti poco tempo dopo sarebbe entrato a far parte del Comitato direttivo della Bieldberg http://www.bilderbergmeetings.org/governance.html e contemporaneamente avrebbe fatto parte della Trilaterale insieme ad altre personalità italiane di spicco. Per citarne alcune, Enrico Letta Vice segretario del PD e parlamentare, Luigi Ramponi Senatore della Repubblica, Giuseppe Recchi Presidente dell’ENI, Marco Pronchetti Provera ex Presidente della Telecom Italia, Carlo Pesenti membro del Consiglio di Amministrazione di Mediobanca ed altre personalità (http://pensareliberi.com/2012/01/03/i-membri-italiani-della-trilateral-commission-e-il-gruppo-bilderberg/)

Fra gli ex membri non più riportati nell’ultimo elenco perchè titolari di cariche istituzionali (http://www.trilateral.org/download/file/TC_%20list_5-12.pdf), Lucas Papandreus protagonista delle vicende greche, Marta Dassù, Sottosegretario agli Affari Esteri ed ex Direttore Generale del “Aspen Institute Italia”, un’altra delle strutture complesse che orbitano sullo scenario mondiale e per certi aspetti paragonabile alla Bildberg ed alla Trilaterale, almeno per l’appartenenza di alcuni membri in comune.

Un cenno all’Aspen. L’Aspen Institute è un’organizzazione internazionale no profit, fondata nel 1950 (http://it.wikipedia.org/wiki/Aspen_Institute) per “incoraggiare la leadership illuminante, le idee ed i valori senza tempo” (scopi forse non distanti da quelli della Trilaterale). La sede è a Washington DC, La rete internazionale comprende altre locazioni operative; a Roma, Berlino, Lione, Tokyo, Nuova Delhi e Bucarest. Una realtà internazionale finanziata da Rockefeller Brothers Found che fra i suoi membri annovera molte personalità della politica, della finanza, del mondo imprenditoriale ed intellettuali.

Alcuni dei principali membri italiani sono, Enrico Letta (membro anche della Trilaterale), John Elkan (membro anche del Gruppo Bieldberg), l’ex Direttore Generale Marta Dessù (già membro della Trilaterale) e Giulio Tremonti che è Presidente della Sede italiana (membro anche di Bieldberg).

Organizzazioni sicuramente diverse per norme statutarie e “mission”, ma in qualche modo trasversalmente collegate fra loro avendo associati in comune, alcuni di quali anche in posizione rilevante. Bieldberg e Trilaterale, in particolare, con programmi avviati che potrebbero incidere significativamente sugli assetti economici internazionali.

Sicuramente un’analisi per taluni aspetti fantasiosa, ma si ritiene rispettabile almeno fino a quando i rappresentanti istituzionali elettivi e non, membri od ex membri delle organizzazioni, non propongano elementi che aiutino a comprendere. In assenza di spiegazioni è lecito ipotizzare qualsiasi cosa, anche il rischio che vengano messi da parte le regole che caratterizzano una tradizionale democrazia espressione della volontà dei cittadini, per scivolare in forme di sinarchia o, peggio, di oligarchia.

Sinarchia (dal greco “governare assieme”, un ipotetico sistema di governo gerarchico a cui si è ammessi unicamente in base alla propria conoscenza e capacità o per i meriti acquisiti o giudicati tali durante la propria vita professionale.

Oligarchia, dal greco potere / comando, un sistema di governo affidato ad un gruppo ristretto, composto da membri scelti in base al censo determinato dalle origini natali e da affermazioni personali di natura culturale e professionale.

Quello oligarchico è un tipo di governo che si avvicina alla democrazia, ma definito da Aristotile “forma cattiva” in quanto il potere potrebbe essere esercitato anche per favorire interessi di parte a scapito di quelli della comunità.

17 maggio 2012, ore 09,30





lunedì 14 maggio 2012

Bieldberg e Trilaterale, due realtà importanti sullo scenario mondiale.

Bieldberg e Trilaterale, due strutture internazionali raramente proposte dai principali mass media internazionali e nazionali. Solo qualche iniziativa locale o personale, come la sintesi pubblicata in queste pagine (http://fernandotermentini.blogspot.it/2011_11_28_archive.html,.

Dopo 5 mesi durante i quali la situazione economica europea continua ad essere in affanno ed in alcuni Paesi Membri anche la politica sta mutando, si è deciso di riaprire l’analisi delle due organizzazioni per cercare di capire se e quanto essere possano influire sul processo di globalizzazione economica ed industriale. Infatti, fanno parte della Bildberg e della Trilaterale esponenti internazionali di spicco della finanza, della politica, dell’imprenditoria e della comunicazione, che secondo il parere di molti, possono incidere significativamente sulla storia del mondo.

Si cercherà, quindi, di approfondire i contenuti con un’analisi “tematica” che affronti singoli aspetti e caratteristiche delle due organizzazioni, cercando di proporre informazioni utili a sollecitare almeno un contraddittorio che aiuti a comprendere quale è stato e quale potrà essere sullo scenario internazionale ed europeo in particolare. il peso futuro della Bieldberg e della Trilaterale.

Un semplice travaso di notizie ricavate dalla ricerca abbastanza approfondita di informazioni pubblicate in rete, proposte senza interpretazione personali ma solo una fotografia di una realtà interessante e che merita di essere conosciuta.

Iniziamo dalla Bildberg. La storia del gruppo Bieldberg ha inizio nei paesi Bassi il 29 maggio del 1954. Ad Osterbeec, presso l’Hotel Bieldberg, il principe olandese Bernard invitò le maggiori personalità mondiali del mondo della politica, della finanza e dell’industria, istituendo una specie di tavolo di lavoro destinato a riunirsi ogni anno in differenti località occidentali. Lo scopo era quello di confrontarsi sui problemi del mondo e di studiarne le soluzioni da attuare ricorrendo agli strumenti che ciascuno degli appartenenti poteva mettere a disposizione. Immediata la percezione che il gruppo avrebbe avuto possibilità illimitate di intervento essendone membri Capi di Stato, Presidenti di Banche, Giornalisti di fama internazionale e Manager del mondo imprenditoriale ed industriale, potenzialmente in condizioni di agire autonomamente ed influire significativamente sugli equilibri mondiali, in particolare in materia politica ed economica.

Una regola fondamentale avrebbe caratterizzato il gruppo, la riservatezza. Nessun membro avrebbe mai potuto rilasciare dichiarazioni; le riunioni future si sarebbero svolte in piccole cittadine, poco popolate e oggetto di modesta frequentazione dei media internazionali. Ogni membro sarebbe stato vincolato ad assoluta circospezione e nessuno, estraneo all’organizzazione, si sarebbe potuto avvicinare ai luoghi di riunione, in particolare se giornalisti.

La Bieldberg nel corso degli anni ha consolidato la propria struttura, formando una rete di collegamenti importanti della quale fanno parte ormai componenti civili e militari. Solo per citarne qualcuno a titolo di esempio, la Radio Corporations of America (RCA) che raggruppa colossi dell’informazione come la NBC, la CBC e la ABC ed anche la NATO attraverso suoi importanti rappresentanti. Consultando Internet è stato possibile accertare quali personalità internazionali farebbero parte del gruppo Bieldberg.

All’ultima riunione dell’11 giugno 2011 svolta a S.Moritz in Svizzera erano presenti un numero considerevole di personalità del mondo politico ed economico mondiale (http://lombardia.indymedia.org/node/39288). Praticamente intorno al tavolo della riunione sedeva tutta la potenzialità decisionale dell’intero pianeta.

Tutte personalità con ruoli rilevanti sul piano nazionale ed internazionale. Per citarne alcuni, Coene Luc Governatore della Banca Nazionale del Belgio, FU Yong Vice Ministro degli Esteri cinese, Anders Rasmussen segretario Generale della NATO, Nass Matthias corrispondente internazionale di Der Zeit, Ackermann Josef Presidente del Consiglio di Amministrazione del gruppo Deutche Bank, Aggius Marcus Presidente della Banca Barclays, Micklethwait John editore capo di The Economist, Carney J.Mark Governatore della Banca del CanadaSua Maestà la Regina dei Paesi Bassi, Jose Luis Zapatero Primo Ministro Spagnolo (nel momento della riunione), la Regina Sofia di Spagna, Bill Gates capo della Fondazione Gates, Kissinger Henry, Rockefeller David ex Presidente della Chase Manhattan Bank.

Oltre a costoro anche Alumnia Joaquin Vice Presidente della Commissione Europea , Tricket Jean Calude in quel momento Presidente della Banca Centrale Europea, Bernabè Franco Presidente di Telecom Italia, Elkann John Presidente Fiata , Tremonti Giulio in quel momento Ministro dell’Economia e delle Finanze, Angela Merkel Cancelliere Tedesco e Mario Monti allora Rettore dell’Università Bocconi.

Non partecipanti alla riunione dello scorso anno ma membri della Birldberg risultano essere anche Romano Prodi, Bill Clinton, Mario Draghi, Robert Zoclick e, notizia di questi giorni, sembra che il neo eletto Presidente francese Hollande sia simpatizzante della Bieldberg ed il suo Consigliere Speciale Manuel Valis ne è, invece, membro effettivo e convinto sostenitore dell’idea di formare uno superstato federale europeo a scapito delle attribuzioni e sovranità nazionali degli stati Membri. Introdotta la Bieldberg passiamo alla Trilaterale.

La Commissione Trilaterale (da Wikipedia) è un gruppo di studio non partitico e non politico fondato il 23 giugno 1973 da David Rockefeller Presidente della Chase Manhattan Bank. A differenza della Bieldberg, si propone, almeno apparentemente, come “una struttura aperta”, non vincolata a particolari obblighi di riservatezza e del rispetto esasperato della privacy delle riunioni.

Fanno parte della Trilaterale più di trecento membri, europei, giapponesi, statunitensi, appartenenti anche alla Società civile , tutti con una posizione professionale importante. Politici, intellettuali, uomini d’affari che hanno scelto la Commissione con lo scopo di facilitare la cooperazione internazionale con lo scopo di favorire la crescente interdipendenza fra gli Stati.

Nello statuto è previsto che i membri appartengano in maniera proporzionale a tre grandi aree geografiche del mondo, Europa, Giappone, Stati Uniti d’America ed è prescritto che chiunque ricopra cariche di governo deve lasciare la Trilaterale.

Molto significativa è la descrizione che fa della trilaterale il filosofo e sociologo francese Larochelle. “La cittadella trilaterale è un luogo protetto dove le tèchme è la legge e dove le sentinelle, dalle torri di guardia, vegliano e sorvegliano. Ricorrere alla competenza non è affatto un lusso, ma offre la possibilità di mettere la società di fronte a se stessa. Il maggiore benessere deriva solo dai migliori che, nella loro inspirata superiorità, elaborano criteri per poi inviarli verso il basso (Traduzione da Wikipedia dell”Immaginarie technocratique” di Gilbert Larochelle, Montereal 1990, pag. 279”. Ne fanno parte anche molte personalità italiane (fonte http://pensareliberi.com/2012/01/03/i-membri-italiani-della-trilateral-commission-e-il-gruppo-bilderberg/). Per citarne alcuni, John Elkann Presidente della Fiat, Maurizio Sella Presidente del gruppo Banca Sella, Enrico Tomaso Cucchiani, Amministratore Delegato di Intesa San Paolo Franco Venturini Giornalista del Corriere della Sera, Marta Dassù Sottosegretario di Stato del Ministero Affari Esteri del Governo Monti, Enrico Letta Vice Segretario del Partito Democratico. Il Presidente del Consiglio Mario Monti, prima della nomina di Governo risulta che abbia fatto parte della Commissione ricoprendo anche l’incarico di Presidente del gruppo europeo. Attualmente non compare più negli elenchi dei membri disponibili in rete.

14 maggio 2012 , ore 14,00