venerdì 5 luglio 2013

Egitto, cosa ne sarà dei Fratelli Mussulmani ?

Non è chiaro cosa ne sarà dei Fratelli Mussulmani dopo il colpo di Stato militare del 3 luglio in Egitto e l’arresto del Presidente Morsi.

Sicuramente ancora per qualche tempo il più grande ed antico movimento islamista continuerà a gridare al “colpo di Stato”, ma nel frattempo il giro di vite dei militari egiziani nei confronti della Fratellanza potrebbe portare quasi sicuramente a reazioni di violenza incontrollata.

Insieme a Morsi sono stati messi  “sotto custodia cautelare” dei militari esponenti di primo piano del movimento,  come la suprema guida Mohamed al Badie, il finanziere e  Khairat El - Shater ed il capo del partito Libertà e Giustizia Saad El - Katatny.

Una mossa forse affrettata quella del Ministro della Difesa e Capo di Stato Maggiore egiziano. Il generale Abdel Fattah Al Sisi, che d’accordo con l’opposizione e i leader religiosi, ha annunciato la road map che prevede un breve periodo di transizione seguito da elezioni presidenziali e legislative.

Un Ufficiale già responsabile dei servizi di sicurezza interni, si dice vicino agli USA. Nato al Cairo nel 1954, diplomato in scienze militari all’accademia, ha frequentato scuole militari britanniche e americane. E’ considerato uomo devoto all’Islam (la moglie partecipa alle cerimonie ufficiali indossando il classico abbigliamento islamico) è stato in passato anche giudicato troppo vicino al movimento dei Fratelli Mussulmani e nello stesso tempo dimostrava una chiara ammirazione per l’ex presidente nazionalista Nasser.

Una ambiguità politica che, nella forte contrapposizione fra i militanti pro e contro Morsi, gli ha regalato un ruolo di primo piano nella fase di transizione del Paese guardata  con apprensione dagli Stati Uniti, principale finanziatore delle forze armate egiziane.

Nell’intera vicenda ha giocato un ruolo rilevante il movimento Tamarrud improvvisamente uscito alla ribalta il 1° maggio. In breve tempo è riuscito a crearsi lo spazio per giocare un ruolo fondamentale nella rimozione del Presidente Morsi, nello scioglimento del Consiglio della Shura islamista, nella sospensione della Costituzione ed, infine, nel designare Presidente ad interim dell’Egitto Adly Mansour , il capo della Corte Suprema  e vicino al deposto Presidente Mubarak .

L’insuccesso di Morsi e quindi dei Fratelli Mussulmani è riconducibile principalmente al fatto che Morsi non è mai stato in grado di garantirsi la lealtà delle Forze di Polizia e della Sicurezza interna, che fin dai primi giorni del mese di marzo hanno iniziato a manifestare il proprio malcontento con scioperi e chiedendo le dimissioni del Ministro dell’Interno Mansour el-Essawy. Turbolenze che hanno favorito un ritorno dell’Esercito nelle vicende politiche del Paese,  che gradualmente si è sostituito alle forse di polizia e di Sicurezza interna.

Nello stesso tempo è ritornato alla ribalta della scena egiziana Mohamed El Baradei, il coordinatore del Fronte di Salvezza nazionale, ombrello di 35 piccoli partiti e movimenti politici e che in questo momento opera come link con i militari ed approfitta per conquistare consenso nell’azione di opposizione a Morsi.

La situazione attuale è quindi di stallo ma proprio per questo pericolosa e fonte di improvvise iniziative anche a scopo eversivo. Si stanno, infatti, confrontando importanti settori della storia moderna egiziana. Da una parte la casta militare, da sempre riferimento importantissimo per le sorti del Paese, dall’altra i Fratelli Mussulmani, la più antica confraternita islamica nata e consolidata proprio in Egitto fin dal 1928, che   non cederà facilmente le posizioni raggiunte e che potrebbe ritornare a vecchie scelte come quelle degli atti terroristici del passato.

Un’organizzazione che ha come motto "Dio è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è la nostra via. Morire nella via di Dio è la nostra suprema speranza"

La situazione che si è venuta a creare potrebbe contagiare l’intera area e potrebbe accendere di nuovo la miccia di quella che affrettatamente fu chiamata la primavera araba intesa come segnale di riscossa delle popolazioni e portatrice di democrazia ed indurre possibili iniziative eversive da parte delle colonie di beduini insediate nel Sinai e vicine ad Al Qaeda.

Le vicende egiziane sono destinate a generare un’altra onda anomala che andrà ad indebolire anche i Fratelli Mussulmani presenti in Marocco, Algeria, Libia, Siria e Tunisia dove il partito islamico fondamentalista degli  An-Nahda già manifesta il proprio timore di essere coinvolti nelle vicende egiziane,  con conseguenze negative per la loro egemonia.  

Fatti importanti che dimostrano ancora una volta l’incompatibilità fra l’islam radicale e  democrazia e confermano che le regole democratiche non possono essere né inventate né tantomeno imposte.  Nessun partito egiziano dell'opposizione, nemmeno i giovani Tamarrud, sanno di democrazia più degli Ikhwan o dei  Fratelli Mussulmani.

Una conferma che  l'Egitto  ed in generale il mondo islamico moderato dell’Africa mediterranea,  hanno ancora  bisogno di tempo per imparare anche a difendersi da chi propone illusoriamente  libertà, garanzie sociali e soddisfacimento dei bisogni primari del popolo.

5 luglio 2013 - ore 11,30


giovedì 4 luglio 2013

Le incongruenze nella vicenda dei due Marò

La vicenda dei due Marò è stata  e continua ad essere occasione di ribalta personale per molte cariche istituzionali che dall’inizio si stanno occupando del problema, con risultati che allo stato dei fatti non possono sicuramente essere considerati esaustivi.

Primo fra tutti, l’inviato speciale italiano che fin dal primo momento è stato incaricato prima dal Ministero degli Affari Esteri e poi dall’Esecutivo presieduto dal Senatore Monti e confermato da quello attuale,  a rappresentare l’Italia sviluppando ogni possibile mediazione con l’India per ottenere il rilascio dei due marò.

Un impegno, quello del dott. De Mistura, che continua ancora oggi che, però, sicuramente per scarsa informazione ed una serie di dichiarazioni ufficiali non sempre congrue fra loro, induce molte incertezze. 

Una prima dichiarazione quella del 18 maggio 2012 che non sto a giudicare per i contenuti politico/diplomatici ma sconvolgente nella sostanza. In quella occasione, infatti, il dott. De Mistura dichiarava alla Televisione indiana “la morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri due Marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo”.

Un’ammissione dei fatti assolutamente coerente a quella dello Stato del Kerala, ufficializzata dal Sottosegretario agli Esteri,  nel momento caldo della gestione degli eventi e che accompagnava la “donazione” italiana alle famiglie dei pescatori morti ed al proprietario del peschereccio,. Dichiarazioni ed atti interpretati dagli indiani ed anche da molti commentatori internazionali come un’ammissione di responsabilità da parte italiana, assolutamente inopportuna in quel momento.

Quell’esperienza negativa non ha però fermato l’ incongruenza delle dichiarazioni che si sono succedute. Per raccontarle tutte si dovrebbe scrivere un libro, ma si preferisce sintetizzarne alcune per proporre una comunicazione rapida e concreta, da cui ciascuno potrà trarre le proprie conclusioni.

 

Dopo l’ammissione della “possibilità” di un evento colposo, il dott. De Mistura dichiarava che Il Governo Italiano continua ad allargare le relazioni con altri paesi sulla vicenda dei due marò italiani in carcere in India, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Infatti si trattava di una questione di diritto internazionale in quanto è accaduta in acque internazionali.“Nessun militare, di nessun paese può essere giudicato fuori dal proprio stato di provenienza”, queste sono state le parole del sottosegretario agli esteri, Staffan De Mistura, su Rainews.

Questa, ha aggiunto, è una regola internazionale che vale per tutti, anche per il militare americano che ieri in Afghanistan ha ucciso 16 persone. “Sono sicuro che non verrà giudicato in Afghanistan” –ha considerato De Mistura- “Vale per tutti, indiani, americani, italiani devono essere giudicati nel paese di origine”.

Un’affermazione assolutamente condivisibile,  ma che come tante altre  è rimasta una dichiarazione di intenti mai concretizzata.

Perentoria anche la frase del’ex Sottosegretario “se non li liberano alzeremo i toni” (http://video.sky.it/news/mondo/maro_de_mistura_se_non_li_liberano_alzeremo_i_toni/v114415.vid), quando ce lo dovrebbe spiegare.  

Importante, poi, quella dell’11 marzo 2013 quando fu deciso di non far rientrare i due Marò in India al termine del “permesso elettorale”. Ore 17,53 dell’11 marzo, l’AGI informa che De Mistura  dichiara “La decisione di non far rientrare i maro’ in India “e’ stata presa in coordinamento stretto con il presidente del Consiglio Mario Monti e d’accordo tutti i ministri” coinvolti nella vicenda, “Esteri, Difesa e Giustizia”. Aggiunge che “siamo tutti nella stessa posizione, in maniera coesa e con il coordinamento di Monti”. 
De Mistura chiarisce poi che  “a questo punto la divergenza di opinioni” tra l’Italia e l’India sulle questioni della giurisdizione e dell’immunità richiede un arbitrato internazionale: il ricorso al diritto internazionale o una sentenza di una corte internazionale” e che non c’e’ stata ancora una reazione indiana alla nota verbale consegnata dall’ambasciatore italiano a New Delhi Daniele Mancini. 

Una notizia i cui contenuti da lì a breve , se non si è compreso male, sarebbero stati smentiti dal Presidente del Consiglio Senatore Monti quando il 26 marzo in Parlamento dichiara “: "Trattenere i marò in italia era oggetto di decisioni in itinere che non avrebbero dovuto essere oggetto di precipitose dichiarazioni alla stampa, che Terzi ha fatto, anticipando il risultato finale che non si poteva dare per scontato". 

Una smentita all’agenzia del dott. De Mistura dalla quale si evinceva, invece  una precisa condivisione del Presidente del Consiglio (“siamo tutti nella stessa posizione, in maniera coesa e con il coordinamento di Monti”). Il Sottosegretario il giorno dopo veniva promosso dal Senatore Monti al rango di Vice Ministro.

Infine,  due altre modeste contraddizioni . La prima DE MISTURA: "ABBIAMO GARANZIE SCRITTE SULLA NON APPLICABILITA’ DELLA PENA DI MORTE".  Questo perché Nuova Delhi ha fornito all'Italia una "assicurazione scritta ufficiale del ministero degli Esteri a nome del governo indiano". De Mistura ha poi aggiunto che "la stessa assicurazione è stata data nuovamente dallo stesso ministro degli Esteri Salman Khurshid durante il lungo e costruttivo colloquio avuto ieri (venerdì, ndr)".

Affermazioni in parte sconfessate  da
New Delhi, 23 mar. (Adnkronos) - Il governo indiano non ha fornito "nessuna garanzia" al governo italiano in merito alla sentenza che verrà pronunciata dal tribunale speciale ordinato dalla Corte suprema di Delhi sulla vicenda dei due marò italiani Salvatore Latorre e Massimiliano Girone. Lo ha detto il ministro della Giustizia indiano, Ashwani Kumar, in un'intervista all'emittente Tv Ibn.

Al giornalista che gli domandava come mai il ministro degli Esteri Salman Khurshid avesse rassicurato l'Italia sul fatto che i due marò non rischiassero la pena di morte, Kumar ha risposto: "Come può il potere esecutivo dare garanzie sulla sentenza di un tribunale?". Khurshid, ha aggiunto il ministro della Giustizia, "è anche un avvocato e sul perché abbia detto quelle cose, sta a lui rispondere".

L’ultima infine di questi giorni quando sia il Ministro degli Esteri sia l’inviato speciale in India parlano di una soluzione “equa e rapida” del problema ed il Vice Ministro agli Esteri Pistelli parla di “regole di ingaggio” concordate con l’India. La “luce in fondo al tunnel” è, però, ancora spenta.

Una sintesi di fatti che induce a chi non ha esperienza degli approcci diplomatici a parlare di incongruenze. Forse una cattiva deduzione derivata da carenza di informazioni ufficiali. Accogliamo, quindi,  l’invito di  “urliamo di meno” raccomandato dal  Ministro degli Esteri il 1 giugno 2013, ma nello stesso tempo vorremmo capire se e dove sbagliamo nel definire incongruenti certe dichiarazioni.

Il cittadino, come chiunque altro,  non deve urlare per affermare le proprie posizioni, ma ha il sacrosanto diritto di sapere, perché attraverso la conoscenza può arrivare ad una partecipazione costruttiva della vita del proprio Paese, un diritto innegabile  in democrazia.

3 luglio 2013 - ore 14,00


La vittoria di Pirro

Una battaglia vinta a un prezzo troppo alto per il vincitore è generalmente definita “una vittoria di Pirro”. Un detto che si richiama a re Pirro dell'Epiro, che sconfisse i Romani a Eraclea e Ascoli Satriano,  rispettivamente nel 280 a.C. e nel 279 a.C.,sostenendo perdite così alte da essere in ultima analisi incolmabili, e condannando il proprio esercito a perdere la guerra pirrica.

 Il termine “vittoria di Pirro” è entrato nell’uso comune anche se  associato a una battaglia militare per rappresentare, in analogia,  situazioni in cui apparentemente si è raggiunta un successo  ma di fatto il prezzo pagato è talmente alto che l’aver vinto non ha significato e potrebbe anche rappresentare una sconfitta anziché una vincita. 

Un concetto valido  negli affari, nella politica, nella giurisprudenza o nello sport per descrivere una lotta dove il vincitore ne esce sostanzialmente male conseguendo una popolarità più apparente che reale e concreta.  
La più clamorosa vittoria di Pirro dell’era moderna è quella che si accinge a vincere l’Italia per ottenere che l’India restituisca due cittadini italiani indebitamente tenuti in ostaggio da 500 giorni.

Una successo ottenuto rinunciando alla propria dignità nazionale, senza avvalersi di ricorrere ad arbitrati terzi come quello internazionale, perché fosse garantito quanto il Diritto Internazionale prevede, ma accettando, invece,  che uno Stato Terzo prevarichi regole universalmente riconosciuto e mai disattese nel corso della Storia.

Immunità diplomatica, immunità funzionale, concetto di acque internazionale, garanzie di difesa dell’imputato sono solo alcuni dei diritti che l’India sta negando all’Italia, il tutto sotto lo sguardo disattento delle Istituzioni, di un’Unione Europea sempre più holding economica e non Federazione di Stati e delle Nazioni Unite  più interessate ad assecondare Delhi anche a danno di antiche e consolidate democrazie come quella italiana.

Probabilmente Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, in un modo o nell’altro, faranno a breve rientro in Italia, magari dopo essere stati condannati da un tribunale che non ha il diritto di esercitare nei loro confronti l’azione penale avendo riconosciuto  la stessa Suprema  Corte di Delhi che gli eventi forzatamente attribuiti ai due marò italiani sono avvenuti in acque internazionali.

Sono certo che qualcuno si stia preparando a brindare al successo proponendosi all’opinione pubblica come il “salvatore della Patria” , un maestro nelle mediazioni internazionali ma che, invece, sarà un perdente come lo fu Pirro ad Eraclea.

In una mediazione internazionale, infatti, non si può definire successo l’aver ottenuto il rilascio dei  due Marò, dopo aver pagato il  “riscatto”  cedendo sovranità nazionale.

4 luglio 20\3 - ore 09.00


mercoledì 3 luglio 2013

Non si vive di solo pane !

Il nostro Presidente del Consiglio giustamente gioisce per la vittoria raggiunta in ambito europeo sul pareggio di bilancio. Una vittoria che credo comunque vada assegnata a tutti gli italiani che come loro tradizione non si sono tirati indietro ed hanno affrontato a testa alta i sacrifici. Ma non si vive di solo pane e ci si dimentica dei due nostri concittadini Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in ostaggio dell'India. Spero di sbagliarmi ma ho la vaga "sensazione" che la vergogna di aver lasciato indebitamente due militari italiani in ostaggio ad uno Stato Terzo si stia concludendo in una maniera tragica per i due concittadini e vergognosa per il nostro Paese.
Uno dei "grandi negoziatori italiani" che sta gestendo la vicenda probabilmente proprio domani potrebbe portare a casa un accordo che secondo la sua valutazione di "dignità nazionale" è una vittoria. Una condanna e la restituzione dei "rei" oppure comunque un processo magari con un'assoluzione contro ogni affermazione della nostra sovranità nazionale e creando un precedente assolutamente pericoloso per tutti i Peacekeeper italiani in giro per il mondo. Cerchiamo di tenere alta l'attenzione di tutti e vorrei che le migliaia di inscritti ai vari gruppi si facciano sentire magari con un solo "mi piace" lanciato dal cellulare. NON DOBBIAMO NE' POSSIAMO DIMENTICARE I NOSTRI FRATELLI IN DIFFICOLTA' PER AVER DIFESO GLI INTERESSI DELLO STATO ! 
3 luglio 2013 - ore 16.00

domenica 30 giugno 2013

L’India calpesta i Diritti Internazionali

Si è scritto molto sulle interpretazioni indiane del Diritto Internazionale, della Convenzione di Montego Bay e delle garanzie che il Diritto pattizio assicura a chi opera  in ambienti internazionali  od in altri paesi perchè incaricato di garantire la sovranità e la sicurezza al proprio Paese.

Tutti hanno condiviso che Delhi nel caso della vicenda dei due Fucilieri della Marina Militare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone ha prevaricato anche le norme più elementari che regolano i rapporti fra Stati, rinnegando anche atti internazionali concordati sotto l’egida delle Nazioni Unite e sottoscritti dal Governo indiano.

Una verità ormai riconosciuta da tutti, ma forse ignorata unicamente da alcuni esponenti istituzionali italiani assoggettati all’arroganza indiana e che, per taluni aspetti, la condividono accettando che i nostri Marò siano sottoposti a processo penale in India nonostante che i fatti a loro addebitati sono avvenuti inequivocabilmente in acque internazionali, su territorio italiano e quindi assolutamente non di competenza indiana.

In questo contesto, chi dovrebbe invece puntare i piedi per garantire il rispetto della sovranità nazionale e del Diritto consolidato sul piano internazionale unica garanzia per la sicurezza globale,  accetta l’indecente approccio indiano, a partire dalla recente minaccia di ritorsioni nei confronti dell’Ambasciatore italiano. Un’azione  che potrebbe ripetersi come  modello ormai consolidato in considerazione che l’Italia, a suo tempo,  ha supinamente accettato l’iniziativa indiana.

L'India è arrivata a marzo a minacciare  di arrestare l'Ambasciatore italiano perché, come annunciato dal dott. De Mistura l’11 marzo 2013 i Ministri italiani coinvolti nella vicenda avevano  deciso, con la condivisione dell’allora Presidente del Consiglio, di non "riestradare"  i due Fucilieri di Marina in India dopo la scadenza del permesso di quattro settimane per partecipare alle elezioni politiche in Italia.

Un’azione arbitraria che potrebbe ripetersi solo se l’Italia tornasse a non condividere o semplicemente a contrastare il “modus operandi” di Delhi, attuando un ricatto infinito ed inaccettabile sul piano formale e sostanziale.

Qualsiasi Ambasciatore non può rappresentare in qualsiasi controversia internazionale  “merce di scambio”. Egli beneficia di determinati diritti e privilegi la maggior parte dei quali codificati nella Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche del 1961. L'articolo 29 della Convenzione recita, infatti : la persona del diplomatico è inviolabile. Egli non può  essere sottoposto ad alcuna forma di arresto o di detenzione. Lo Stato di residenza lo deve trattare con il dovuto rispetto e deve adottare tutte le misure necessarie per prevenire ogni attacco alla sua persona, alla sua libertà o alla sua dignità.

Addirittura all’articolo 39 della Convenzione si legge: …….l’immunità cessa quando il titolare della stessa termina le proprie funzioni e lascia il Paese dove è accreditato …… ma deve sussistere fino a questo momento, anche in caso di conflitto armato. Inoltre l’immunità continua a sussistere per tutti gli atti compiuti dal diplomatico nell’esercizio delle proprie funzioni….. .

Perfino in caso di guerra l’obbligo della garanzia dell’immunità diplomatica deve essere garantito dalla “Nazione Ospite”. L'articolo 44 della Convenzione, infatti, in caso di conflitti armati , prevede che lo Stato di residenza deve garantire strutture idonee per proteggere le incolumità delle persone che godono di privilegi e immunità e delle loro famiglie……., fornendogli ogni mezzo per consentire loro di lasciare il più presto possibile l’area di crisi …..

La norma sull'immunità diplomatica si applica a qualsiasi azione penale o civile, non è un privilegio alla persona ma una garanzia alle funzioni della carica che essa rappresenta, uno scudo importante  che deve essere gestito da un  sistema internazionale capace di creare e mantenere canali di comunicazione aperti, per evitare che  uno Stato, in un qualsiasi controversia, eserciti attraverso fantasiose accuse un ricatto politico nei confronti di un altro Paese.

L’India, di fatto, da più di sedici mesi sta esercitando questo ricatto e l’Italia dimostra giorno dopo giorno di non essere in grado di contrastarlo preferendo ancora una volta la strada del compromesso e dell’accondiscendenza. Un’Italia che a marzo ha consentito a Delhi di minacciare l’arresto del  nostro Ambasciatore pur non avendo  motivi legali per farlo e di impedirgli di fare ritorno nel proprio Paese forzandone ogni diritto.

L’Italia ha accettato tutto questo e sta continuando a subire una palese prevaricazione della propria sovranità nel momento che il Ministro Bonino ufficializza che “il processo a carico di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due fucilieri della Marina militare trattenuti in India, inizierà a luglio e i due marò saranno "difesi da un collegio di avvocati italiani dello Stato e da avvocati indiani”  e  quando il Vice Ministro agli Esteri Pistilli parla di “regole di ingaggio” concordate con gli indiani per la soluzione del problema.

Il tutto mentre il dott. De Mistura, rappresentante del Governo delegato a gestire la vicenda, diventato un “pendolare con l’India” ,  non ritiene, come atto di rispetto nei confronti degli italiani,  di informare l’opinione pubblica sui risultati della “Sua intensa azione di negoziati” a favore di due cittadini italiani.   

Una vicenda nata male e diventata nel tempo  sempre più difficile ed ermetica. Solo  un fatto è certo: l’India calpesta il Diritto Internazionale e l’Italia dimostra accondiscendenza non ricorrendo all’arbitrato internazionale. Accetta invece il rischio di essere ancora una volta ricattata da Delhi attraverso possibili azioni ingannevoli nei confronti di coloro che rappresentano l’Italia in quella terra lontana che forse ha dimenticato troppo rapidamente i concetti di democrazia ereditati dalla lunga egemonia britannica esercitata in quel Paese.

Un’Italia che sta dimostrando di preferire l’accettazione dell’approccio indiano, assopita di fronte a palesi prevaricazioni della propria sovranità, complice nell’affermare un modello di controversia fra Stati che se  gestito come l’attuale può portare ad estremizzazioni come avvenuto in un passato anche recente e che hanno rappresentato un effetto destabilizzante sulla sicurezza internazionale.

30 giugno 2013 , ore 12,00

martedì 25 giugno 2013

Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono italiani ?

Sono trascorsi sedici mesi da quando due militari italiani “nell’esercizio delle loro funzioni” sono stati strappati alle loro famiglie e tenuti in ostaggio da uno Stato Terzo che con arroganza e supponenza prevarica qualsiasi norma o convenzione internazionale, disconoscendo anche  quanto il “diritto pattizio” riconosce a tutti i militari del mondo.
Ormai è prossima la scadenza dei fatidici 60 giorni previsti dall’inviato speciale italiano dott. De Mistura entro i quali l’Agenzia indiana NIA avrebbe deciso nei confronti dei due italiani, confermando in più di un’occasione che si sarebbe giunti ad una conclusione “equa e rapida” della vicenda. Una valutazione ottimistica, anche in contrasto con i canonici 90 giorni che la NIA prevede come tempo necessario per le proprie indagini, prassi nota a chiunque conosca i principali iter procedurali indiani.
Lo stesso rappresentante istituzionale italiano  che con un’ANSA del 7 maggio informava gli italiani che ''Noi li riporteremo a casa a testa alta'' ed ancora ''I dati dimostrano che le navi protette da militari riescono a respingere efficacemente gli attacchi dei pirati. La stessa India - ha continuato De Mistura - sta considerando di mettere militari a bordo delle proprie navi''.
Affermazioni concettualmente corrette, ma in qualche modo viziate  da un approccio di autostima. La prima formalmente errata sul piano del lessico assegnando l’epiteto di militare a chiunque utilizzi un’arma per assolvere al proprio compito. Infatti, in questo momento statisticamente risulta che il compito di scorta della maggior parte del  naviglio civile per contrastare atti di pirateria marittima è affidato in ambito internazionale a “Contractors” civili appositamente addestrati.
La seconda, forse più grave sul piano diplomatico, quella con cui il dott. De Mistura ha accennato all’intenzione dell’India di utilizzare soldati nella scorta delle proprie navi, dimenticando però di dire che Delhi in questo caso pretenderebbe la tutela del diritto di immunità funzionale per i suoi soldati come avvenuto in Congo contro sospetti autori di uno stupro, diritto invece negato ai militari italiani.
Cosa intendesse, poi,  l’ex Funzionario dell’ONU con le parole “equo e rapido” ripetute in varie circostanze non si comprende. Chi infatti dal 2009 ha gestito come vice direttore esecutivo per le relazioni esterne del Programma alimentare mondiale a Roma dovrebbe ben conoscere il significato di equità come garanzia di diritti e di prerogative nell’assegnare aiuti o risorse e quello di rapidità considerando che la Sua esperienza di Funzionario dell’ONU dovrebbe essere stata sempre caratterizzata da condizioni gestionali  “well timed” e “prominent”.

Nella circostanza specifica sicuramente non possiamo parlare di equità e rapidità né, tantomeno di “well timed e prominent acts” !

Nel caso dei due Marò l’inviato speciale ha fino ad ora solo dimostrato accondiscendenza, quasi sudditanza nei confronti degli indiani e non sembra nemmeno  voler approfittare - termine brutto ma pragmaticamente vero e ricorrente in diplomazia - di un momento favorevole come l’attuale in cui l’alleato americano John Kerry  è in visita in India per preparare il terreno a successive nuove missioni statunitensi in un quadro strategico di ampia portata finalizzato a rafforzare i rapporti politici, economici e di sicurezza fra i due Paesi.

Sembra, invece, che il dott De Mistura non consideri essenziale un possibile interessamento di Kerry per la sorte dei due nostri Fucilieri di Marina, non per perorarne la causa ma solo per ricordare all’India che esistono regole internazionali che non possono essere disattese.

Una richiesta che il dott. De Mistura potrebbe giustificare considerando l’importanza che l’India può avere nella sicurezza internazionale e per l’evidente peso che la questione dei due nostri Fucilieri di Marina presi in ostaggio da Delhi potrebbe avere nella gestione internazionale dell’azione antipirateria e per confermare le garanzie di immunità dovute a tutti coloro che fanno e faranno parte delle missioni internazionali di Peace Keeping, svolte sotto egida ONU a cui collaborano anche gli indiani.

Non un atto di questua ma una doverosa richiesta ad un alleato come Washington, perché arrivi un messaggio all’Agenzia indiana NIA. Non un’azione di prostrazione come le tante avvenute finora nei confronti di Delhi ma un atto concreto ed incisivo sicuramente non condannabile sul piano diplomatico.

Modeste considerazioni queste mie che se oggettivare contribuirebbero a far arrivare a Massimiliano e Salvatore la vicinanza del loro Paese e ad rassicurare gli italiani che due loro concittadini non sono stati dimenticati.

Parole “viscerali” queste mie, sicuramente derivate da un senso dello Stato esasperato ed indotte  dalla irruenza tutta italica che caratterizza coloro che come me fanno parte della antica cultura latina, decisionista, non attendista e tantomeno compromissoria.

Parole sincere, però, che esprimono l’auspicio di un italiano che come tanti altri teme per la sorte di due concittadini da troppo tempo abbandonati in mano straniera, quasi fossero merce da barattare al primo momento favorevole.

Sono indignato e come me credo molti altri italiani !

Roma 25 giugno 2013 - ore 15,45 


lunedì 10 giugno 2013

Gli USA spiano i cittadini. L'Italia imita ?

La notizia è riportata da tutti gli organi di informazione del mondo: I cittadini americani sono spiati sul web, Obama ha accesso ai dati di Google, Fb e Skipe.
Uno scandalo che si allarga, la “National Security Agency statunitense è entrata nei server di aziende come Microsoft, Google, Facebook, spiando conversazioni, scambio di messaggi, utilizzo di carte di credito dei cittadini americani. Un vero e proprio abuso di potere che deve essere chiarito come invocato dal “New York Times” con  un editoriale pesantissimo nei confronti del Presidente degli USA che nel frattempo ha comunicato che sono azioni autorizzate dal Congresso per garantire la sicurezza nazionale.
Un’azione di monitoraggio teoricamente giustificata dagli attentati terroristici contro le Torri Gemelle dell’11 settembre. Un modello che rischia di essere scimmiottato da altre Nazioni anche nel caso di assenza di una minacci terroristica di livello elevato come quella che incombe sugli USA.  
Un’eventualità non remota, forse già presente anche nella realtà italiana per quanto attiene al social network Facebook. Il condizionale é d'obbligo in assenza di riscontri oggettivi,  ma l'ipotesi non é azzardata se riferita a “gruppi e/o pagine” dedicate a vicende di risonanza nazionale come la vicenda dei due Fucilieri di Marina in ostaggio dell’India ormai da circa un anno e mezzo.
Facebook, infatti, offre una piattaforma comunicativa di elevata valenza consentendo l’interconnessione in tempo reale di centinaia di migliaia di cittadini. Tutte persone impegnate a tenere alta l’attenzione istituzionale sulla irrisolta vicenda di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, favorendo la polverizzazione di informazioni in tempo reale coinvolgendo nello stesso momento una vastissima utenza. 
Costoro non sono terroristi o presunti tali, nemmeno membri di formazioni particolari caratterizzate da posizioni politiche o ideologiche estreme o appartenenti a “club esclusivi” come ad esempio la “Trilaterale” od a logge massoniche non meglio caratterizzate.
Solo gente comune che non condivide la posizione di inerzia assunta dall'Italia fin dall’inizio degli eventi che hanno coinvolto due militari italiani ed innescato una controversia internazionale con l’India.  Una scarsa incisività, quella italiana, che ha portato ad una vera e propria rinuncia della sovranità nazionale, fatto unico nella moderna storia del nostro Paese.
Cittadini che si chiedono quotidianamente perché non si attuino le procedure previste dal Diritto Internazionale come l'arbitrato e che manifestano il proprio dissenso nel massimo rispetto delle istituzioni. A costoro viene, però,  negata qualsiasi risposta concreta al di là di sporadici flash di “burocratese” ed in qualche modo anche il "diritto di mugugno", da sempre espressione di  libertà ed accettato da tutte le democrazie del mondo.
Italiani che non minacciano il loro Paese, ma che credono ancora nelle Istituzioni e per questo motivo  le sollecitano ad essere garanti dei diritti elementari di uno Stato custode di antiche tradizioni che hanno lasciato un segno nella storia del mondo, oggi affrettatamente abbandonate per lasciar spazio ad altri interessi.
Uomini che non si riuniscono segretamente quasi fossero moderni “carbonari”, bensì esprimono la loro approvazione od il loro dissenso alla luce del sole, senza remore. Per questo non possono essere guardati con sospetto dal proprio Paese che, piuttosto, dovrebbe concedere loro il massimo rispetto per l’attaccamento che dimostrano allo Stato ad alla Bandiera,  simbolo della Patria, “la terra dei padri” , la terra natale di una persona, il luogo in cui si hanno legami familiari e dove riposa chi ci ha preceduto.

Si ha motivo di ritenere, invece, che quella stessa Italia che non riesce ad affermare la propria sovranitá nei confronti dell’India, guarda con sospetto a questa gente, considera il loro pensiero un'azione di disturbo da vigilare attentamente é semmai da ostacolare.  Solo una sensazione che emerge spontanea nel momento che taluni pensieri affidati al social network,  arrivano in rete con ritardi non giustificati da seppur possibili carenze tecnologiche e talvolta anche escludendo qualcuno dei destinatari. Accadimenti che sono aumentati mano a mano che é cresciuta l'attenzione e l'impegno degli italiani a favore dei  due Marò e che la gestione degli eventi a livello istituzionale é stata caratterizzata sempre di più da incomprensibili incongruenze che hanno portato anche alle dimissioni di un Ministro della Republica.

Forse assistiamo all’affermazione di un nuovo modello italiano che alla stessa stregua di quello statunitense prevaricherebbe i diritti costituzionali dei cittadini, in particolare la loro privacy ed il diritto di dissenso, solo perché potrebbe creare imbarazzo a  qualche apparato dello Stato o singole figure istituzionali.

 Un’accelerazione di “verifica” che sembra essere in essere dopo la pubblicazione del “I due Marò: Due  Italiani Dimenticati”  (https://itunes.apple.com/it/book/i-maro-due-italiani-dimenticati/id657253645?mt=11).

Un volume che oltre a narrare le vicende ed a presentare alcune valutazioni tecniche sull’accaduto, raccoglie i principali  articoli e notizie di stampa che nel corso dei mesi hanno riguardato gli eventi. Il  tutto non commentato, solo raccontato, proponendo al lettore una storia completa da cui poter trarre le proprie conclusioni. Un  testo che forse per  la sua linearità  di contenuti potrebbe rinnovare interrogativi negli italiani su una vicenda tuttaltro che chiara, anche e soprattutto in termini di responsabilità specifiche.  

La storia dei Fucilieri di Marina in ostaggio dell’India sta superando tutti i misteri d’Italia messi insieme e giorno dopo giorno si consolida come uno dei momenti peggiori della storia del nostro Paese. Per i Marò fin dal primo momento è stato deciso per motivi ancora non chiari che non si dovesse parlare. Una disposizione immediatamente rispettata dalla maggior parte degli organi di informazione compreso il Servizio Pubblico televisivo che solo raramente ha dedicato risorse per raccontare agli italiani sulla sorte di due "servitori dello Stato" destinati a rischiare severe condanne per fatti ancora da provare e comunque avvenuti mentre tutelavano gli interessi dello Stato.

Moltissimi italiani non hanno invece rispettato questo “desiderata istituzionale” e fin dal primo momento si sono impegnati a tenere alta l’attenzione sugli eventi, attraverso un network  strutturato su Internet, mediante il quale trasferire un proprio e personale pensiero sul tema  specifico.

Costoro, da subito,  sono stati divisi in “buoni e cattivi”. Buoni coloro che plaudevano alle decisioni ufficiali, cattivo chi esprimeva garbatamente il proprio dissenso o sottolineava le decisioni istituzionali non condivise. Ai primi ampio spazio e massima divulgazione delle loro affermazioni. I secondi trattati come fossero un  “virus informatico” da veicolare in quarantena monitorandone i contenuti prima di restituirli alla piattaforma comunicativa a cui erano destinati.

Se venisse confermata l’ipotesi di un possibile monitoraggio istituzione dei network attivati da chi ha deciso di impegnarsi per i due Marò,  verrebbero a mancare le garanzie elementari dovute ai cittadini di uno Stato moderno che fonda i pilastri della sua democrazia sul rigetto dell’oscurantismo della censura ed osannato, invece, la libertà di espressione come uno dei concetti primari da tramandare alle future generazioni.

Questi cittadini italiani che hanno la sola responsabilità di essere impensieriti perché l’Italia continua ad essere ostaggio dell'India, non meritano di essere monitorati mutuando un modello statunitense adottato per individuare terroristi di Al Qaeda. Devono invece rappresentare un modello da pubblicizzare in un momento in cui quotidianamente decadono i più elementari valori etici che hanno fatto grande l’uomo.

L’iniziativa americana, peraltro autorizzata dal Congresso, è finalizzata alla prevenzione di possibili azioni terroristiche, se mutuata per altri scopi fino a diventare generalizzata, oltre ad intaccare il diritto di privacy dei cittadini potrebbe addirittura inficiare l’azione di “monitoraggio preventivo antiterroristico”, con una conseguente ricaduta negativa per la sicurezza nazionale ed internazionale.

Istituzioni che guardano sempre ed ovunque attraverso il “buco della serratura” non ostacolano ne tantomeno prevengono la minaccia, piuttosto favoriscono le strategie eversive che potrebbero approfittare dell’azione del controllo generalizzato, statisticamente destinato ad essere aggirato.

Monitorare cittadini impegnati a favore di altri connazionali in pericolo perché “colpevoli” di difendere gli interessi nazionali come sta avvenendo per Massimiliano e Salvatore,  non favorisce la soluzione del problema né tantomeno ne accelera i tempi. Offende solo le persone e per taluni aspetti favorisce la controparte.

Monitorare  l’espressione del libero pensiero è una prevaricazione dei diritti delle persone e dimostra incertezza gestionale se, nello stesso tempo, si accetta che uno Stato terzo offenda la sovranità nazionale, senza portarlo a giudizio di arbitrati internazionali.

Il controllo, in questo caso, non è un atto di autotutela per la sicurezza dello Stato, piuttosto la dimostrazione di essere forte con i deboli e debole con i forti.
L’India lo ha compreso e ne sta approfittando. Noi continuiamo a denunciarlo senza remore e senza timore di essere inscritti nella black list dei cattivi !

Roma 10 giugno 2013, ore 15,00

domenica 2 giugno 2013

Il Ministro Bonino : urlare di meno !

Leggo che il signor  Ministro Bonino invita gli italiani a non urlare sulla vicenda dei due Marò, a garanzia di una soluzione efficace.  

Condivido l’invito del Ministro in quanto manifestare urlando o manifestando posizioni estreme è poco civile e, sicuramente, non rappresenta la migliore forma per esprimere democraticamente il proprio dissenso. Piuttosto evidenzia un approccio poco educato e totale assenza di rispetto per gli altri.  

Una condivisione che  deriva dai valori etici e formativi che caratterizzano la mia persona ed il mio essere cittadino di una Nazione dalle antiche tradizioni e che si augurerebbe che fossero confermate e tramandate.

Non si può, infatti, fare a meno di concordare con l’invito del Ministro Bonino anche se è ricorrente il rischio di essere negativamente condizionati da espressioni di dissenso manifestate nel passato ed ancora oggi da qualche politico anche a Lei vicino politicamente che, seppure non urlando, ha rese pubbliche le proprie convinzioni con  comportamenti che avrebbero potuto, alla stessa stregua delle urla, urtare la sensibilità di qualcuno.  

Ciò premesso, vorrei chiarire che tantissimi italiani, me compreso, non stanno urlando, ma vogliono o meglio desiderano solo sapere. Tantomeno non chiedono al Ministro degli Affari Esteri di dichiarare guerra all’India, piuttosto auspicano che si attuino tutte le iniziative internazionali a cui si è fatto spesso cenno con parole o dichiarazioni di intenti che ad oggi, purtroppo, ancora non sono state seguite da fatti concreti.

Il Signor Ministro, con una Sua risposta ad una mia istanza il  15 maggio u.s. ha fatto, infatti,  inequivocabile cenno che “sulla base del diritto internazionale consuetudinario e pattizio, continuiamo a ritenere che la giurisdizione sui due Fucilieri di Marina coinvolti nel tragico episodio spetti all’Italia e che essi debbano essere giudicati dalla magistratura italiana”.

Non mi sembra che questo stia avvenendo e per questo motivo chiedo, senza urlare, perché non si dia corso al preannunciato “arbitrato internazionale”. Esperti di Diritto Internazionale mi dicono, infatti,  che è possibile attivarlo unilateralmente e chiedendone l’esecuzione con una  procedura d’urgenza che lo renderebbe esecutivo in quindici giorni, un tempo ragionevole ed abbondantemente trascorso dall’insediamento dell’attuale Esecutivo.

Per questo a voce sommessa ci si domanda perché non sia attuata una procedura che sarebbe assolutamente coerente con quanto da Lei affermato nella Sua missiva, con procedure e tempistica certamente note anche al dott. De Mistura che si sta occupando a pieno titolo dei Marò.  

Per quanto precede e continuando a non urlare, chiedo ancora come mai si è preferito accettare i tempi della NIA, che come reso noto dal dott. De Mistura dovrebbe terminare le indagini in 60 giorni (termine ormai prossimo anche se dall’India informano che come prassi corrente l’Agenzia normalmente arriva a conclusioni in non meno di  90 giorni), e non attivare, invece, quanto previsto dal Diritto Internazionale che avrebbe consentito di accelerare i tempi e forse anche assicurare allo Stato risparmi economici.

In assenza di risposte certe, mi permetto, quindi, di esprimere - sempre bisbigliando - una mia convinzione : forse le mancate risposte rientrano  nelle "regole di ingaggio" stabilite con l'India a cui fa riferimento il Vice Ministro degli Esteri, l’onorevole Pistilli.
Se così fosse, mi permetto di osservare, che  la nostra sovranità ne trarrebbe un grosso danno, forse non accettabile da una larga percentuale di cittadini italiani. Costoro, quindi, nel pieno rispetto della democrazia, potrebbero esasperati  esplicitare la propria disapprovazione con un  tono di voce di qualche decibel superiore al normale,  seppure senza gridare.

Grazie Signor Ministro spero di non avere alzato troppo la voce.

2 giugno 2013 - ore 14,00

sabato 1 giugno 2013

Massimiliano e Salvatore, una favola infinita

Eravamo bambini e per tranquillizzarci ci venivano proposte storie fantasiose con la partecipazione di entità reali, uomini, donne ed animali. Le fiabe, racconti inventati ma credibili dai fanciulli perché narrate da adulti meritevoli della massima fiducia, i genitori e  gli insegnanti.

Una volta cresciuti, le storie fantasiose di una volta sono maturate in favole, ossia avvenimenti proposti spesso per offrire speranze ed orizzonti di felicità e giustizia, ma destinati il più delle volte  ad essere rapidamente sconfessati  dalla realtà contingente.

Uno di questi racconti continua da sedici mesi. E’ rinnovato e riproposto agli italiani da “moderni  Esopo”, convinti dell’efficacia della loro narrazione perché convinti essere  destinata ad una moltitudine di ingenui, i concittadini di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Gente comune che, invece, è stanca di essere considerata “spettatori creduloni”,  pronti a condividere le trame di una storia che vede protagonisti due loro concittadini, servitori dello Stato indebitamente tenuti in ostaggio da uno Paese terzo.

Una favola proposta in chiave moderna alla stessa stregua di una telenovela a puntate in cui i protagonisti si sono proposti in altalenanti interpretazioni, spaziando dall’approccio indignato all’accondiscendenza indotta da un timido low profile. 

Una lunga storia che inaspettatamente l’11 marzo è uscita dall'appiattimento di una narrazione ormai noiosa ed ha risvegliato l’attenzione dei sopiti spettatori. Quel giorno, uno dei maggiori e più qualificati gestori della trama annunciava, infatti, che Massimiliano e Salvatore in quel momento in Italia non sarebbero più rientrati in India. In quella occasione veniva anche sottolineato che “la divergenza di opinioni tra l’Italia e l’India sulle questioni della giurisdizione e dell’immunità richiede un arbitrato internazionale: il ricorso al diritto internazionale o una sentenza di una corte internazionale ….”.

Improvvisamente, però, come in tutte le favole le favole di effetto, vi è stato  il colpo di scena. Dopo solo 11 giorni  l’Italia rinuncia ai diritti dichiarati e con tante scuse, restituisce Massimiliano e Salvatore all’India.  

La telenovela veniva così rivitalizzata arricchendo la storia infinita di nuovi episodi. Il 28 aprile l’Italia ha un nuovo Esecutivo, solerte ad informare i cittadini che uno dei problemi di prioritaria importanza sarebbe stato quello di risolvere il problema dei due Fucilieri di Marina.

A tale riguardo, l’expertise del dott. De Mistura, impegnato a risolvere il problema dal febbraio 2012, viene giustamente esaltata con la nomina dell’ex Funzionario delle Nazioni Unite  ad “ inviato speciale presso il governo indiano per la questione dei due Marò”.

Da questo momento la favola torna ad essere una fiaba connotata come tutte le leggende non da fatti concreti ma da contesti riconducibili a grandi capacità di immaginazione. Si passa da capitoli in cui si parla di “soluzione equa e rapida del caso” a pagine bianche caratterizzate da silenzio assoluto.

Molte le assicurazioni rassicuranti come quella del Ministro degli Affari Esteri, “Sulla base del diritto internazionale consuetudinario e pattizio, continuiamo a ritenere che la giurisdizione sui due Fucilieri di Marina coinvolti nel tragico episodio spetti all’Italia e che essi debbano essere giudicati dalla magistratura italiana” ed assicura che “…..il dialogo avviato ha fatto emergere la consapevolezza, anche da parte indiana, di dover affrontare con maggiore decisione, linearità e speditezza la vicenda, per una sua soluzione equa e rapida”, non seguite, però,  da fatti come l’avvio di un arbitrato internazionale e non coerenti nella sostanza, nel momento che viene lasciata agli indiani la prerogativa di indagare e poi giudicare, nonostante non ne abbiano il diritto.
Un Vice Ministro degli Esteri, Lapo Pistelli, che parlando a Firenze a margine del Forum dei giornalisti del Mediterraneo sulla vicenda dei due Fucilieri di Marina, ci dice che  "Nelle ultime settimane questa vicenda e' stata rimessa correttamente nei binari. Sarebbe poco saggio fare delle previsioni temporali ma la vicenda è instradata nei binari corretti e presto, mi sento di dire, si risolverà positivamente".  "In questo momento la collaborazione con le autorità indiane e' ottima”, ha aggiunto Pistelli. “Sono state già concordate le “regole di ingaggio” per il giudizio che gli indiani si apprestano a dare sui due fucilieri…,..”.
Informazioni che trasformano il “romanzo noir” in un vero e proprio “triller”. L’Italia rinuncia ad azioni internazionali in difesa delle proprie prerogative di Stato sovrano,  delega all’India il diritto di giudicare, concorda regole di ingaggio nemmeno si dovesse portare avanti un’azione militare. Le puntate della telenovela continuano.
 Probabilmente domani, in occasione della tradizionale parata militare per la ricorrenza della festa della Repubblica, la fiaba sarà riproposta con personaggi e fatti nuovi, speriamo però concreti e coerenti.
Gli italiani sono ormai stanchi di ascoltare favole o racconti di fantascienza. Vogliono, invece, atti concreti che riconsegnino all’Italia la dovuta credibilità internazionale e, nello stesso tempo, auspicano che a chiunque, civile o militare, impegnato all’estero per proteggere gli interessi  nazionali, sia assicurata la certezza che lo Stato esiste, pronto a garantire loro un  diritto essenziale, quello dell’immunità funzionale.
Solo così la fiaba si trasformerà in  una narrazione concreta con  protagonisti uomini e non gnomi personaggi di fantasiose vicende ed alla telenovela potrà essere scritta la parola fine.

1 giugno 2013, ore 11.00




mercoledì 22 maggio 2013

E’ morto un italiano che amava la sua Bandiera !


Sandro Macchia  è morto ! Sembra si sia ucciso. Un colpo di pistola sparato alla testa mentre era solo nella sua abitazione.

Era un uomo che credeva nello Stato,  che aveva dato molto allo Stato e continuava a farlo impegnandosi in prima persona per tenere alta l’attenzione sulla vicenda di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.

Un generoso che agiva spesso d’impeto come tutti coloro che credono nei loro ideali. Forse anche con irruenza ma sempre con onestà intellettuale e fedele ai Suoi principi.  Non cercava spazi personali per  apparire, piuttosto si impegnava concretamente per raggiungere i risultati come farebbe qualsiasi uomo che crede nelle proprie scelte e le porta avanti a testa alta.

Scriveva Sandro “Conosco il Sacrificio di coloro i quali oggi non sono più fra noi e gli ideali che li hanno ispirati ………….Da Incursore paracadutista il mio desiderio è quello di vedere condiviso il mio sentimento di vicinanza a Salvatore e Massimiliano …..”

Scrive di Lui l’Ambasciatore Terzi nella Sua pagina di FB “GIORNATA INCREDIBILMENTE TRISTE PER ME E PER MOLTI DI VOI.... E' venuto a mancare tragicamente e improvvisamente un amico vero di questa community, *Sandro Macchia*, che con tanta passione, interesse e coinvolgimento ha sempre scritto su questa pagina dando il proprio contributo attivo alle nostre innumerevoli discussioni...   Sandro, mancherai a TUTTI noi: sei stato uno dei primi utenti ad affezionarti a questo gruppo, a contribuire disinteressatamente ai nostri quotidiani confronti sui temi più vari, i tuoi post sono ovunque su questo muro, e... ci mancherai tanto, davvero!!!” Ed aggiunge “Onore sincero a tutti i nostri Militari deceduti in servizio, e a Sandro Macchia, ex Militare morto per motivi a noi sconosciuti…….”.

Ciao Sandro,  assiduo ed eccezionale protagonista fra coloro che hanno fin dal primo momento voluto esprimere la vicinanza ai due Fucilieri di Marina in ostaggio dell’India da 15 mesi. Non dimenticherò mai il Tuo impegno nel portare avanti tutto ciò in cui credevi,  con la limpidezza di colui che ama la propria Bandiera e la storia che il simbolo rappresenta.

Encomiabile il Tuo impegno nel cercare di tenere alta l’attenzione sulla vicenda dei due nostri Fucilieri di Marina e sollecitare  l’impegno delle  Istituzioni perché Massimiliano e Salvatore fossero restituiti alle loro famiglie ed all’Italia.  Onore a Te.

Roma 22 maggio 2013 , ore 11,00 

venerdì 17 maggio 2013

Destino segnato per i due Marò


Il 21 marzo u.s. l'Italia ha rinunciato alla sua sovranità nazionale cedendo al ricatto politico ed economico di uno Stato terzo che da quasi sedici mesi disprezza il Diritto  e le Convenzioni Internazionali e detiene in ostaggio due militari italiani.  Ha rispedito in India come fossero merce di scambio i nostri due Fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone,  solo perchè Delhi “ha alzato la voce” minacciando di limitare le garanzie diplomatiche e la stessa libertà personale del nostro Ambasciatore e perchè qualcuno dell'Esecutivo del momento ha preferito difendere gli interessi di lobby economiche, piuttosto che di due nostri militari praticamente "svenduti" per trenta denari.

Decisione che lasciava in quel momento perplessi suscitando in molti il desiderio di capire cosa in realtà stese accadendo. Prioritaria l’esigenza di assicurarsi che i due militari fossero assolutamente tutelati sulla non applicazione della pena di morte nei loro confronti. Chiedevo quindi al Ministero degli Affari Esteri di poter disporre di una copia del documento prodotto dall’India in tal senso ed a cui si riferivano rappresentanti istituzionali.

Ieri finalmente una risposta della Farnesina che, però, rinnova tutte le perplessità  precedenti. Una lettera a firma del Ministro Emma Bonino da cui emergono due punti essenziali.

Il primo relativo alla volontà italiana di pretendere che l’India rispetti il diritto internazionale. Testualmente “Sulla base del diritto internazionale consuetudinario e pattizio, continuiamo a ritenere che la giurisdizione sui due Fucilieri di Marina coinvolti nel tragico episodio spetti all’Italia e che essi debbano essere giudicati dalla magistratura italiana. I più recenti sviluppi confortano il Governo italiano nella scelta di un confronto costruttivo con l’India. In particolare, il dialogo avviato ha fatto emergere la consapevolezza, anche da parte indiana, di dover affrontare con maggiore decisione, linearità e speditezza la vicenda, per una sua soluzione equa e rapida”.

Il secondo meno importante ma puranche sostanziale con il quale viene negato di poter disporre di una copia dell’assicurazione indiana sulla non applicabilità della pena di morte motivata con l’affermazione “Il documento, infatti, rientra in una delle categorie - quella dei carteggi scambiati dall’amministrazione con i rappresentanti degli Stati esteri in Italia ed esponenti dei Governi e delle amministrazioni degli Stati esteri - che il Decreto Ministeriale n. 604/1994 sottrae all’accesso, fra l’altro, “per motivi attinenti alla correttezza delle relazioni internazionali”.

Evidentemente qualcosa in un recente passato è sfuggito ai controlli del Dicastero considerando che uno stralcio del documento è stato pubblicato e commentato in un recente articolo pubblicato sul settimanale Panorama.

Precisazioni quelle sottoscritte dal Ministro che però non rispecchiano, almeno per quanto attiene alla “competenza di giudicare”, quanto riportato da vari organi di stampa che ci informano che la Bonino abbia riferito in Parlamento “i due Fucilieri di Marina saranno sottoposti ad una nuova procedura di indagine a New Delhi che dovrebbe durare due mesi in applicazione di una legge che esclude la pena di morte”, aggiungendo “un processo fast and fair (rapido e giusto) è la strada da seguire, bisogna trovare un modo per portare a casa i Marò e questa strada di dialogo e fermezza ci potrà consentire di risolvere la questione”.

Pronunciamenti la cui sostanza è confermata anche da una dichiarazione del dott. De Mistura rilasciata il 14 maggio all’ANSA che riporta fra l’altro ''l'inchiesta sarà veloce, rapida ed equa',  lasciando presumere che ormai si accetta che l’India emetta un verdetto.

Affermazioni differenti che, come avvenuto in passato,  inducono sicuramente confusione. L’11 marzo, l’allora Sottosegretario De Mistura dichiarava all’AGI “La decisione di non far rientrare i maro’ in India e’ stata presa in coordinamento stretto con il presidente del Consiglio Mario Monti e d’accordo tutti i ministri....”, mentre in Parlamento il 26 marzo il Senatore Monti praticamente si dissociava dalla decisione che era stata presa di trattenere i Marò in Italia. Ieri la missiva del Ministro Bonino che in prima approssimazione sicuramente non è coerente con quanto riferito dalla stessa sempre in Parlamento.

Non è azzardato affermare, quindi, che la vicenda si fa sempre meno chiara e viene proposta agli italiani in maniera sicuramente confusa, quasi un’offesa all’intelligenza di molti e sicuramente alla mia.

Probabilmente è stata scelta una soluzione all’italiana che non rende però onore al nostro Paese né tantomeno rispecchia la volontà di pretendere che il Diritto Internazionale sia rispettato né tantomeno riconosciuta l’immunità funzionale di cui i due militari italiani hanno diritto,  come invece sottoscrive il Ministro.

Piuttosto un arrangiamento a discapito della nostra sovranità nazionale e che potrebbe compromettere la sicurezza futura dei nostri militari impiegati nel mondo in operazioni di Peace Keeping ch potrebbero dubitare di avere garantito dalla propria Nazione il riconoscimento del loro status come sta avvenendo per i due Fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. 

Roma 17 maggio 2013, ore 15,45

lunedì 13 maggio 2013

Massimiliano Latorre e Salvatore Girone : Nulla è ancora chiaro.


Il 15 febbraio 2012 la Marina Militare italiana comunica ufficialmente :

“I Fucilieri del Battaglione S. Marco, imbarcati come nucleo di protezione militare (NPM) su mercantili italiani sono intervenuti oggi alle 12,30 indiane, sventando un ennesimo tentativo di abbordaggio. La presenza dei militari della Marina Militare ha dissuaso cinque predoni del mare che a bordo di un peschereccio hanno tentato l’arrembaggio della Enrica Lexie a circa 30 miglia ad Ovest della costa meridionale indiana …..”.

Quel giorno ha  inizio una delle più complesse controversie internazionali destinate ad entrare a far parte come “caso di studio” nei testi di Diritto Internazionale e che rappresenta un momento oscuro  della nostra storia. Un modello di riferimento per spiegare come la titubanza ed il susseguirsi di decisioni anche discordanti fra loro, non aiutino una Nazione ad affermare la propria credibilità e sovranità, prescindendo dalle alchimie finanziarie o dal mancato rispetto dei parametri economici di Maastricht.

Eventi che hanno segnato la vita di due nostri concittadini, militari coinvolti in vicende collegate al compito istituzionale loro assegnato, presi in ostaggio da uno Stato Terzo, arrogante nei confronti di un’Italia pronta a cedere sovranità a vantaggio  di non meglio definiti  interessi economici.

Un’Italia che ha rinunciato ad avvalersi di qualsiasi diritto di applicare l’arbitrato internazionale, previsto per la gestione delle controversie internazionali. Uno strumento che nella fattispecie  avrebbe assegnato ad altri non coinvolti nella vicenda il compito di fare chiarezza, in particolare su chi avesse il diritto di esercitare l’azione giudiziaria.

Non si comprende il motivo per cui ancora non sia stato avviato unilateralmente questo atto fondamentale previsto dal Diritto Internazionale, ma si preferisce confermare un approccio esitante che ormai dura da 15 mesi, quasi certamente determinato dalla insicurezza politica e da un senso di sottomissione di fronte al contesto internazionale e probabilmente, anche indotto da interessi economici che coinvolgono lobby di alta finanza.

Per contro, l’Italia il 21 marzo, non ha superato qualsiasi titubanza nel disporre il rientro dei due militari in India alla scadenza di quattro settimane di permesso “elettorale”, pure rinnegando una decisione presa l’11 marzo che prevedeva il loro non rientro. Un ulteriore assoggettamento ad un altro ricatto indiano che minacciava la libertà personale dell’Ambasciatore italiano a Delhi negandogli l’immunità diplomatica, storicamente  applicata nel mondo anche in caso di controversie globali fra Stati.

Una decisione, questa ultima, che dalle dichiarazioni dell’allora Sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura, appariva come una scelta collegiale del Governo. Il dott. De Mistura, infatti,  secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa diramata dall’AGI alle ore 17,51 dell’11 marzo, dichiarava ““La decisione di non far rientrare i maro’ in India “e’ stata presa in coordinamento stretto con il presidente del Consiglio Mario Monti e d’accordo tutti i ministri” coinvolti nella vicenda, “Esteri, Difesa e Giustizia”. Aggiungeva che “siamo tutti nella stessa posizione, in maniera coesa e con il coordinamento di Monti”. 

L’attuale “Commissario straordinario del Governo quale inviato speciale per  il coordinamento delle amministrazioni interessate” alla soluzione della vicenda dei Marò, in quel momento chiariva inoltre che  “a questo punto la divergenza di opinioni” tra l’Italia e l’India sulle questioni della giurisdizione e dell’immunità richiede un arbitrato internazionale: il ricorso al diritto internazionale o una sentenza di una corte internazionale”.

Lo stesso ex  Sottosegretario agli Esteri italiano che il 10 maggio 2012, forse affrettatamente,   aveva dichiarato alla stampa indiana: «La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri Marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo».

Ora il silenzio oscura di nuovo i fatti. Un silenzio tombale dopo il rientro dei due militari in India, le dimissioni dell’allora Ministro Terzi e le dichiarazioni del Presidente del Consiglio il 26 marzo in Parlamento. Un Senatore Monti perentorio in quella circostanza nel dissociarsi dalla decisione dell’11 marzo di non far rientrare in India Massimiliano e Salvatore ma, nello stesso tempo, in contrasto con quanto dichiarato due settimane prima dal dott.  De Mistura.  il giorno dopo promosso al rango di Vice Ministro.

Un silenzio rotto solo da sintetiche dichiarazioni di intenti del nuovo Governo, con il Ministro degli Esteri e quello della Difesa che immediatamente hanno dichiarato come loro impegno prioritario il rientro dei Marò dall’India.  

I media tacciono, non si sa nulla sul Tribunale indiano che doveva essere costituito con lo scopo di giudicare i due Marò nel più breve tempo possibile, nessuno informa i cittadini sulla sorte di altri concittadini strappati alle loro famiglie con un atto arbitrario di uno Stato che ha calpestato la sovranità italiana e disatteso i più elementari contenuti del Diritto Internazionale. 

Non si parla più nemmeno di arbitrato internazionale e si assiste ad una quasi totale rassegnazione come se si fosse deciso di aspettare la sentenza indiana ormai data per scontato e riprendersi i due militari italiani in base all’accordo bilaterale India - Italia del 10 agosto del 2012 sulla restituzione sul “trasferimento delle persone condannate”, per far scontare loro la pena nel Paese di appartenenza. . Un accordo che allora poteva rappresentare un’uscita di sicurezza  in assenza di una decisione ancora certa della Corte Suprema di Nuova Delhi, ma che oggi costituisce una resa dell’Italia che rinuncia a far valere i proprio diritti nel contesto internazionale.

Un atteggiamento che potrebbe rappresentare un precedente pericoloso e  non coerente con la cultura politica e giuridica di uno Stato caratterizzato da antiche tradizioni come l’Italia. Una scorciatoia facile da percorrere ma che sicuramente non propone un’immagine nazionale credibile sul piano internazionale e non concorre ad indurre fiducia in coloro che per dovere istituzionale difendono  gli interessi e la sicurezza nazionale in condizioni spesso difficili.

Un messaggio sicuramente non rassicurante per chi in questo momento in Libano, in Afghanistan ed in altre aree difficili potrebbe essere costretto ad usare le armi per assolvere al compito ricevuto e nello stesso tempo, involontariamente,  causare “danni collaterali”.

Di fronte alla vicenda dei due Marò, costoro difficilmente potranno essere certi che lo Stato garantirà loro l’immunità funzionale negata ai colleghi incappati nei fatti indiani, diritto negato dall’India senza che l’Italia opponesse resistenza nelle opportune sedi internazionali.  

Roma 13 maggio 2013 - ore 15,00