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martedì 12 maggio 2020

LA LIBERAZIONE DI SILVIA ROMANO UN SUCCESSO OD UNA SCONFITTA DEL GOVERNO ITALIANO?


Il rientro in Italia di  Silvia/Aisha Romano sotto il profilo umano è stato un successo come ha sottolineato una signora milanese ad un TG nazionale. Sicuramente per la ragazza è stata una gioia rivedere i propri congiunti, uno stato d’animo, però, in contrasto con quello che è stato sbandierato come un successo del Governo italiano.

 Un buon risultato, ma un po’ caro se venisse confermato che sono stati pagati 4 milioni per il riscatto ai quali vanno aggiunti i costi vivi, uno per tutti gli 8000 dollari  ogni ora di volo del Falcon.

Silvia peraltro ha beffato lo Stato italiano presentandosi alle reti televisive, al Premier ed al Ministro degli Esteri indossando l’Jiibab, l’abito di cerimonia delle donne somale delle tribù Orma e Bravani dislocate ai confini fra Somalia  e Kenia, aree in mano agli estremisti islamici di Al-Shabaab.

La ragazza, appena ha toccato il suolo italiano ha sottolineato la sua conversione all’Islam per una libera scelta che merita il massimo rispetto ma che nello stesso tempo evidenzia come probabilmente quello che sembra un successo del Governo italiano è di fatto una sconfitta pericolosa in quanto il pagamento del riscatto potrebbe favorire  “indirettamente” l’acquisto di armi da parte dei terroristi.

Un risultato quanto mai discutibile specialmente in questo momento in cui quei soldi potevano essere necessari per soddisfare alcune esigenze del popolo italiano legate ai danni provocati dal COVID-19.

Anche l’aver consentito  gli assembramenti  a Ciampino ed a Milano  sotto l’abitazione della Signora Romano senza che fosse preso alcun provvedimento non è sicuramente un risultato positivo in uno Stato di diritto che applica sanzioni ad un marito fermato mentre andava a prendere la moglie infermiera dopo 14 ore di lavoro o ad  una madre che accompagna la figlia in ospedale.

Non successi politici, piuttosto un’altra figuraccia in ambito internazionale nel momento che lo Stato Italiano cerca  risorse per risollevare l’economia nazionale e per gratificare coloro che per la Patria sacrificano la propria vita come i sanitari morti di COVID, i militari che operano nelle aree calde del mondo, le Forze dell’Ordine che garantiscono la sicurezza.

Lo Stato è stato presente  per accogliere Aisha rientrata in Italia, ma assente ai funerali dell’Agente di PS Pasquale Apicella morto a Napoli nell’espletamento del proprio dovere.

Roma 11 maggio 2010, ore 21,00

Fernando Termentini (con il contributo di pensiero di Maria Cristina Basile)


martedì 14 giugno 2011

La nuova minaccia di Al Qaeda arriva dall'Africa


Molti analisti concordano sulla certezza che Al Qaeda stia organizzando "strutture operative dormienti" nella fascia occidentale del Continente africano. Senegal, Guinea Bissau, Mali, Nigeria, Niger e Togo sono le aree dove è più elevata la probabilità di un futuro radicamento eversivo pronto ad impegnarsi in una futura jihad mondiale estesa, anche, a quei paesi arabi che, sulla scia di ritrovate democrazie, intendono avvicinarsi all’Occidente, superando le divisioni religiose e culturali. Nuove strutture pronte ad attivare un network operativo con i gruppi terroristici già presenti da tempo nel Corno d'Africa, attestati sulle sponde del Golfo di Aden ed in collegamento con i quaedisti in Yemen. La presenza in Africa di importanti esponenti di Al Qaeda è confermata da fatti recentissimi, come la morte di Fazul Abdullah Mohammed, ucciso casualmente ad un posto di blocco in Somalia, nei pressi di Mogadiscio. Fazul, responsabile degli attentati del 1998 in Kenia ed in Tanzania nonché finanziatore ed addestratore dei gruppi eversivi di Al Shabaab i miliziani islamici fedeli ad Al Qaeda, era uno dei terroristi più ricercati al mondo. A lui, lo stesso Osama Bib Laden avrebbe affidato il compito di organizzare strutture terroristiche in Africa Orientale. Dall’altra parte del Golfo di Aden, a Sanha nello Yemen, la situazione è ormai fuori controllo, nonostante che USA ed Arabia Saudita stiano cercando di evitare una possibile crisi che potrebbe trasformare la Regione in un altro Afghanistan. In Siria, sulle sponde orientali del Mediterraneo, la situazione sta precipitando e certamente non sarà risolta attraverso l’inconsistenza delle sanzioni internazionali. Rivendicazioni di democrazia per lo più derivate dalla "primavera araba" che si è presentata sulle sponde del Mediterraneo e che, seppure da molti guardata con la massima simpatia, potrebbe, invece, trasformarsi in un boomerang per chi, come l’Europa, si affaccia sul “Mare Nostrum”. L’inerzia dell’ONU e dell’Unione Europea, certamente non favoriscono l’evolvere costruttivo della situazione in quanto sembrano prediligere soluzioni estemporanee, spesso improvvise ed affrettate. Non in ultimo l’accordo raggiunto in occasione del recente G8 con cui i Paesi Membri si sono impegnati ad aiutare economicamente le nuove democrazie emergenti sulle rive del Mediterraneo. Una cambiale a favore di utenti finali ancora non ben configurati e che potrebbero essere rappresentati, invece, da nuove realtà politiche destinate ad allargare la forbice delle incomprensioni fra Occidente ed Islam. Contrasti che subito, dopo l’estate, potrebbero presentarsi come un vero e proprio “ritorno di fiamma” attraverso ulteriori rivendicazioni, se le aspettative della gente saranno ancora una volta illuse. Le popolazioni islamiche sul Mediterraneo potrebbero, infatti, manifestare di nuovo la loro frustrazione e lasciare spazio ad iniziative eversive destinate quasi sicuramente a sfociare in un vero e proprio confronto armato destinato a dilagare fra l’Africa del nord, la zona sub sahariana ed il Corno d’Africa. Una serie di eventi estremi in cui potrebbero essere impegnati i giovani pronti a sacrificarsi immolandosi, (Shahid - martiri), perchè sconcertati dal mancato rispetto delle promesse di facile democrazia. Giovani che hanno avuto pochissimo dalla vita e sono amareggiati per non essere riusciti a ottenere risultati significativi per la patria e la famiglia. Costoro, potrebbero individuare nel "paradiso di Allah” una ricompensa idealistica di tutta soddisfazione. Se ciò avvenisse, Al Qaeda ed i gruppi terroristici ad essa collegati avrebbero realizzato il loro disegno strategico di espandersi in Africa per controllare consistenti risorse energetiche e di materie prime destinate all’Occidente. L'Europa ed Israele sarebbero le prime realtà occidentali a subire le conseguenze della nuova ondata di terrorismo globale. Qualcosa è, già in fermento. In questi giorni il SITE, il centro americano di monitoraggio dei siti islamici, ha riferito che dopo la morte di Osama Bin Laden i musulmani che vivono in Occidente sono stati chiamati alla jihad in "territorio nemico". Nel video intitolato "siete responsabili di voi stessi" prodotto da As-Sahah, il braccio mediatico di Al Qaeda, compare l’egiziano Al Zawahiri che invoca la guerra santa. Nello stesso video, l'americano Adam Gadaham, portavoce del network, afferma, fra l'altro, che gli islamici residenti in Occidente, "sono nella condizione perfetta per svolgere un ruolo decisivo nella jihad contro i sionisti ed i crociati". Aggiunge, "è importante che costoro colpiscano gli istinti bellicosi dei nostri sporchi nemici prendendo di mira personalità pubbliche, influenti nell'ambito dei media, dei governi e delle economie sioniste e crociate". Esistono, quindi, tutti i presupposti perchè cellule dormienti sparse nel mondo rivitalizzino il ruolo eversivo di Al Qaeda, riannodando le maglie della sua rete da tempo strutturata nel mondo, riproponendo una minaccia terroristica allargata destinata a favorire su scala mondiale lo scontro fra civiltà. Un motivo riscatto della tradizione coranica da parte degli integralisti, per cancellare il decadimento della cultura araba e musulmana provocato dalle ingerenze occidentali e che potrebbe partire dal controllo di Al Qaeda di importanti aree geografiche africane, dall’Atlantico al Mediterraneo. Le alleanze eversive, peraltro, sono in continuo aumento con gente di Al Qaeda che hanno ormai raggiunto anche il sud del Libano, dove sono attivi nuovi gruppi fondamentalisti, che trovano facile copertura nei campi profughi palestinesi, come quello di Ain El Hilweh, vicino a Sidone. Anche i segnali che arrivano dalle aree islamiche che si affacciano sul Mediterraneo e che per prime hanno ospitato la primavera araba, non sono incoraggianti. L'Egitto del dopo Mubarak apre il valico di Rafat strizzando l'occhio ad Hamas e, contemporaneamente, permette il passaggio di Suez a navi da guerra iraniane dirette verso il Mediterraneo. La Tunisia priva di risorse economiche si affida agli aiuti internazionali scegliendo i partner privilegiati solo sulla scia dei ritorni economici. La Libia, ora sconvolta dalla guerra civile è quanto prima destinata a cambiamenti il cui esito, allo stato attuale, è difficile prevedere. In Somalia non esiste un Governo operativo e domina la pirateria contro il naviglio commerciale occidentale diretto verso il Mediterraneo. Obama e l'Europa osservano e scelgono la strada degli aiuti economici, sicuramente più facile e demagogica rispetto ad una seria e costruttiva azione di politica estera. Forse opportuni per ricomperare le antiche alleanze messe in discussione dalla caduta di Mubarak e di Ben Ali' e per accattivarsi la fiducia dei nuovi regimi. Nel frattempo l'Arabia Saudita, autonomamente, si sta impegnando ad avviare una grande alleanza mussulmana, coinvolgendo Pakistan, Indocina, Malesia e gli Stati islamici dell'Asia Orientale. Una situazione in continua evoluzione che potrebbe allargare a tutto il Nord Africa lo stato di conflittualità che ora gravita in Afghanistan in Iraq ed in Palestina. Non è lontano il rischio di una escalation globale che gravitando sul Mediterraneo potrebbe coinvolgere la Siria, il Libano, l’Iran, la Somalia. Se ciò avvenisse, non saranno determinanti gli aiuti economici, ma un concreto e costruttivo impegno occidentale a sviluppare azioni di Capacity Building per favorire le nuove generazioni islamiche che intendono partecipare alla stabilità democratica del mondo, riconsegnando al Mediterraneo il ruolo di collettore della stabilità internazionale.
15 giugno 2011 - ore 16.00

mercoledì 25 agosto 2010

AL Qaeda minaccia il Golfo di Aden

Mogadiscio, la capitale della Somalia martirizzata da anni di guerra civile ieri ha subito un altro attacco del terrorismo internazionale vicino ad Al Qaeda. Tre uomini armati, appartenenti al movimento integralista degli Shabaab (il cui portavoce ha rivendicato l’evento), hanno sferrato un’azione combinata colpendo un albergo della città, uno dei pochi funzionanti. E’ abitualmente frequentato dai membri del Governo provvisorio somalo che risiede a Nairobi in Kenia e si trasferisce di volta in volta a Mogadiscio utilizzando l’infrastruttura assaltata, considerata in area sicura in quanto molto vicina a Villa Somalia, sede ufficiale governativa. Il Ministro somalo dell’Informazione Abderrahman Omar Uthman riferisce di 41 vittime, mentre secondo Al Jazira i morti sono almeno 60 con decine di feriti. A prescindere dalle cifre contrastanti sui coinvolti, ciò che è accaduto riconferma le ipotesi di una penetrazione in Africa del terrorismo internazionale che, sotto la gestione di Al Qaeda, sta impossessandosi di una regione del mondo importantissima, il Corno d’Africa. Un’area geografica che si affaccia sul Golfo di Aden di fronte allo Yemen e che ospita le maggiori rotte commerciali e di rifornimenti energetici trasportati via mare. Un tratto di acqua dove i “cosiddetti pirati somali” imperversano da tempo e colpiscono, quando vogliono nonostante il presidio di consistenti Forza Navali internazionali. A distanza di quasi 20 anni le travagliate vicende che dall’inizio degli anni novanta hanno sconvolto la Somalia, non sono ancora risolte. La comunità internazionale, in questo lasso di tempo, ha troppe volte sottovalutato l’importanza di questa regione africana lasciando insoluti problemi che sicuramente aiutano il terrorismo internazionale. A tale riguardo, è assolutamente condivisibile l’analisi del Ministro Frattini, quando afferma ''se consegniamo la Somalia al terrorismo islamico fondamentalista, tutto il Corno d'Africa precipiterà nel caos''. L’UE e l’ONU continuano a condannare, riversano milioni di aiuti economici sul territorio spesso utilizzati dai “signori della guerra” locali ma non si impegnano in iniziative concrete. Quanto avviene in Afghanistan, in Iraq non viene letto in sistema con quanto accade nel Golfo di Aden, nello Yemen e nell’Africa subsariana. Nel 2003 ci fu un impegno internazionale per controllare lo spazio marino che divide l’Asia dall’Africa, proprio per prevenire possibili insediamenti terroristici di Al Qaeda nel Corno d’Africa, come in passato era già avvenuto in Sudan. Oggi è presente ancora uno schieramento navale militare internazionale che però sembra solo orientato a prevenire e sventare atti di pirateria contro il commercio marittimo piuttosto che a bloccare un travaso di cellule terroristiche. In questo contesto, la presenza dei pirati nel Golfo di Aden è aumentata ed è evoluta con un crescente pericolo per il commercio marittimo e con il consolidamento di basi logistiche ben strutturate, pronte a fare da sponda fra le due rive del Golfo. I gruppi terroristici da sempre presenti in Somaliland e nel Puntland sono impegnati a portare avanti accordi con la pirateria per instaurare una collaborazione attiva che esalti lo stato di tensione. I terroristi utilizzano i pirati e le loro conoscenze di quel tratto di mare per garantire sostegno alle loro attività eversive ed i pirati oltre ad abbordare il naviglio commerciale, controllano il golfo e garantiscono la sicurezza per il passaggio “double way” di navi cariche di armi ed esplosivo e di gruppi operativi da o verso l’Afghanistan, lo Yemen o l’Iraq. Una situazione di criticità che si sta allargando con la presenza di Al Qaeda anche nella fascia subsahariana e nei Paesi del Magreb (Mauritania, Niger, Mali, ecc.), dove si verificano da tempo episodi simili a quanto avviene in mare e che inducono a pensare ad una regia comune. Nel Golfo di Aden i corsari saccheggiano le navi e sequestrano gli equipaggi, la regione subsariana è affidata alla “alta vigilanza” di bande dedite al sequestro di persona e di convogli. Molti analisti ormai condividono la certezza che i pirati, un tempo pescatori, ora sono divenuti combattenti organizzati, strutturati in vere e proprie unità operative complesse coordinate da “Consiglieri Militari” di Al Qaeda o da altri esperti del terrorismo islamico estremista. L’attacco di ieri a Mogadiscio conferma che i terroristi si muovono come e quando vogliono, per cui i problemi non possono essere lasciati alla deriva ed alla tempistica che caratterizza la diplomazia internazionale. La situazione deve, invece, essere affrontata con urgenza e con azioni incisive che cancellino il rischio che la Somalia possa diventare un nuovo Afghanistan. Non ”dichiarazioni di intenti” ma immediati sforzi congiunti che coinvolgano anche forze militari occidentali da affiancare all’attuale impegno dell’Unione Africana, oggi unica presente in area per mandato ONU. Una task force a cui affidare il compito di efficace contrasto alla pirateria marittima non limitato alla sola difesa delle rotte commerciali e nello stesso tempo un capillare ed affidabile controllo del territorio, in particolare in Somaliland. In caso contrario sarà sempre crescente il rischio che con la complicità dei pirati somali, organizzazioni operative di Al Qaeda si trasferiscano attraverso lo Yemen nel Corno d’Africa provenendo dalle Aree Tribali pakistane e da molte province afgane ormai non più sicure. Se ciò avvenisse, il ricatto terroristico oggi proposto con l’impiego degli IED sarebbe arricchito dal controllo delle rotte commerciali e delle “vie del petrolio” da oriente verso occidente ed il Golfo di Aden potrebbe diventare un crocevia di traffici illeciti, primo fra tutti armi, droga e cellule terroristiche dirette ad Ovest.
25 agosto 2010

lunedì 21 giugno 2010

Somalia, obbligo di barba a Mogadiscio

Hezb al-Islam, gruppo di insorti islamici somali ha disposto che in Somalia la popolazione maschile deve farsi crescere la barba in quanto “dovere morale imposto da Maometto” (ANSA). Un’invenzione che potrebbe rappresentare un semplice aneddoto multiculturale ma che, invece, nel momento storico particolare andrebbe osservata con attenzione considerando i trascorsi storici che nel tempo e nel mondo mussulmano hanno visto protagonista “la barba”, segno distintivo di precise prese di posizione politiche e religiose. L'ultima importante legge dei talebani emanata nel 1998 riguardava proprio la "Barba lunga almeno un palmo" che seguiva altre esasperate norme come il divieto dell’uso dei televisori e la soppressione del codice civile afgano. Leggi dettate da interpretazioni non moderate delle regole islamiche e che insieme ai limiti imposti alla popolazione concludevano la preparazione di quanto sarebbe avvenuto l’11 settembre. Una lunghezza "coranica" della barba, che non doveva essere più corta della larghezza di una mano e seppure non paragonabile ai limiti imposti alle donne di coprirsi il volto, sembrava voler imporre anche agli uomini una specie di velo "peloso". La foggia della barba nei paesi islamici ha rappresentato sempre un modo per rappresentare il dissenso per ogni forma di laicismo politico e culturale che abbattesse le regole religiose a favore di una interpretazione laica dello Stato. Un’espressione di costume che insieme alla veste bianca caratterizza le popolazioni di molti paesi, in particolare i più giovani della società che in questo modo dimostrano di essere pronti ad impegnarsi per l’Islam. La norma somala è stata annunciata da Moalim Hashi Mohamed Farah, uno dei capi del movimento, che in una conferenza stampa ha sottolineato che “farsi crescere la barba è un dovere morale, ordinato dal nostro profeta Maometto e noi dobbiamo difendere questa pratica religiosa”. Un analogo ordine era stato imposto mesi fa da un altro gruppo rivale di ribelli musulmani somali, gli Shebab, che si richiamano ad Al Qaeda e che insieme agli Hezb al-Islam controllano il centro sud della Somalia e la maggior parte dei quartieri di Mogadiscio dove hanno imposto regole molto severe in nome di un'interpretazione integralista dell'Islam. Gli Shebab, peraltro, dispongono anche di una polizia religiosa e sono attivissimi nell'imporre regole e restrizioni di antica tradizione tribale come amputazioni, lapidazioni, esecuzioni in piazza e distruzione delle tombe dei non musulmani con il pretesto di lottare contro l’idolatria. In Somalia è in atto, quindi, un approccio religioso estremo che tenta di sostituirsi all’interpretazione laica dello Stato dove l'Islam praticato è moderato ed influenzato dall’antica tradizione del “sufismo”, come scienza della conoscenza diretta di Dio attraverso dottrine e metodi derivati dal Corano. Il “wahhabismo” che ora è invece rivendicato dagli Shebab, mutuato dalla vicina penisola arabica e fino ad ora considerato estraneo dalla cultura locale somala, è, notoriamente arroccato su posizioni religiose estreme, sull'osservanza rigorosa del Corano e sulla severa condanna delle consuetudini religiose che nel tempo possano offuscare le pratiche devozionali dei musulmani. Un improvviso “risveglio religioso” in un paese che ha un ruolo fondamentale del Corno d’Africa, che si affaccia sul Golfo di Aden e che ospita fazioni molto prossime alle principali organizzazioni terroristiche internazionali alcune delle quali molto vicino agli estremismi islamici del Centro Asia. Un’improvvisa inversione di tendenza per ora limitata “alla lunghezza della barba” ma che viene ufficializzata contemporaneamente alla notizia di undici navi da guerra americane fra cui una portaerei ed una nave da battaglia israeliana che “sembra” abbiano attraversato il canale di Suez dirette verso l’Oceano Indiano. La coincidenza di un futile fatto di costume a se stante o una “chiamata” per i fratelli dormienti ?
21 giugno 2010

lunedì 15 marzo 2010

Gli aiuti ONU in Somalia

Domani 16 marzo dovrebbe essere consegnata al Consiglio di Sicurezza ONU una relazione riservata sulla gestione degli aiuti delle Nazioni Unite destinati alla Somalia per assicurare la sopravvivenza di circa 2 milioni e cinquecentomila somali sparsi su tutto il territorio e da anni sotto la mannaia della guerra civile. Il Programma Alimentare delle Nazioni Unite (PAM) in Somalia ogni anno gestisce circa 450 milioni di dollari per garantire cibo e quanto altro necessario ad una popolazione priva di tutto. Una cifra assolutamente rilevante, circa il 50% delle risorse annuali amministrate dall’Agenzia per portare aiuti in tutto il mondo. Non tutte le risorse economiche sono impiegate per assicurare il cibo e gli aiuti che occorrono. Il 30% è destinato a garantire le retribuzioni e la logistica di funzionamento del personale delle NU che opera nel Paese. Un 10% per pagare i trasporti delle derrate alimentari e degli altri aiuti che in teoria dovrebbero raggiungere tutta la popolazione. Questa attività è gestita con criteri monopolistici da tre famiglie locali di cui una molto vicina ai Talebani di Al Qaeda dislocati in Somalia, gli Sheebaab, da sempre oppositori del governo provvisorio. Gli aiuti arrivano via mare ai principali porti di Mogadiscio, Merca, Borraso, trasportati da navi scortate fino in rada dalle marine militari internazionali schierate per contrastare la pirateria nel Golfo di Aden. Nei porti il materiale viene preso in carico dai trasportatori che dovrebbero raggiungere i punti più reconditi della Somalia, scortati da un servizio di sicurezza garantito da un’organizzazione molto vicina ai “Talebani somali” che allo scopo ricevono congrui compensi (si parla di 40.000 US$ a viaggio). Gli autocarri, però, appena lasciate le banchine portuali si disperdono sul territorio, la merce raggiunge i magazzini di clan locali per ritornare di lì a poco sui mercati senza nemmeno che sia strappata l’etichetta che riporta la scritta “UN Aids” (Aiuti delle Nazioni Unite). Olio, riso, frumento, farina vengono esposti sui carrettini dei mercatini delle città. in particolare di Mogadiscio nei pressi del triste “Quarto Miglio” vicino ai resti di un arco di trionfo, retaggio della presenza coloniale italiana. La popolazione per sopravvivere deve quindi ricomprare ciò che la comunità internazionale ha fatto arrivare come dono, assicurando una fonte di reddito significativa che giornalmente rimpingua le casse dei clan locali, molti dei quali affiliati ad Al Qaeda. Una realtà nota a chi conosce quelle aree per esservi vissuto a lungo e che improvvisamente, quasi fosse qualcosa di nuovo e sconosciuto, attira l’attenzione dei maggiori organi di informazione nazionali ed internazionali. Talmente strana ed inopinata da diventare oggetto di una relazione specifica per il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, come se si trattasse di un nuovo scandalo fra i tanti che caratterizzano il secolo e di cui le NU non sono indenni. Ma non è così. Piuttosto è calzante affermare che “nulla di nuovo è sotto il sole”, nemmeno la latitanza degli organi di controllo internazionale che dovrebbero gestire gli aiuti e che invece si limitano ad interventi sporadici e non esercitano il loro mandato attraverso un costante e capillare monitoraggio. La realtà somala proposta come novità invece non è altro che espressione attualizzata di quanto è sempre avvenuto in quel paese, fin dal lontano 1993 anche in presenza delle truppe internazionali che parteciparono alla operazione “Restore Hope” (Ridiamo speranza) voluta proprio dalle Nazioni Unite (http://www.fernandotermentini.it/somalia.htm). Anche allora gli aiuti arrivavano via mare, la merce era caricata su automezzi che subito dopo essere usciti dal piazzale del Porto Vecchio di Mogadiscio sparivano nel paese inghiottiti dai magazzini dei potenti di allora. Il trasporto era assicurato da un’organizzazione gestita da un tale Signor Marocchino, italiano di nascita e somalo di adozione, venuto improvvisamente alla ribalta in occasione dell’omicidio di Ilaria Alpi e del suo fotoreporter. Le derrate ricomparivano di lì a qualche giorno sugli stessi mercati di oggi, come fotografie dell’epoca evidenziano, con criteri regolati da Aidid ed Alimadi, i due Signori della Guerra che in quel tempo si erano spartiti Mogadiscio e quindi la Somalia. La novità di oggi rispetto al passato è rappresentata dal budget lievitato e dalle fazioni di Al Qaeda e dei fondamentalisti islamici che si sono sostituite alle milizie dei Signori della Guerra dell’epoca e dal fatto che il Signor Marocchino, se ancora presente in Somalia, divide il business insieme ad altri molto vicini ai Talebani. Una maggiore attenzione e controllo internazionale avrebbe evitato, forse, la sorpresa e la meraviglia di oggi a totale vantaggio della popolazione ed impedendo ad una componente significativa di Al Qaeda di radicarsi sul territorio e ricavare a danno dei somali risorse economiche utilizzabili anche per scopi terroristici. Invece, anche la Somalia, un tempo paese islamico moderato, deve subire “le regole del mullah Omar” ed alle donne è proibita qualsiasi attività, anche quella di lavorare all’interno delle organizzazioni ONU impegnate a garantire la sopravvivenza della popolazione. Un’errata valutazione della realtà di un paese del Corno d’Africa strategicamente importante per collocazione geografica ha permesso il consolidamento nell’area di una importante struttura terroristica che in parte si garantisce autofinanziamenti derivati da una poco attenta gestione degli aiuti internazionali. Una struttura terroristica ben organizzata pronta ad interfacciarsi con i fratelli che vivono in Yemen per il controllo del Golfo di Aden, arteria strategica per i rifornimenti energetici ed il commercio internazionale. Un processo forse già avviato dai pirati somali che ogni giorno perfezionano le loro tattiche ed incrementano il loro potenziale operativo con gli attacchi ai navigli commerciali, affinando le loro tecniche con le quasi quotidiane “prove generali”.


15 marzo 2010

martedì 9 febbraio 2010

Le ultime minacce di Al Qaida

Said al Sheri il numero due di Al Qaida dichiarato morto dal governo dello Yemen dopo che a dicembre 2009 erano state bombardate basi dell’organizzazione terroristica nel Paese, è invece vivo e vegeto. Con un messaggio audio diramato su Internet ha, infatti, chiamato a raccolta i sui adepti inneggiando alla guerra santa (jihad) contro l’Occidente ed in particolare nei confronti di Israele. Lo ha fatto con un approccio diverso rispetto ai vari proclami del passato, sicuramente più completo non avendo preannunciato solo generici attacchi terroristici ma avendo descritto un preciso obiettivo di rilevanza strategica: il Golfo di Aden. Un target importantissimo in quanto il Golfo è la via marittima di comunicazione con il Mar Rosso e, quindi, con il canale di Suez. Una rotta di primaria importanza la cui interdizione potrebbe avere ricadute pesanti per le economie occidentali ed in particolate per Israele. Con ogni probabilità siamo di fronte all’ennesimo proclama di un irriducibile della guerra terroristica quale è Said al Sheri reduce dalla prigionia di Guantanamo dopo essere stato braccio destro di Bin Laden, ma le dichiarazioni non possono essere semplicisticamente considerate come una “chiamata jihadista” con valenza solo propagandistica. Potrebbe essere, invece, un messaggio ai militanti di Al Qaida che operano e si addestrano in Somalia sull’altra riva del Golfo di Aden proprio di fronte allo Yemen, per sottolineare l’esistenza di un link operativo attivo con una delle fazioni più consistenti dell’organizzazione terroristica. Una risposta alla dichiarata disponibilità di “varcare il tratto di mare” resa pubblica dagli integralisti islamici somali poco dopo il fallito attentato al volo della Delta Airline in cui fu protagonista un terrorista addestrato proprio in Yemen. Una comunicazione di guerra quasi in sovrapposizione a quanto affermato dai Talebani in Afghanistan sulla disponibilità di un IED moderno in grado di aggirare le contromisure delle Forze della NATO ed alle accuse rinnovate in Iran da Khamenei contro il mondo occidentale seguite dagli attacchi odierni di miliziani contro le Ambasciate francese, olandese ed italiana, mentre il Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad rilancia la sua sfida di produrre uranio arricchito. Solo provocazioni o piuttosto minaccia incombente ?

9 febbraio 2010