mercoledì 20 marzo 2013

La Asthon sussurra e l’India continua ad agitarsi

Catherin Asthon, l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri, finalmente dopo 13 mesi ha riacquistato la memoria e la voce.
 
La baronessa, per il tramite del Suo portavoce,  ha infatti finalmente espresso  preoccupazione sulle decisioni della Suprema Corte indiana di proibire all’Ambasciatore italiano di lasciare l’India. Una decretazione in palese contrasto con la Convenzione di Vienna del 1961 (ratificata dall’India nel 1965 n.d.r.) che garantisce diritti di immunità ai rappresentanti diplomatici accreditati.

L’Alto Rappresentante ha improvvisamente preso coscienza che l’India dal 15 febbraio 2012 continua a violare il Diritto Internazionale per quanto attiene alla vicenda che ha coinvolto i nostri Fucilieri di Marina Massimiliano La Torre e Salvatore Girone. In particolare, l’omessa applicazione nei loro confronti della “immunità funzionale” prevista dal Diritto Consuetudinario e quanto altro riguarda gli accordi sottoscritti con la Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare.

La Asthon finalmente ha ritrovato la voce, ma  si limita solo ad auspicare un accordo fra le parti. Non assume, invece,  posizioni precise che invece si auspicherebbero per chi è stato designato a garantire gli Stati Membri sul piano internazionale.

Le parole della Asthon seguono dopo un giorno le dichiarazioni del Presidente del Partito del Congresso indiano Sonia Ghandi che ”italiana diventata indiana” ha giudicato il comportamento italiano come un tradimento e si è impegnata a far di tutto perché i nostri Marò rientrino in India.

 Sonia dichiara “la sfida del governo italiano sulla questione dei due militari ed il tradimento dell’impegno dato alla Corte Suprema sono assolutamente inaccettabili”  e continua minacciosamente che “A nessun Paese può essere concesso, dovrebbe e sarà permesso di sottovalutare l’India”.

Due dichiarazioni diverse. La prima modesta, la seconda arrogante e minacciosa che conferma come in India si interpretato il concetto di democrazia. Quella della Asthon discreta  nei contenuti, sfumata quasi per non “disturbare”  l’antica colonia che nei secoli è stata fonte di prosperità per la Gran Bretagna. Forti le parole della Gandhi, dettate da motivi politici in quanto il Partito del Congresso indiano è da tempo oggetto di attacchi dell’opposizione che la imputa di essere troppo accondiscendente nei confronti dell’Italia e dall’influenza su Delhi del Kerala distante anni luce dalla politica del Governo centrale.  

La Asthon sussurra e l’India alza la voce rifiutandosi anche di dar seguito alle reiterate richieste italiane di consultazioni come previsto dalla Convenzione sul Diritto del Mare (UNCLOS). Riconsegnare i nostri due Marò in questo contesto significherebbe estradare di nuovo due cittadini italiani in uno Stato che intende giudicarli per ipotesi di reato per le quali e prevista la pena di morte. Una consegna che contrasta con gli articoli 26, 25 2 111 della Costituzione che ripeterebbe quanto avvenuto il 18 febbraio 2012 sulla banchina del porto di Koci.

L’Italia sicuramente in questo momento è stata lasciata sola dall’Europa nonostante il flebile dire  della Asthon che, invece, potrebbe alzare la voce se non altro tenendo conto della stretta collaborazione avviata con l’India tra i partner extra  UE nell’ambito del Settimo Programma Quadro (2007-2013), grazie al quale l´India partecipa a numerose azioni cofinanziate  dalla  Commissione  Europea, per programmi di  ricerca  in  alcuni  ambiti  strategici,  tra  cui  salute,  ambiente, settore agroalimentare e biotecnologie.

Obiettivi importantissimi per lo Stato asiatico dove è stimato che oggi, nonostante la crescita, risieda circa un terzo della popolazione mondiale che vive in stato di povertà.

Di fronte a tale situazione, l´Unione si é impegnata ad aiutare il governo indiano per ridurre la povertà del Paese attraverso una serie di misure concrete in materia di sanità, uguaglianza dei sessi e accesso all´insegnamento primario, per le quali sono stati erogati  260 milioni di euro di fondi a favore dell’India nel periodo 2007-2013.

Iniziative pregevoli che coinvolgono tutti gli Stati Membri dell’Unione, sia economicamente sia politicamente e che prevedono un preciso ruolo di vigilanza del Parlamento Europeo.  Un’attenzione quella di Strasburgo che è previsto sia accompagnata dalla promozione e dal sostegno dei  Parlamenti  degli Stati dell’Unione.

Forse nell’intera vicenda dei due Marò è mancata e continua a mancare la giusta incisività di un  

Paramento nazionale che rivendichi il suo ruolo in ambito europeo, agendo incisivamente e per gli aspetti di competenza sullo sviluppo del Piano Strategico dell’UE a favore dell’India ed induca  Sonia Gandhi a rivedere le sue posizioni.

 Un’unica realtà oggettiva è comunque certa. E’ imperativo non dare il minimo spazio alle decisioni arbitrarie della Suprema Corte di Delhi che potrebbero rappresentare un precedente pericolosissimo in ambito internazionale. Il diritto di immunità dei diplomatici è fatto consolidato e non può essere messo in discussione come peraltro più volte confermato dalla Corte Internazionale di Giustizia.

Roma 21 marzo 2013 – ore 15,30

 

lunedì 18 marzo 2013

L’India annaspa


Gli indiani stanno annaspando dopo la decisione italiana di non fare rientrare in India i due Fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone entro la data del 22 marzo prossimo giorno in cui scadrà la licenza di quattro settimane loro concessa.

Il potere giudiziario indiano si arroga il diritto di non validare l’immunità dell’Ambasciatore italiano nel rispetto della Convenzione di Vienna sottoscritta anche da New Delhi fin dal 1965.

L’inviolabilità comporta una serie di garanzie per colui che ne ha titolarità che non posso essere disattese da uno Stato sovrano e tantomeno da un Tribunale.  Colui al quale viene riconosciuto il diritto di immunità  con un atto formale di “gradimento” da parte di uno Stato sovrano, non può essere fermato dalla Polizia, non può essere perquisito né individualmente nè dove lavora o alloggia. Al massimo lo Stato può annullare il gradimento e rimpatriare l’interessato, ma mai limitarne la libertà personale.

Il Governo di Delhi potrebbe “sussurrare” un divieto di movimento per lanciare un segnale politico, ma sicuramente nessun atto giudiziario potrebbe impedire ad un Diplomatico di rientrare in Patria. Qualora invece l’Ambasciatore italiano fosse trattenuto si eserciterebbe nei suoi confronti un atto arbitrario configurabile nella presa di “ostaggio”, azione di estrema gravità se commesso da un Paese che ha aderito alle regole del Diritto internazionale  e che susciterebbe la disapprovazione del mondo intero. 

L’India sta dimostrando di brancolare nel buio. Falchi e colombe si pronunciano minuto dopo minuto accavallandosi nelle dichiarazioni dando corpo a contrasti interni mai cancellati ma  sempre esistiti e dovuti alle  differenze di casta che nei decenni hanno contraddistinto la cultura e la tradizione indiana. Questa volta i magistrati di fronte ad un esecutivo che ancora non si pronuncia,  ma che è l’unico a poter decidere se l’Ambasciatore italiano deve essere espulso perché non gradito o a confermare la fiducia nei suoi confronti.

In questo contesto un fatto è certo : i Giudici indiani sanno di non avere alcun diritto di sottoporre a giudizio i nostri Marò e stanno annaspando facendo finta di disconoscere anche i contenuti della Carta delle Nazioni Unite di cui l’India fa parte. In particolare l’Articolo 33 del Capitolo 6 della Carta che obbliga gli Stati a trovare soluzioni pacifiche in caso di controversie internazionali, ricorrendo ad ogni possibile concertazione diplomatica che non è certo la negazione dei diritti propri ad un Ambasciatore. Qualora la mediazione non fosse possibile l’ONU  prevede che uno degli Stati interessati possa  invocare una decisione arbitrale internazionale.

Roma lo ha fatto, ma i Giudici di Delhi continuano a “fare gli indiani”. Forse  a tal punto senza esitazione l’Italia dovrebbe mandare un segnale richiamandosi al diritto “di reciprocità”, inducendo New Delhi a più miti consigli ed ad un maggiore rispetto delle Convenzioni sottoscritte negli anni

Roma 18 marzo 2013 – ore 17.00  

L’India annaspa


Gli indiani stanno annaspando dopo la decisione italiana di non fare rientrare in India i due Fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone entro la data del 22 marzo prossimo giorno in cui scadrà la licenza di quattro settimane loro concessa.

Il potere giudiziario indiano si arroga il diritto di non validare l’immunità dell’Ambasciatore italiano nel rispetto della Convenzione di Vienna sottoscritta anche da New Delhi fin dal 1965.

L’inviolabilità comporta una serie di garanzie per colui che ne ha titolarità che non posso essere disattese da uno Stato sovrano e tantomeno da un Tribunale.  Colui al quale viene riconosciuto il diritto di immunità  con un atto formale di “gradimento” da parte di uno Stato sovrano, non può essere fermato dalla Polizia, non può essere perquisito né individualmente nè dove lavora o alloggia. Al massimo lo Stato può annullare il gradimento e rimpatriare l’interessato, ma mai limitarne la libertà personale.

Il Governo di Delhi potrebbe “sussurrare” un divieto di movimento per lanciare un segnale politico, ma sicuramente nessun atto giudiziario potrebbe impedire ad un Diplomatico di rientrare in Patria. Qualora invece l’Ambasciatore italiano fosse trattenuto si eserciterebbe nei suoi confronti un atto arbitrario configurabile nella presa di “ostaggio”, azione di estrema gravità se commesso da un Paese che ha aderito alle regole del Diritto internazionale  e che susciterebbe la disapprovazione del mondo intero. 

L’India sta dimostrando di brancolare nel buio. Falchi e colombe si pronunciano minuto dopo minuto accavallandosi nelle dichiarazioni dando corpo a contrasti interni mai cancellati ma  sempre esistiti e dovuti alle  differenze di casta che nei decenni hanno contraddistinto la cultura e la tradizione indiana. Questa volta i magistrati di fronte ad un esecutivo che ancora non si pronuncia,  ma che è l’unico a poter decidere se l’Ambasciatore italiano deve essere espulso perché non gradito o a confermare la fiducia nei suoi confronti.

In questo contesto un fatto è certo : i Giudici indiani sanno di non avere alcun diritto di sottoporre a giudizio i nostri Marò e stanno annaspando facendo finta di disconoscere anche i contenuti della Carta delle Nazioni Unite di cui l’India fa parte. In particolare l’Articolo 33 del Capitolo 6 della Carta che obbliga gli Stati a trovare soluzioni pacifiche in caso di controversie internazionali, ricorrendo ad ogni possibile concertazione diplomatica che non è certo la negazione dei diritti propri ad un Ambasciatore. Qualora la mediazione non fosse possibile l’ONU  prevede che uno degli Stati interessati possa  invocare una decisione arbitrale internazionale.

Roma lo ha fatto, ma i Giudici di Delhi continuano a “fare gli indiani”. Forse  a tal punto senza esitazione l’Italia dovrebbe mandare un segnale richiamandosi al diritto “di reciprocità”, inducendo New Delhi a più miti consigli ed ad un maggiore rispetto delle Convenzioni sottoscritte negli anni

Roma 18 marzo 2013 – ore 17.00  

venerdì 15 marzo 2013

L’inciucio indiano continua


Il 3 novembre 2012 ho pubblicato una modesta analisi con la quale evidenziavo come l’India stava portando avanti nei confronti dell’Italia un imbroglio mascherato da sofismi giuridici.


Delhi continuava, infatti, a trattenere in ostaggio i nostri due Fucilieri di Marina, catturati con un sotterfugio disattendendo il Diritto del Mare e le Convenzioni Internazionali sulla navigazione.

Un Imbroglio durato tredici mesi e che oggi si manifesta in maniera assolutamente chiara mettendo in luce l’arroganza di una Nazione ancora lontana dai modelli delle democrazie più evolute, caratterizzata ancora da una società in cui impera il modello della casta. Un modello fondato su gruppi sociali strutturati in una gerarchia rigida e dove un individuo che per nascita appartiene ad una determinata casta è  impossibilitato ad entrare a far parte di un rango diverso, in particolare se più elevato. Uno Stato ancora vincolato da regole settarie e religiose, uscito solo nel 1947 dall’imperialismo coloniale.  

Oggi  New Delhi è ai ferri corti dopo la decisione italiana di non fa rientrare i maro' in India, e sposta la sua attenzione su Daniele Manici, l'Ambasciatore italiano che davanti alla Corte Suprema si era impegnato a far tornare i militari nel Paese perché affrontassero il giudizio di un Tribunale Speciale Indiano sugli eventi che avevano determinato la morte di due  pescatori.

I giudici indiani, disattendendo anche in questo caso i contenuti del Diritto Internazionale Consuetudinario, della Convenzione dell’AIA sull’immunità diplomatica ed oltraggiando le ratifiche del Governo Centrale di queste norme fra Stati, hanno ordinato al diplomatico di non lasciare il Paese e di presentarsi lunedì prossimo di fronte ad un Tribunale locale per fornire spiegazioni sul perché Salvatore Girone e Massimiliano Latorre non rientreranno in India il 22 marzo p.v. . Una convocazione che avvalora la malafede nel gestire il problema in quanto Delhi  dimentica o fa finta di dimenticare che la decisione di trattenere in Italia i due Fucilieri di Marina non è del rappresentante diplomatico ma del Governo italiano.  

Un’ingiunzione che in prima approssimazione potrebbe essere giudicata come una scarsa conoscenza delle norme internazionali da parte dei Giudici indiani,  ma che invece dimostra una palese ipocrisia nel voler continuare a gestire un problema che non è di competenza indiana per la posizione della Enrica Lexie quando gli eventi si sono verificati e per il “diritto di immunità” dovuto ai due  militari in quanto, al momento dei fatti,  erano incaricati di garantire gli interessi nazionali.

La Corte Suprema indiana  non può vincolare la libertà di movimento di un Ambasciatore straniero né tantomeno portarlo di fronte ad un Tribunale giudicante. Un’ordinanza illegittima in quanto in assoluto contrasto con l'articolo 29 della Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche così come previsto dal Diritto Internazionale consuetudinario.

Un portavoce del Ministero degli Esteri indiano, tale Syed Akbaruddin, non riconosce invece questi vincoli, affermando che nel momento che un diplomatico si sottomette volontariamente alla giurisdizione di una Corte di Giustizia, questa ha tutto il diritto di applicare i suoi poteri giudicanti.

In questo contesto e forse prudenzialmente il Governo indiano ha anche deciso di rinviare l'insediamento del nuovo ambasciatore a Roma, Basant Kumar Gupta, che sarebbe dovuto arrivare in Italia il 16 marzo.  Delhi ha anche chiesto all’Ambasciatore  della Ue in India di farsi promotore di un’azione dell’Unione nei confronti dell’Italia per risolvere il caso.

 A questo punto l’inciucio indiano è evidente e si manifesta in maniera dirompente. Un gioco delle tre carte assolutamente offensivo per la dignità della sovranità italiana e di tutto il contesto internazionale che vede messe in discussione norme e convenzioni in vigore da oltre 50 anni. Un tentativo di coinvolgere anche l’Unione Europea rimasta alla finestra in questi tredici mesi durante i quali in varie occasioni la baronessa Asthon, titolare della politica estera dell’Unione,  ha più volte espresso la volontà di non interferire nei rapporti fra Stati Sovrani ed ha confermato questa volontà con una risposta scritta ad una lettera inviata da cittadini italiani “Non sarebbe corretto per l’UE intervenire in una questione che è posta dinanzi alle competenti istanze giudiziarie di uno Stato Straniero”. Si auspica che non lo faccia ora su richiesta di  una antica Colonia !

Staremo a vedere, si spera solo che l’Italia almeno questa volta continui per la strada tracciata ed inizi ad applicare il “diritto di reciprocità”

15 marzo 2013 – ore 09,45

 

  




 

giovedì 14 marzo 2013

Lettera al Sindaco di Taranto, Ezio Stefano


Egregio Sig. Sindaco, ho letto la Sua lettera inviata al Presidente dell’India (*)  e come cittadino italiano leggendo il Suo pensiero non posso fare a meno nemmeno io di tacere. 

Mi meraviglio che chi indossa la “fascia tricolore” non perché gli sia stato imposto ma perché ha scelto di rappresentare un’Istituzione e quindi lo Stato, si giustifichi, come si evince dalle Sue parole,  nei confronti del Capo di uno Stato estero per una decisione presa dall’Esecutivo dello Stato sovrano di cui Lei fa parte. 

Pur apprezzando la Sua disponibilità ad ospitare a Taranto i figli dei due pescatori indiani e pur condividendo i Suoi apprezzamenti nei confronti di professionisti indiani che anche io, seppure non come medico,  ho comunque avuto occasione di conoscere ed ammirare nel corso delle mie attività professionali, ritengo che  forse sarebbe stato più opportuno limitarsi al gesto di benevolenza senza ulteriori “approfondimenti”. Peccato, invece, che Lei accenni a convegni di “Storia Patria” facendo cenno solo ad una parte di essa.

 Mi permetto di rammentarLe che la storia e quindi la memoria è “maestra di vita” solo se avulsa da preconcetti e da distinzioni di parte. E’un bel gesto rendere omaggio ai giovani indiani caduti sul suolo italico meritevoli del massimo rispetto e riconoscenza,  ma forse non sarebbe guastato ricordare anche che i due Fucilieri di Marina sono militari italiani incolpati di qualcosa nell’esercizio delle loro funzioni e quindi tenutari del diritto di garanzie che l’India non può disattendere. 

Ha anche dimenticato di ricordare al Presidente indiano che in questo momento altri giovani indiani sono impegnati a stretto contatto di gomito con i commilitoni dei due Fucilieri di Marina a cui Lei fa riferimento e rischiano quotidianamente la loro vita in terre lontane per garantire la stabilità in aree di crisi, la sicurezza globale e la democrazia.  

Infine, condivido il Suo richiamo alla “saggezza dei due Governi” ma nello stesso tempo trovo doveroso ricordarLe che da 13 mesi questa saggezza è mancata da parte indiana, prevaricando ogni minimo contenuto del Diritto Internazionale e di Convenzioni Internazionali sottoscritte e ratificate anche dall’India.

 Forse non guasterebbe sentirsi più italiani,  pur non essendo come Lei tiene a sottolineare un esperto di diritto,  lasciando da parte almeno per una volta approcci demagogici e retorici. Fernando Termentini (mail@fernandotermentini.it)
14 marzo 2013 – ore 20,00

(*)14 mar. - (Adnkronos) - ''In un momento particolarmente delicato delle relazioni diplomatiche dei nostri due Paesi, in qualita' di sindaco di Taranto, citta' del fuciliere Massimiliano Latorre, non posso assolutamente tacere. E' mio preciso dovere esprimere grande rammarico per quello che sta accadendo e ribadire senza esitazione, la stima mia personale e quella della citta' che rappresento, per il popolo indiano''. Lo scrive il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, in una lettera inviata al capo del Governo della Repubblica dell'India, Manmohan Singh tramite l'ambasciatore della Repubblica dell'India in Italia, Debabrata Saha. ''Non sono un uomo di legge e non ritengo giusto intervenire in un disguido interpretativo di cosi' grande rilevanza'', precisa a proposito della controversia relativa ai due maro' Massimiliano Latorre e il barese Salvatore Girone accusati di aver ucciso per errore due pescatori indiani durante un'operazione antipirateria. ''Nel mio lavoro di medico in alcune capitali europee - riprende Stefano - ho avuto modo di conoscere ed apprezzare la straordinaria competenza dei colleghi provenienti dal vostro glorioso Paese. In ogni campo del vivere civile - sottolinea - l'amicizia dei nostri popoli e' stata proficua, sincera e leale". "In recenti convegni di Storia Patria, tenutisi nella mia citta', e' stato evidenziato il ruolo determinante a favore della nostra Liberazione dei giovani indiani nell'ultima guerra mondiale. Fidando in tutto cio', che non puo' e non deve essere dimenticato, l'intera citta' che rappresento rinnova la sua disponibilita' ad accogliere i figli degli sfortunati pescatori per soggiorni di studio. Nella certezza - conclude il sindaco di Taranto - che tutto si chiarira' nel migliore dei modi e che risolta la controversia dalla saggezza e dalla disponibilita' dei due governi, le relazioni diplomatiche riprenderanno nel migliore dei modi''.
(14 marzo 2013 ore 15.16)


lunedì 4 marzo 2013

L'Italia potrebbe essere a rischio terrorismo ?

Da qualche giorno gli organi di stampa riportano notizie ufficiali sul rischio che in Italia si possano verificare atti di terrorismo anche di una certa rilevanza. Alcune conclusioni  del Dipartimento Informazioni e Sicurezza riconducono, infatti, alla situazione di crisi ed alle tensioni sociali le cause di una possibile recrudescenza di gruppi dell’antagonismo per “intercettare il dissenso ed incanalarlo verso ambiti di elevata conflittualità”

Un’analisi assolutamente condivisibile, che dovrebbe suggerire un minimo di prudenza ai tanti attori protagonisti della campagna elettorale appena terminata in Italia. ”Stars” del dopo elezioni che non smettono di attaccarsi con invettive di ogni genere.

Costoro dovrebbero riflettere sulle responsabilità che il popolo sovrano ha dato loro eleggendoli  per garantire alla Nazione un futuro. Devono abbandonare qualsiasi intemperanza verbale  e gestuale come troppe volte avvenuto durante la propaganda elettorale e non devono mai dimenticare quale sia stato da sempre il peso delle parole nell’incentivare alla ribellione.

Un dovere precipuo per coloro che attraverso il linguaggio lanciano messaggi che incidono sull’emotività di una folla oppressa dal disagio sociale. Costoro sicuramente riescono a strappare apparenti consensi, nella maggior parte dei casi non ragionati ma umorali e tali da provocare reazioni anche estreme a totale vantaggio dei “capi manipolo”. 

Messaggi estremi destinati a favorire l’autoesaltazione anche di poche persone o addirittura di singoli che potrebbero attuare iniziative estreme per destabilizzare le Istituzioni a loro proposte come “la madre di tutti i mali”, il cancro da colpire ed annientare.

Eventualità quanto mai realistiche nel momento che l’attuale situazione di congiuntura economica  potrebbe favorire approcci qualunquistici attraverso i quali oggettivare il dissenso con azioni eclatanti.

Peraltro, l’evoluzione delle risorse tecnologiche nel settore informatico consente di mantenere costantemente attivo in tempo reale il network comunicativo che permette ai moderni  “Masianello” di incitare le folle anche senza un contatto diretto con la piazza. 

La classica automobile imbottita di esplosivo utilizzata per gli attentati terroristici  è sempre di più destinata a scomparire, sostituita da azioni meno cruente sul piano pratico, ma di fatto più devastanti. Sabotaggio degli investimenti finanziari, intrusioni informatiche, immissione di fondi sovrani sui mercati azionari per destabilizzare l’economica internazionale e la gestione anche a scopi eversivi di massicci flussi migratori di disperati che fuggono da aree di guerra e di indigenza. In questo contesto l’efficacia della parola ha un ruolo determinante in particolare se indirizzata a far leva sui bisogni primari della gente. 

Il rischio di azioni estreme è, quindi, elevato. Qualsiasi episodio della vita di ogni giorno diverso dalla normalità deve essere oggetto di attenta analisi per cercare di prevenire qualsiasi forma di minaccia.  Semplici manifestazioni di piazza o rivendicazioni di diritti, piuttosto che azioni delinquenziali contro il patrimonio comune, devono essere attentamente valutate perché potrebbero essere l’espressione di un malcontento reale tenuto vivo ed esaltato da coloro che utilizzano la parola come elemento di disgregazione.

In questi contesti le frange anarchico – insurrezionaliste rappresentano un motivo di pericolo latente, una vera e propria minaccia ed in Italia sono già  protagoniste. Azioni radicali sul territorio come la protesta contro la TAV, piuttosto che gli scioperi selvaggio dei camionisti in Sicilia rappresentano segnali significativi.  Episodi apparentemente diversi che, invece, devono essere letti congiuntamente perché da essi potrebbero scaturire azioni eclatanti anche isolate, attuare da “schegge impazzite” non più in grado di subire il disagio sociale che si sta impadronendo dell’Italia.

Una realtà oggettiva di cui potrebbero approfittare anche e soprattutto cellule dormienti dell’eversione internazionale, non operative ma pronte a diventarlo e che potrebbero avere un ruolo di coordinamento dell’azione eversiva nazionale, spingendo i singoli soggetti o piccoli gruppi ad agire contro obiettivi simbolo dello Stato

Terroristi “self starters” come recentemente definiti nella relazione annuale sulla politica dell’informazione e sicurezza  nazionale.  Un pericolo evidente nel momento che giorno dopo giorno assistiamo ad un emergente attivismo dei giovani alla ricerca di un ruolo professionale e sociale. 

Realtà facilmente permeabili dalle organizzazioni eversive con ogni probabilità già presenti in Italia, rappresentate dai cittadini non italiani  originari da Regioni Medio Orientali e balcaniche, preparate e pronte a sviluppare azioni eversive.

Le campagne verbali che hanno invaso le piazze e le case italiane durante la campagna elettorale e continuano in questa prima fase della nuova legislatura concorrono ad alimentare questo rischio, nel momento che personalità del quadro istituzionale e sindacale vengono continuamente proposte come “figure assolutamente disattente ai bisogni sociali emergenti”.

In Italia sicuramente la protesta è in una fase evolutiva e potrebbe esplodere improvvisamente soprattutto per mano di iniziative autonome e come tali difficili da prevedere e controllare. Una situazione in cui non è poi troppo remota la possibilità che tutto ciò avvenga se si continua ad irridere l’avversario politico piuttosto che sconfiggerlo facendo leva sulle proprie capacità.

Chi è deputato in questo momento a gestire lo Stato deve assolutamente tenerne conto e ripassare in ogni momento quanto scritto da Matteo nel Vangelo (mt 13, 24-30) “……mentre tutti dormivano venne il nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania…….”.

Per non essere sorpresi e perché la zizzania non soffochi il grano è necessario non dormire ed essere vigili per isolare immediatamente singoli episodi eversivi, utilizzando la parola in maniera ponderata non per esaltare  le situazioni di disagio che il popolo sta vivendo, ma per suscitare momenti di riflessione che portino gli italiani a ripercorrere la strada di crescita loro congeniale per tradizioni e cultura, abbassando il rischio di un ritorno ad un passato di azioni eversive. 

Roma 4 marzo 2013, ore 09,30

martedì 26 febbraio 2013

La NATO garante della sicurezza internazionale


La NATO si sta trasformando e rappresenta sempre di più una  garanzia per la sicurezza internazionale. Compiti destinati a consolidarsi in considerazione del momento storico in cui viviamo, caratterizzato da conflitti di bassa intensità che hanno sostituito le antiche contrapposizioni dei “blocchi” politici e militari del passato.

In questo contesto, il ruolo dell’Alleanza come struttura di  “peace support” è destinato a crescere,  con l’obiettivo primario di garantire i processi di stabilizzazione a totale vantaggio della sicurezza internazionale.

Una NATO strutturata in un network globale in cui i  Paesi membri saranno sempre più interconnessi e legati ad altre organizzazioni deputate a garantire stabilità come le Nazioni Unite, l’Unione Europea e l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. 

Un’Alleanza in grado di interfacciarsi efficacemente anche con l’Unione Africana, il Comitato Internazionale della Croce Rossa, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, la Banca Mondiale, l’Organizzazione per il bando delle armi chimiche e con la Lega Araba.

Una trasformazione che si inquadra nel processo di evoluzione storica iniziato nel 1989 dopo la caduta del muro di Berlino quando, in ambito internazionale, la cooperazione militare ha sostituito le antiche politiche conflittuali. Un nuovo ruolo che accompagna un assetto geopolitico chiaramente in fase di transizione caratterizzato dalla fine dei vecchi conflitti internazionali che si sono trasformati in opposizioni armate infranazionali, che contribuiscono ad incrementare l’instabilità, favorendo il consolidamento delle emergenti formazioni terroristiche.  Una realtà in cui è cambiato lo scopo iniziale della NATO, quello di fronteggiare un unico avversario che poteva minacciare gli Stati membri.

Contingenze che impongono una rapido ampliamento strutturale dell’Alleanza, in particolare favorendo l’inserimento di grandi potenze dell’est del mondo, prime fra tutte la Russia. Un cambiamento che non può essere rimandato soprattutto per il ruolo politico che ormai la NATO esercita sullo scenario mondiale e per rendere il modello operativo più efficace ed affidabile nell’affrontare le nuove situazioni di crisi, in aree geografiche fondamentali per la sicurezza internazionale, come le due sponde del Mediterraneo.

Paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente un tempo molto vicini all’ex Unione Sovietica e nei confronti dei quali la Russia potrebbe esercitare un ruolo determinante per la stabilizzazione, una volta che sarà entrata a far parte  della NATO.
 
E’ sempre più evidente, quindi, che la struttura e le funzioni dell’Alleanza dovranno essere pensati con un ottica globale e non più settoriale,  prescindendo dagli esasperati nazionalismi di un tempo e da qualsiasi possibile condizionamento che potrebbe essere indotto dalle differenze economiche che caratterizzeranno gli Stati membri che ne faranno parte.  Un’Organizzazione preparata ad affrontare differenti  tipi di minaccia che originati in differenti scacchieri geografici, potrebbero improvvisamente coagularsi ed inficiare la sicurezza internazionale sul piano globale.

Ipotesi concrete che la NATO sta già cercando di affrontare con la costituzione di un Centro di gestione globale delle crisi e delle operazioni. Una Cellula  che riunisce competenze civili e militari capaci di individuare le aree di crisi e prevedere la minaccia, pianificando nel dettaglio i possibili interventi militari e la successiva Cooperazione Civile e Militare destinata a favorire la Capacity Building delle aree emergenti dall’evento bellico, assolutamente necessaria per garantire ed accelerare qualsiasi processo di stabilizzazione.

Un processo di crescita che sarà sicuramente favorito se l’Unione Europea assumerà posizioni inequivocabili in ambito Alleanza Atlantica.  Una UE che dovrà esprimersi sulla scena internazionale con un’unica voce e che non potrà più delegare decisioni strategiche solo a determinati  Stati membri destinati  a decidere per tutti i membri dell’Unione.  Non potranno più essere accettate, infatti, decisioni come quella quasi unilaterale  di Francia ed Inghilterra di attaccare la Libia nonostante il parere contrario della Germania e la titubanza dell’Italia. In caso contrario il ruolo della “nuova NATO”  sullo scenario mondiale verrà vanificato a totale danno della sicurezza globale.

Una Alleanza che dovrà essere preparata anche a vigilare sulle minacce della proliferazione nucleare, pronta a contrastare anche ogni possibile azione eversiva contro i moderni sistemi informatici e di comunicazione, strutturata e predisposta a proiettare forze militari su qualsiasi Teatro Operativo coordinate da un’unica struttura di Comando e Controllo integrata.

In questo contesto, è imperativo accelerare il coinvolgimento della Russia se non come alleanza militare almeno sul piano dei rapporti di collaborazione in termini politici. Un alleato che garantisca la massima collaborazione,  indispensabile perché la NATO rappresenti una struttura affidabile pronta ad attuare in tempo reale le risoluzioni delle Nazioni Unite. unico ed efficace baluardo alla nuova  minaccia del terrorismo internazionale.

26 febbraio 2013 – ore 12,00

sabato 23 febbraio 2013

I Marò in Italia per il voto.


Intervista del dott. Alfredo d’Ecclesia al Generale Fernando Termentini

1. La Corte suprema di New Delhi ha concesso oggi un permesso di quattro settimane ai marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre per recarsi in Italia e permettere loro, tra l'altro, di votare alle elezioni. Nel concedere il permesso, la sezione della Corte Suprema presieduta dal giudice capo Altamas Kabir ha chiesto ai due maro' di firmare un affidavit relativamente ai loro obblighi nei confronti della giustizia indiana.(ANSA).Come commenta questa notizia Generale?

Commentare una notizia del genere senza esprimere indignazione con la probabilità di lasciarsi sfuggire qualche parole “forte” sarebbe molto difficile, per cui mi limito a manifestare  un parere personale.

E’ mortificante come italiano sapere che ci si è impegnati per ottenere  un permesso di 4 settimane per “votazioni” da concedere a due nostri militari in libertà provvisoria in India perché nei loro confronti la Giustizia indiana ha esercitato un diritto non dovuto.

Una vera e propria questua per ottenere  un atto di clemenza da parte della Giustizia di uno Stato che sicuramente non è stato né clemente né rispettoso delle Leggi internazionali. Piuttosto ha approfittato di una situazione contingente e della scarsa consistenza delle azioni italiane per gestire beghe interne di carattere politico e non solo.

La scelta italiana lascia perplessi e non concorre sicuramente a migliorare la credibilità dell’Italia in ambito internazionale ormai precitata ai minimi storici. Un Italia che chiede una licenza per espletare un diritto di voto di due militari italiani momentaneamente all’estero nonostante che un apposito disposto di legge (D.L. del 18 dicembre 2012, n. 223) e relative norme applicative della Difesa prevedano questa opportunità anche non rientrando in Italia, rappresentano un messaggio negativo in ambito internazionale e confermano la validità dei contenuti dell’affermazione ironica di molti nostri alleati quando parlano di “soluzioni all’italiana”.

Una licenza di 4 settimane, durata assolutamente non coerente con l’esigenza che ne motiva la richiesta e la concessione e che sicuramente porterà ad essere giudicati ancora una volta come una “repubblica delle banane”, ciò un Paese in cui la incapacità di far  valere le proprie ragioni nelle opportune sedi e con la necessaria fermezza , ricorre a soluzioni “levantine” per ottenere ciò che invece rappresenta un suo diritto.

Forse un maggiore coinvolgimento fin dall’inizio delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea sarebbe stato altamente auspicabile, ricordando peraltro alla UE che l’Italia è a tutti gli effetti Membro  costitutivo e non solo azionista in perdita della “Holding Europa”. Se poi questo intervento ci sia stato ed i risultati sono quelli a cui assistiamo allora ogni commento diventa pleonastico !

Ancora una volta l’inconsistenza del peso italiano è dimostrato anche dal fatto che il Giudice Indiano ha chiesto giustamente e  correttamente sul piano giuridico un impegno ai due interessati perché siano rispettati i loro obblighi nei confronti della Giustizia indiana. Di fatto quindi la vantata azione diplomatica italiana è superata dall’azione giudiziaria dei difensori dei due militari, nel momento che il Giudice non chiede garanzia all’Italia ma ai due diretti interessati.   

 2) Generale Termentini da ufficiale che ha girato il mondo in missioni internazionali,consapevole di rappresentare il suo paese non è indignato ?

Sono indignato, offeso ed adirato. Uno stato emozionale sicuramente destinato a crescere quando assisteremo allo show dell’accoglienza istituzionale dei nostri ragazzi al rientro in Italia e saremo inondati dalle dichiarazioni ufficiali sintetizzabili in una frase “quanto siamo stati bravi noi”. Atti che con ogni probabilità saranno compiuti  a ridosso delle giornate elettorali o peggio ad urne già aperte. 

3) Come ci vedono nel mondo secondo lei? Personalmente credo che entreremo nelle accademie di tutto il mondo come esempio di come non bisogna comportarsi e credo anche che sarà naturale il sorrisetto di circostanza quando si parlerà di questa vicenda. Sbaglio a pensarla in questo modo?

Sicuramente l’intera vicenda entrerà a far parte della letteratura specifica come esempio in negativo, non da imitare.

Sono, comunque, convinto che della vicenda già da tempo se ne parla ed è stata seguita da vicino  nei vari contesti internazionali non soltanto occidentali. Nel corso di un anno non c’è stato nessun pronunciamento internazionale a favore dell’Italia  nella difficile gestione del problema dei due Marò, ma subito dopo la consegna del primo elicottero italiano agli indiani il mondo è stato informato di non trasparenti operazioni commerciali, notizie che sicuramente non hanno aiutato a risolvere il problema specifico.

L’India era e forse sarà ancora, in procinto di acquisire 12 elicotteri militari caratterizzati da sofisticate tecnologie militari realizzati da un’industria di eccellenza italiana nota in tutto il mondo. Macchine caratterizzate da sofisticati requisiti militari e di  avionica,  come la possibilità di operare a 15.000 piedi. Macchine assolutamente affidabili in alta montagna in grado di operare oltre picchi di 4000 metri ricorrenti nella catena dell’Himalaia. Una commessa che sicuramente per motivi commerciali  non è vista con simpatia da altri concorrenti internazionali che operano nel settore come Francia, Gran Bretagna ed USA e che per motivi operativi ha indotto preoccupazione nel Pakistan da sempre nemico dell’India e forse impensierito che il suo avversario avrebbe potuto disporre di velivoli militari di eccellenza in grado di garantire grande efficacia per il controllo del Kashimir.

Di fronte a questo scempio di credibilità dopo aver piatito all’India  una licenza di due settimane  per “ferie natalizie” ne chiediamo altre 4 per far espletare il diritto di voto ai due militari quando tutti sanno che potevano farlo a Delhi.

Ogni altra parola sarebbe di troppo.

4) Il Ministro degli esteri Giulio Terzi ha sempre parlato di decisioni collegiali da parte del Governo italiano,lei ha visto qualche decisione collegiale Generale Termentini?

Domanda non semplice da rispondere in mancanza di riferimenti certi. Sul piano delle ipotesi credo che se decisioni collegiali ci sono state esse sono state probabilmente condivise dai Dicasteri coinvolti (Esteri e Difesa) ed avallate dal Capo dell’Esecutivo.

Sicuramente non è stato coinvolto il Parlamento con atti pubblici, decisione comunque discutibile trattandosi di decisioni attinenti alla sorte di due nostri militari. 

5) Ma i nostri militari sono ostaggio degli indiani o sono ostaggio degli italiani?Per italiani intendo i rappresentanti del popolo italiano.

Forse dott d’Ecclesia la risposta è nella Sua domanda.

 

6) Il Presidente del Consiglio non ha mai parlato dei nostri marò,e nelle varie occasioni dove poteva e doveva farlo vedi discorso all’Onu o incontri con leader mondiali non è mai venuta fuori una parola. Crede che in qualsiasi altro paese del mondo poteva accadere una cosa del genere?

Non credo che il Presidente americano, piuttosto che francese o inglese avrebbe annegato nel proprio silenzio l’intera vicenda, limitandosi per quanto reso noto dai media ad un solo contatto diretto con il Presidente indiano.

Se invece le parole di vicinanza, fratellanza, impegno concettuale e quanto altro di simile rappresentano per qualcuno la strada maestra da percorrere, allora possiamo dire che di interventi ce ne siano stati anche troppi.

7) Mi parli del Presidente della Repubblica  ,in questa vicenda è stato un buon comandante?

Non mi permetto di esprimere giudizi sull’operato del Capo dello Stato, prendo solo atto di quanto a mio modesto avviso sarebbe dovuto avvenire e non è avvenuto, peraltro da me auspicato con due lettere ufficiali.

A me è stato sempre insegnato che un buon Comandante deve avere sempre come obbligo morale e funzionale quello di tutelare i propri dipendenti in particolare se in condizioni difficili. Nel momento che si accetta di essere Comandanti per nomina o per dettato Costituzionale questi vincoli credo che debbano rappresentare un imperativo assoluto per chi è chiamato ad esercitare funzioni di comando.  

Vincoli nei quali credo forse in maniera  esageratamente idealistica e che ho anche proposto al Capo dello Stato con due circostanziate istanze con l’auspicio che la validità dei valori etici da me rappresentati poteva indurre una risposta del Capo Supremo delle nostre Forze Armate.

Fino ad ora l’unico risultato è stato : nessuna riscontro ! 

 8) Il Ministro della difesa ha avuto anche lui un ruolo defilato,bene attento soltanto al blocco delle notizie. Quelle poche volte che hanno rotto il muro del silenzio con cerimoniali ben organizzati è stato sempre il primo a rendersi visibile ma la domanda per lei è questa può un comandante abbandonare i suoi uomini?

Il ruolo della Difesa sicuramente non è stato dei più chiari ma non credo si possa parlare di “abbandono dei propri uomini” . Piuttosto di una scelta cosciente che ha suggerito di assecondare gli “ordini superiori” piuttosto che abbandonare gli schemi imposti da scelte non condivisibili.

Per il ruolo del Comandante mi rifaccio alla mia risposta alla precedente domanda.

9) L’intera classe politica italiana ha mostrato disinteresse per la vicenda nonostante siano arrivate a tutti sollecitazioni da parte dei cittadini a intervenire,nessuno lo ha fatto anche loro hanno delegato al governo che ha delegato a sua volta al ministri degli esteri Giulio Terzi. Non è vergognoso questo atteggiamento Generale Termentini?

Assolutamente vergognoso per un Paese Civile in cui la classe politica è scelta ed eletta dal popolo sovrano.

Un vero e proprio ceffone a tutti i militari ed a tutti i servitori dello stato che nel tempo hanno donato la loro vita al loro Paese per difenderne la stabilità, le tradizioni e la sovranità.

Una disattenzione ingiustificabile, difficile da accettare e che sicuramente ha contribuito pesantemente a far sì che il Ministro degli Esteri fosse costretto ad affrontare il problema da solo, gestendo una situazione sicuramente non facile e che avrebbe, invece, dovuto coinvolgere l’intero Paese e particolarmente di coloro che eletti dal popolo sovrano, devono garantirne i diritti.

Una solitudine palpabile e che mi porta ad azzardare che il Ministro Terzi non sia stato felicissimo che i due Marò siano rientrati dopo la licenza natalizia. In questo frangente è stato lasciato solo anche dalla magistratura che ha aperto un fascicolo, ha interrogato nella mattinata i due militari e non ha emesso alcun provvedimento restrittivo nei loro confronti “per assenza di pericolo di fuga”. I due marò alle 16.00 dello stesso giorno hanno ripreso il volo verso Delhi.    

10)Molti malignavano caro Generale che il giorno prima delle elezioni sarebbe accaduto qualcosa il ritorno in Italia per il voto è la risposta a questa voce? E qualcuno pensa di ottenere in maniera sotterranea un riconoscimento(voti)per un azione del genere.Non le sembra strano quello che è accaduto?

Non è strano, forse solo la conferma della incapacità d compiere atti concreti a prescindere dalle parole.

11)  Quanta rabbia ha dentro Generale,vedere l'Italia la nostra Italia ridotta a questa maniera,mi dica la verità mi dica quello che ha dentro Generale e me lo dica con il cuore...

Più che rabbia direi tristezza. La tristezza di chi ha scelto di servire lo Stato credendo nelle sue istituzioni  e dando alla propria Nazione tutto quanto poteva dare, sul piano soggettivo ed oggettivo.

La malinconia di colui che ha sempre cercato come Comandante di essere vigile e pronto a prevenire prima di soddisfare i bisogni dei propri dipendenti, a vantaggio loro e delle proprie famiglie, con l’ottica di considerare preminente rispetto a tutto il valore dei propri sottoposti. Prima di tutto uomini e poi dipendenti.

L’amarezza di un uomo che deve prendere atto che forse la sua interpretazione intransigente dei propri diritti e doveri poteva essere gestita in maniera meno vincolante non essendo più premiante come forse il mondo ci sta forse dimostrando ma che, nonostante tutto, se ritornasse indietro rifarebbe le scelte fatte 50 anni orsono.

23 febbraio 2013 – ore 11.00

 

 

 

venerdì 15 febbraio 2013

Massimiliano e Salvatore, gli italiani vi sono vicini


E’ trascorso un anno da quando Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono in ostaggio dell’India .

Mi sarei aspettato questa mattina di sfogliare i quotidiani o prestando attenzione ai notiziari di  leggere o ascoltare parole di rinnovata vicinanza delle Istituzioni a questi due nostri militari che sono lontani dalle loro famiglie da 365 giorni. In particolare da chi dovrebbe essere attento ai problemi dei propri soldati,  come qualsiasi Comandante eticamente è spinto a fare in circostanze simili.

Nulla di tutto ciò. Tace il Capo delle Forse Armate designato alla carica dalla Costituzione italiana, è in silenzio il Ministro degli Esteri che fin dall’inizio ha deciso una strategia di uscita che dopo 365 giorni ancora non sembra dare risultati concreti, tacciono il Ministro della Difesa ed il capo di SM della Difesa, ambedue Ufficiali di alto rango della Marina Militare.

Tutti costoro oggi tacciono mentre in questi 365 giorni hanno proferito rare parole di circostanza accompagnate da certezze che il problema sarebbe stato risolto da mesi, confutate dalla realtà degli eventi.  

Non rimaniamo in silenzio, invece,  noi cittadini che da un anno cerchiamo di tenere alta l’attenzione sulla vicenda ed esprimiamo tutto la nostra preoccupazione per i due Fucilieri di Marina e tutto il nostro sdegno per il “peso” che l’Italia sta dimostrando in ambito internazionale e per l’assoluta disattenzione nei confronti della nostra Nazione dell’ONU e di quella Unione Europea che a parole è impegnata a raggiungere una condizione sovrana di Stati Uniti d’Europa,  ma di fatto dimostra di essere solo una holding economica peraltro poco affidabile ed  è assolutamente disattenta ai problemi dei suoi stati Membri.

Io modestissimo Comandante avrei aperto la giornata lanciando ai miei ragazzi lontani un saluto in occasione della giornaliera cerimonia dell’Alza Bandiera, oppure espresso la mia assoluta vicinanza morale con un messaggio riportato nell’Ordine del Giorno.

Nulla di tutto ciò invece dalle Istituzioni, non un’Agenzia né un comunicato  per ricordare agli italiani che lo Stato non dimentica i suoi uomini.

Non credo che gli italiani vogliano un’Italia come questa, piuttosto sono convinto che cominciano ad essere stanchi.  

15 febbraio 2013, ore 09.30

 

 

mercoledì 30 gennaio 2013

Due militari italiani in ostaggio dell’India da un anno


Fra due  settimane sarà trascorso un anno dal momento in cui i nostri Marò sono stati catturati con l’inganno dall’India e costretti a subire uno stato di detenzione seppure in libertà vigilata. 365 lunghi giorni ed ancora non si intravede la soluzione del problema. Di nuovo una cortina impenetrabile è calata sulla vicenda garantita dal silenzio tombale dei mezzi di informazione e delle Istituzioni.

Una precedente ricostruzione del Ministro Terzi titolata “Marò in India, ricostruzione del Ministro Terzi”, ripresa e pubblicata domenica 27 gennaio su “Altrainformazione” http://alfredodecclesia.blogspot.it/2013/01/maro-in-indiaricostruzione-del-ministro.html?spref=fb) dopo 12 mesi ripropone   una serie di quesiti su aspetti ancora non del tutto chiari, che invece meriterebbero un maggiore approfondimento  per capire esattamente cosa sia successo il 15 febbraio 2012.  

Ci dice il Ministro che “…., le autorità indiane hanno chiesto via radio al comandante della Enrica Lexie di dirigersi verso il porto di Kochi (India, Stato del Kerala), precisando che avevano arrestato alcuni sospetti pirati e necessitavano di una collaborazione per identificare gli autori dell'attacco.” Comunicazione del Centro di coordinamento per la sicurezza in mare di Bombay che è risultata immediatamente falsa ed ingannevole e come tale considerata reato penale dal Diritto Internazionale marittimo. Un’occasione forse da non perdere per sottoporre i fatti alla valutazione  delle strutture giuridiche internazionali, ma l’Italia ha preferito scegliere l’approccio del low profile.  

Possiamo ancora leggere, “…..decideva di dirigere in porto, informando di questa sua decisione il Centro operativo interforze della Difesa,….”. Anche il Ministro De Paola ha ammesso, con la risposta scritta 4-070507 ad un’interrogazione presentata alla Camera che “……l’autorizzazione  a procedere verso le acque territoriali indiane è stata data dalla compagnia armatrice, una volta contattata dal comandante della nave. Ciò, tuttavia, per la presenza di NPM a bordo, è avvenuto a seguito di preventiva informazione della catena di comando militare nazionale…..”. E’ quindi lecito riproporre l’interrogativo per chiarire  se il Centro Operativo Interforze della Difesa abbia informato immediatamente l’Unità di crisi del Ministero degli Esteri su quanto stesse accadendo nell’Oceano indiano con il coinvolgimento di una nave battente Bandiera italiana, di cittadini italiani imbarcati come equipaggio e come Nuclei Militari di Protezione antipirateria.  Una domanda rimasta tale da 365 giorni e rimane ancora oscuro un aspetto importante della vicenda, quello di un possibile carente  coordinamento fra i due Dicasteri.

Una sola certezza: all’arrivo della nave a Koci erano ad attenderla in banchina il Console italiano a Mumbai  e l’Addetto Militare accreditato in India.

Un altro aspetto rilevante lo troviamo nell’affermazione del Ministro  “Aggiungo che la missione militare dell'Unione europea «Atalanta», di cui facciamo parte, contempla la possibilità di inviare nuclei militari armati posti sotto il comando e il controllo della missione europea e con chiare regole di ingaggio. La presenza di questi nuclei a bordo è conforme anche alla risoluzione dell'ONU….”. Probabilmente l’ONU e l’Unione Europea dovevano, quindi,  farsi carico “motu proprio” della vicenda e promuovere ogni iniziativa per una rapida ed efficacie soluzione del problema nel pieno rispetto del Diritto Internazionale e della “immunità sovrana” dei due militari di uno Stato Membro dell’Unione.  
Nella relazione non emerge, invece,  lo scarso interesse internazionale ed in particolare della UE, piuttosto viene sottolineata l’attenzione alla vicenda della baronessa Catherine Asthon responsabile della politica estera dell’Unione. La stessa che il 2 ottobre 2012 attraverso il suo portavoce ha dichiarato in una lettera “Non sarebbe corretto per l’UE intervenire in una questione che è posta dinanzi alle competenti istanze giudiziarie di uno Stato Straniero”.

L'Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza tanto attento alla vicenda dei due Marò da confondere i due militari italiani con  “contractors” di ditte private di sicurezza.

 Il Ministro sottolinea, inoltre, la validità dell’operato degli organi diplomatici italiani presenti sul posto. Una difesa d’ufficio più che condivisibile sul piano deontologico, ma non completamente su quello sostanziale.

 Terzi ci dice “ La consegna e la discesa a terra dei Marò sono avvenute nonostante un'opposizione fermamente opposta dalle nostre autorità diplomatiche e militari presenti sulla Lexie, mi riferisco al console generale Cutillo e all'intero team formato dall'ambasciatore a New Delhi, dall'addetto per la difesa e dagli esperti legali….” . Se opposizione c’è stata  non credo, però,  che possa essere definita ferma, se non altro perché non risulta che i funzionari, nel rispetto della Costituzione italiana, si siano opposti energicamente all’arresto di due cittadini italiani da parte di uno Stato che per il reato loro addebitato prevede la pena di morte, nonostante che  fossero anche nella condizione di avvalersi dell’immunità diplomatica. Un’opposizione che difficilmente la Polizia del Kerala avrebbe prevaricato senza il “placet”  del Governo Centrale di Nuova Delhi, garante delle prerogative delle delegazioni diplomatiche, giusto quanto previsto dalle Convenzioni dell’Aia.

Quegli stessi rappresentanti diplomatici che, sembra di ricordare, all’atto del primo interrogatorio di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno assicurato loro la traduzione simultanea di un Vescovo cristiano locale, emotivamente coinvolto nei fatti,  senza invece assegnare un interprete giurato ed accreditato presso l’Ambasciata italiana.

Se fermezza, quindi, vi è stata non ha avuto poi grande successo ed è stata anche accompagnata da leggerezze procedurali che hanno consentito ad uno Stato non appartenente all’Alleanza Atlantica  di sequestrare, peraltro senza contraddittorio, l’armamento, il munizionamento  e l’equipaggiamento di due militari di una Nazione della NATO. 

Anche quanto relazionato sugli atti peritali compiuti lascia perplessi. Si parla di “È così che abbiamo ottenuto - e non senza molte discussioni e difficoltà - la partecipazione di due eccezionali esperti in questa materia, appartenenti all'Arma dei Carabinieri, quali osservatori qualificati delle operazioni concernenti questa perizia.”. Osservatori non significa periti di parte che abbiano partecipato alle indagini tecnico – scientifiche, ma persone che hanno solo potuto “guardare”  le sommarie fasi iniziali senza poi essere coinvolti in quelli che potremmo definire “atti irripetibili”, come le analisi di reperti ed altro  di importante che la storia processuale moderna ci indica come fondamentali.

Non si mette in dubbio che l’Italia abbia tentato di coinvolgere Paesi alleati ed Organizzazioni internazionale come ci dice il Ministro. “Abbiamo avviato un'azione di sensibilizzazione a tutto campo e a tutti i livelli attraverso importanti Paesi amici e organizzazioni internazionali per trovare una soluzione concreta che consenta di riportare a casa i nostri uomini. Abbiamo interessato l'Unione europea e i Paesi membri più influenti del Consiglio di sicurezza dell'ONU, anche il Segretario generale delle Nazioni Unite, i Paesi a noi più vicini e più amici in Asia e nel Mediterraneo.” . Si constata però che i risultati ottenuti sono stati irrilevanti.

Leggendo, poi,  che “…..abbiamo ottenuto anche un sostegno pubblico alla posizione italiana, espresso dalla stampa,….”, sembrerebbe che tutti i media nazionali ed internazionali abbiano parlato a fondo e con cadenza ciclica  della vicenda dei due marò, esprimendo posizioni ben precise contro la disattenzione indiana nell’applicazione del Diritto internazionale. Non risulta, però,  che ciò sia avvenuto. Piuttosto molte le critiche della stampa internazionale per l’iniziativa della Ferrari in occasione del Gran Premio di Nuova Delhi e molta attenzione nel riportare e commentare la una “frettolosa” dichiarazione alla stampa indiana del Sottosegretario agli Esteri De Mistura del 18 maggio 2012, “La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo».

Una ricostruzione quella del Sig. Ministro accurata, ma che invece di chiarire induce interrogativi di non poco conto in particolare su come sia stata fino ad ora regolato e gestito il concorso militare per azioni contro pirateria. Perplessità peraltro espresse in questi giorni anche dai vertici della Marina Militare ( Adnkronos 25 gennaio 2013, Caso maro': Marina, vicenda pone ipoteca su tutela nostri militari in missione) e condivise da moltissimi italiani che da un anno si stanno impegnando come società civile a favore dei nostri due Marò.

 Forse dopo un anno sarebbe auspicabile poter leggere qualcosa che evidenzi la volontà di considerare quanto accaduto una “Lesson Learned” da cui trarre spunti per il futuro e non proporre invece gli eventi  in una cornice di perfezionismo esasperato che per taluni aspetti potrebbe anche offendere l’intelligenza degli italiani. 

31 gennaio 2012 – ore 10.00

sabato 19 gennaio 2013

Marò italiani prigionieri in India, la strana vicenda continua


L’Alta Corte indiana ha meditato per 11 mesi per pronunciarsi se la Enrica Lexie si trovasse in acque internazionali od in quelle  territoriali dell’India nel momento in cui sono avvenuti gli incidenti  del 15 febbraio. Una lunga analisi giuridica durata quasi un anno, interrotta da una serie di festività locali, eventi amministrativi riguardanti Giudici del Collegio o malattie.
Finalmente ha deciso ed ha emesso un verdetto articolato in oltre 100 pagine come riportato da alcuni giornali italiani, esprimendo un parere a dir poco “salomonico”. I fatti sono avvenuti in acque internazionali (20,5 miglia nautiche  dalla costa indiana) ma all’interno di quella che tecnicamente viene chiamata zona contigua dove uno Stato Federale, il Kerala,  non può esercitare le sue funzioni di polizia e di controllo. I Giudici non hanno però riconosciuto “l’immunità sovrana” dei due nostri militari distaccati sulla nave con funzioni di protezione antipirateria armata, in quanto considerati alla stessa stregua di “contractors”. Una valutazione che sicuramente deriva dalla non esatta connotazione delle regole italiane che stabiliscono l’impiego di militari imbarcati come nuclei di protezione militare (NPM)  su navi civili. Un lavoro generalmente svolto da guardie armate private che rispondono alle regole fissate dalle loro società.
I membri di una Forza Armata devono, invece,  operare, nel rispetto di  una catena di comando militare che dovrebbe potersi coordinare con la struttura civile che riceve il concorso, in base a norme attuative orizzontali. Una non precisa connotazione dei ruoli di cui sicuramente ha approfittato la Corte Suprema ma che a suo tempo ha indotto in  errore anche l’Alto rappresentante dell’UE, la baronessa Ashton che chiamò i due Marò proprio contractors. Una serie di circostanze che portano ad affermare che sicuramente  l’Italia deve fare ancora molto per eliminare ogni dubbio intorno alla Legge 130 dell’agosto 2011.
Una motivazione quella indiana che, in ogni caso, conferma come sia sibillino il comportamento del Tribunale indiano che in 11 mesi non ha chiesto ogni possibile chiarimento od approfondimento sulla posizione dei due militari ed alla fine ha scelto di applicare il gioco delle “tre carte” per disconoscere ai due marò l’immunità funzionale, condizione  che ne avrebbe determinato l’immediata restituzione alla Nazione di appartenenza, unica competente ad esprimere un giudizio.
Un’inaccettabile negazione del Diritto Internazionale consuetudinario che riconosce invece la “immunità funzionale” per gli atti eseguiti per compiti ricevuti dallo Stato di appartenenza (iure imperii)  delle funzioni attribuite.
La Suprema Corte ha quindi stabilito di affidare ad un “Tribunale Speciale” che sarò instituito a Nuova Delhi per l’esame dei fatti addebitati ai due Marò ed il successivo pronunciamento giuridico di merito che terrà sicuramente conto del Codice Penale indiano con un conseguente rischio di un verdetto di pena di morte. 
I giudici indiani hanno dimostrato scaltrezza giuridica aderendo dopo un lungo braccio di ferro alle richieste di Roma per la concessione di una licenza natalizia, accettando dichiarazioni di Ambasciatori e di Ministri pur accompagnate da una lauta cauzione ma di fatto prive di valenza impegnativa in quanto non avvallate dal Parlamento italiano, comunque certi che l’Italia non avrebbe mancato di riconsegnare i due marò.
Un momento significativo dell’intera vicenda in cui New Delhi ha ritenuto di poter giocare una partita di forza con l’Italia che invece dimostrava debolezza ed incertezza perorando concessioni inusuali come il permesso natalizio per due detenuti in libertà condizionata. Una  certezza, quella indiana,  forse anche indotta  dagli accordi commerciali bilaterali per la fornitura di mezzi militari e sistemi d’arma.  
L’India che con un sornione approccio ha preso tempo, si è dimostrata magnanime concedendo quello che l’Italia chiedeva, ha apprezzato con dichiarazioni pubbliche del proprio  Ministro degli Esteri il rientro dei militari al termine del permesso,   ma non ha rinunciato a ribadire la sua sovranità, anche prevaricando le convenzioni internazionali.
Dopo 11 mesi una conclusione sibillina comunque apprezzata e giudicata dal Governo italiano come un successo, ma che di fatto va ad incidere pesantemente sulla immagine dell’Italia nel mondo, ancora una volta lasciata sola dalla comunità internazionale nonostante che la decisione indiana disconosca la validità di specifiche convenzioni internazionali sottoscritte dagli Stati e promosse dalle Nazioni Unite, come la Convenzione di Montego Bay che regola su scala mondiale l’uso  dei mari ed il diritto di navigazione in acque extraterritoriali.
Il processo riprenderà ora da zero, dopo che sarà costituito questo “Nuovo Tribunale” con tempi che sulla base dell’esperienza maturata saranno biblici. I due Marò vivranno a Delhi sottoposti al regime di obbligatorietà periodica della firma, in un contesto sicuramente loro non favorevole considerata l’avversione nei loro confronti dell’opinione pubblica Indiana, anche a rischio della sicurezza personale per possibili atti di “schegge impazzite”. I risultati sempre più probabili che si affacciano all’orizzonte saranno quelli che i due marò potrebbero essere condannati ad una pena esemplare per omicidio non volontario (almeno venti anni) da far scontare in Italia secondo i recenti accordi bilaterali sullo scambio di delinquenti comuni.
Uno scenario non dei migliori che vede protagonista un Paese sicuramente non tollerante e non ad elevata connotazione democratica come dipinto in questi mesi da molti ammiratori occidentali. Piuttosto esasperatamente nazionalista, orgoglioso della sua indipendenza dopo secoli di frustrazione per la dominazione coloniale inglese e, quindi, molto poco propenso al negoziato. Una Nazione Federale in cui il Governo centrale deve gestire delicati equilibri di coesistenza pacifica e manifestazioni di violenta intolleranza con protagonista una società variegata e caratterizzata da macroscopiche diseguaglianze.
Un Italia che perde in immagine, abbandonata dal contesto internazionale ed in particolare dall’Unione Europea priva  di potenzialità e capacità di esercitare le dovute pressioni politiche e sprovvista di un interfaccia adeguata con l’India come potrebbe essere un Dipartimento per l’Unione mai voluto da New Delhi.
Forse sarebbe stata assolutamente necessaria un’immediata denuncia italiana in ambito Assemblea Generale dell’ONU, atto che avrebbe rappresentato per l’India un segnale di determinazione e che forse avrebbe indotto Delhi ad una maggiore apertura nei confronti dell’Italia.
L’Italia ancora una volta è sola. Nessun appoggio internazionale di fronte alla protervia dell’India, completa disattenzione dell’Unione Europea quasi il nostro fosse un Paese Terzo e non Membro dell’Unione. Il nostro Paese continua però a fornire supporto alla Comunità internazionale impegnandosi nella lotta alla  pirateria marittima, concorrendo alle missioni militari di pace ed ora anche fornendo supporto alla Francia nelle operazioni militari in Mali. Forse sarebbe opportuno interrogarsi in tal senso.
18 gennaio 2013 – ore 13,30