lunedì 10 giugno 2013

Gli USA spiano i cittadini. L'Italia imita ?

La notizia è riportata da tutti gli organi di informazione del mondo: I cittadini americani sono spiati sul web, Obama ha accesso ai dati di Google, Fb e Skipe.
Uno scandalo che si allarga, la “National Security Agency statunitense è entrata nei server di aziende come Microsoft, Google, Facebook, spiando conversazioni, scambio di messaggi, utilizzo di carte di credito dei cittadini americani. Un vero e proprio abuso di potere che deve essere chiarito come invocato dal “New York Times” con  un editoriale pesantissimo nei confronti del Presidente degli USA che nel frattempo ha comunicato che sono azioni autorizzate dal Congresso per garantire la sicurezza nazionale.
Un’azione di monitoraggio teoricamente giustificata dagli attentati terroristici contro le Torri Gemelle dell’11 settembre. Un modello che rischia di essere scimmiottato da altre Nazioni anche nel caso di assenza di una minacci terroristica di livello elevato come quella che incombe sugli USA.  
Un’eventualità non remota, forse già presente anche nella realtà italiana per quanto attiene al social network Facebook. Il condizionale é d'obbligo in assenza di riscontri oggettivi,  ma l'ipotesi non é azzardata se riferita a “gruppi e/o pagine” dedicate a vicende di risonanza nazionale come la vicenda dei due Fucilieri di Marina in ostaggio dell’India ormai da circa un anno e mezzo.
Facebook, infatti, offre una piattaforma comunicativa di elevata valenza consentendo l’interconnessione in tempo reale di centinaia di migliaia di cittadini. Tutte persone impegnate a tenere alta l’attenzione istituzionale sulla irrisolta vicenda di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, favorendo la polverizzazione di informazioni in tempo reale coinvolgendo nello stesso momento una vastissima utenza. 
Costoro non sono terroristi o presunti tali, nemmeno membri di formazioni particolari caratterizzate da posizioni politiche o ideologiche estreme o appartenenti a “club esclusivi” come ad esempio la “Trilaterale” od a logge massoniche non meglio caratterizzate.
Solo gente comune che non condivide la posizione di inerzia assunta dall'Italia fin dall’inizio degli eventi che hanno coinvolto due militari italiani ed innescato una controversia internazionale con l’India.  Una scarsa incisività, quella italiana, che ha portato ad una vera e propria rinuncia della sovranità nazionale, fatto unico nella moderna storia del nostro Paese.
Cittadini che si chiedono quotidianamente perché non si attuino le procedure previste dal Diritto Internazionale come l'arbitrato e che manifestano il proprio dissenso nel massimo rispetto delle istituzioni. A costoro viene, però,  negata qualsiasi risposta concreta al di là di sporadici flash di “burocratese” ed in qualche modo anche il "diritto di mugugno", da sempre espressione di  libertà ed accettato da tutte le democrazie del mondo.
Italiani che non minacciano il loro Paese, ma che credono ancora nelle Istituzioni e per questo motivo  le sollecitano ad essere garanti dei diritti elementari di uno Stato custode di antiche tradizioni che hanno lasciato un segno nella storia del mondo, oggi affrettatamente abbandonate per lasciar spazio ad altri interessi.
Uomini che non si riuniscono segretamente quasi fossero moderni “carbonari”, bensì esprimono la loro approvazione od il loro dissenso alla luce del sole, senza remore. Per questo non possono essere guardati con sospetto dal proprio Paese che, piuttosto, dovrebbe concedere loro il massimo rispetto per l’attaccamento che dimostrano allo Stato ad alla Bandiera,  simbolo della Patria, “la terra dei padri” , la terra natale di una persona, il luogo in cui si hanno legami familiari e dove riposa chi ci ha preceduto.

Si ha motivo di ritenere, invece, che quella stessa Italia che non riesce ad affermare la propria sovranitá nei confronti dell’India, guarda con sospetto a questa gente, considera il loro pensiero un'azione di disturbo da vigilare attentamente é semmai da ostacolare.  Solo una sensazione che emerge spontanea nel momento che taluni pensieri affidati al social network,  arrivano in rete con ritardi non giustificati da seppur possibili carenze tecnologiche e talvolta anche escludendo qualcuno dei destinatari. Accadimenti che sono aumentati mano a mano che é cresciuta l'attenzione e l'impegno degli italiani a favore dei  due Marò e che la gestione degli eventi a livello istituzionale é stata caratterizzata sempre di più da incomprensibili incongruenze che hanno portato anche alle dimissioni di un Ministro della Republica.

Forse assistiamo all’affermazione di un nuovo modello italiano che alla stessa stregua di quello statunitense prevaricherebbe i diritti costituzionali dei cittadini, in particolare la loro privacy ed il diritto di dissenso, solo perché potrebbe creare imbarazzo a  qualche apparato dello Stato o singole figure istituzionali.

 Un’accelerazione di “verifica” che sembra essere in essere dopo la pubblicazione del “I due Marò: Due  Italiani Dimenticati”  (https://itunes.apple.com/it/book/i-maro-due-italiani-dimenticati/id657253645?mt=11).

Un volume che oltre a narrare le vicende ed a presentare alcune valutazioni tecniche sull’accaduto, raccoglie i principali  articoli e notizie di stampa che nel corso dei mesi hanno riguardato gli eventi. Il  tutto non commentato, solo raccontato, proponendo al lettore una storia completa da cui poter trarre le proprie conclusioni. Un  testo che forse per  la sua linearità  di contenuti potrebbe rinnovare interrogativi negli italiani su una vicenda tuttaltro che chiara, anche e soprattutto in termini di responsabilità specifiche.  

La storia dei Fucilieri di Marina in ostaggio dell’India sta superando tutti i misteri d’Italia messi insieme e giorno dopo giorno si consolida come uno dei momenti peggiori della storia del nostro Paese. Per i Marò fin dal primo momento è stato deciso per motivi ancora non chiari che non si dovesse parlare. Una disposizione immediatamente rispettata dalla maggior parte degli organi di informazione compreso il Servizio Pubblico televisivo che solo raramente ha dedicato risorse per raccontare agli italiani sulla sorte di due "servitori dello Stato" destinati a rischiare severe condanne per fatti ancora da provare e comunque avvenuti mentre tutelavano gli interessi dello Stato.

Moltissimi italiani non hanno invece rispettato questo “desiderata istituzionale” e fin dal primo momento si sono impegnati a tenere alta l’attenzione sugli eventi, attraverso un network  strutturato su Internet, mediante il quale trasferire un proprio e personale pensiero sul tema  specifico.

Costoro, da subito,  sono stati divisi in “buoni e cattivi”. Buoni coloro che plaudevano alle decisioni ufficiali, cattivo chi esprimeva garbatamente il proprio dissenso o sottolineava le decisioni istituzionali non condivise. Ai primi ampio spazio e massima divulgazione delle loro affermazioni. I secondi trattati come fossero un  “virus informatico” da veicolare in quarantena monitorandone i contenuti prima di restituirli alla piattaforma comunicativa a cui erano destinati.

Se venisse confermata l’ipotesi di un possibile monitoraggio istituzione dei network attivati da chi ha deciso di impegnarsi per i due Marò,  verrebbero a mancare le garanzie elementari dovute ai cittadini di uno Stato moderno che fonda i pilastri della sua democrazia sul rigetto dell’oscurantismo della censura ed osannato, invece, la libertà di espressione come uno dei concetti primari da tramandare alle future generazioni.

Questi cittadini italiani che hanno la sola responsabilità di essere impensieriti perché l’Italia continua ad essere ostaggio dell'India, non meritano di essere monitorati mutuando un modello statunitense adottato per individuare terroristi di Al Qaeda. Devono invece rappresentare un modello da pubblicizzare in un momento in cui quotidianamente decadono i più elementari valori etici che hanno fatto grande l’uomo.

L’iniziativa americana, peraltro autorizzata dal Congresso, è finalizzata alla prevenzione di possibili azioni terroristiche, se mutuata per altri scopi fino a diventare generalizzata, oltre ad intaccare il diritto di privacy dei cittadini potrebbe addirittura inficiare l’azione di “monitoraggio preventivo antiterroristico”, con una conseguente ricaduta negativa per la sicurezza nazionale ed internazionale.

Istituzioni che guardano sempre ed ovunque attraverso il “buco della serratura” non ostacolano ne tantomeno prevengono la minaccia, piuttosto favoriscono le strategie eversive che potrebbero approfittare dell’azione del controllo generalizzato, statisticamente destinato ad essere aggirato.

Monitorare cittadini impegnati a favore di altri connazionali in pericolo perché “colpevoli” di difendere gli interessi nazionali come sta avvenendo per Massimiliano e Salvatore,  non favorisce la soluzione del problema né tantomeno ne accelera i tempi. Offende solo le persone e per taluni aspetti favorisce la controparte.

Monitorare  l’espressione del libero pensiero è una prevaricazione dei diritti delle persone e dimostra incertezza gestionale se, nello stesso tempo, si accetta che uno Stato terzo offenda la sovranità nazionale, senza portarlo a giudizio di arbitrati internazionali.

Il controllo, in questo caso, non è un atto di autotutela per la sicurezza dello Stato, piuttosto la dimostrazione di essere forte con i deboli e debole con i forti.
L’India lo ha compreso e ne sta approfittando. Noi continuiamo a denunciarlo senza remore e senza timore di essere inscritti nella black list dei cattivi !

Roma 10 giugno 2013, ore 15,00

domenica 2 giugno 2013

Il Ministro Bonino : urlare di meno !

Leggo che il signor  Ministro Bonino invita gli italiani a non urlare sulla vicenda dei due Marò, a garanzia di una soluzione efficace.  

Condivido l’invito del Ministro in quanto manifestare urlando o manifestando posizioni estreme è poco civile e, sicuramente, non rappresenta la migliore forma per esprimere democraticamente il proprio dissenso. Piuttosto evidenzia un approccio poco educato e totale assenza di rispetto per gli altri.  

Una condivisione che  deriva dai valori etici e formativi che caratterizzano la mia persona ed il mio essere cittadino di una Nazione dalle antiche tradizioni e che si augurerebbe che fossero confermate e tramandate.

Non si può, infatti, fare a meno di concordare con l’invito del Ministro Bonino anche se è ricorrente il rischio di essere negativamente condizionati da espressioni di dissenso manifestate nel passato ed ancora oggi da qualche politico anche a Lei vicino politicamente che, seppure non urlando, ha rese pubbliche le proprie convinzioni con  comportamenti che avrebbero potuto, alla stessa stregua delle urla, urtare la sensibilità di qualcuno.  

Ciò premesso, vorrei chiarire che tantissimi italiani, me compreso, non stanno urlando, ma vogliono o meglio desiderano solo sapere. Tantomeno non chiedono al Ministro degli Affari Esteri di dichiarare guerra all’India, piuttosto auspicano che si attuino tutte le iniziative internazionali a cui si è fatto spesso cenno con parole o dichiarazioni di intenti che ad oggi, purtroppo, ancora non sono state seguite da fatti concreti.

Il Signor Ministro, con una Sua risposta ad una mia istanza il  15 maggio u.s. ha fatto, infatti,  inequivocabile cenno che “sulla base del diritto internazionale consuetudinario e pattizio, continuiamo a ritenere che la giurisdizione sui due Fucilieri di Marina coinvolti nel tragico episodio spetti all’Italia e che essi debbano essere giudicati dalla magistratura italiana”.

Non mi sembra che questo stia avvenendo e per questo motivo chiedo, senza urlare, perché non si dia corso al preannunciato “arbitrato internazionale”. Esperti di Diritto Internazionale mi dicono, infatti,  che è possibile attivarlo unilateralmente e chiedendone l’esecuzione con una  procedura d’urgenza che lo renderebbe esecutivo in quindici giorni, un tempo ragionevole ed abbondantemente trascorso dall’insediamento dell’attuale Esecutivo.

Per questo a voce sommessa ci si domanda perché non sia attuata una procedura che sarebbe assolutamente coerente con quanto da Lei affermato nella Sua missiva, con procedure e tempistica certamente note anche al dott. De Mistura che si sta occupando a pieno titolo dei Marò.  

Per quanto precede e continuando a non urlare, chiedo ancora come mai si è preferito accettare i tempi della NIA, che come reso noto dal dott. De Mistura dovrebbe terminare le indagini in 60 giorni (termine ormai prossimo anche se dall’India informano che come prassi corrente l’Agenzia normalmente arriva a conclusioni in non meno di  90 giorni), e non attivare, invece, quanto previsto dal Diritto Internazionale che avrebbe consentito di accelerare i tempi e forse anche assicurare allo Stato risparmi economici.

In assenza di risposte certe, mi permetto, quindi, di esprimere - sempre bisbigliando - una mia convinzione : forse le mancate risposte rientrano  nelle "regole di ingaggio" stabilite con l'India a cui fa riferimento il Vice Ministro degli Esteri, l’onorevole Pistilli.
Se così fosse, mi permetto di osservare, che  la nostra sovranità ne trarrebbe un grosso danno, forse non accettabile da una larga percentuale di cittadini italiani. Costoro, quindi, nel pieno rispetto della democrazia, potrebbero esasperati  esplicitare la propria disapprovazione con un  tono di voce di qualche decibel superiore al normale,  seppure senza gridare.

Grazie Signor Ministro spero di non avere alzato troppo la voce.

2 giugno 2013 - ore 14,00

sabato 1 giugno 2013

Massimiliano e Salvatore, una favola infinita

Eravamo bambini e per tranquillizzarci ci venivano proposte storie fantasiose con la partecipazione di entità reali, uomini, donne ed animali. Le fiabe, racconti inventati ma credibili dai fanciulli perché narrate da adulti meritevoli della massima fiducia, i genitori e  gli insegnanti.

Una volta cresciuti, le storie fantasiose di una volta sono maturate in favole, ossia avvenimenti proposti spesso per offrire speranze ed orizzonti di felicità e giustizia, ma destinati il più delle volte  ad essere rapidamente sconfessati  dalla realtà contingente.

Uno di questi racconti continua da sedici mesi. E’ rinnovato e riproposto agli italiani da “moderni  Esopo”, convinti dell’efficacia della loro narrazione perché convinti essere  destinata ad una moltitudine di ingenui, i concittadini di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Gente comune che, invece, è stanca di essere considerata “spettatori creduloni”,  pronti a condividere le trame di una storia che vede protagonisti due loro concittadini, servitori dello Stato indebitamente tenuti in ostaggio da uno Paese terzo.

Una favola proposta in chiave moderna alla stessa stregua di una telenovela a puntate in cui i protagonisti si sono proposti in altalenanti interpretazioni, spaziando dall’approccio indignato all’accondiscendenza indotta da un timido low profile. 

Una lunga storia che inaspettatamente l’11 marzo è uscita dall'appiattimento di una narrazione ormai noiosa ed ha risvegliato l’attenzione dei sopiti spettatori. Quel giorno, uno dei maggiori e più qualificati gestori della trama annunciava, infatti, che Massimiliano e Salvatore in quel momento in Italia non sarebbero più rientrati in India. In quella occasione veniva anche sottolineato che “la divergenza di opinioni tra l’Italia e l’India sulle questioni della giurisdizione e dell’immunità richiede un arbitrato internazionale: il ricorso al diritto internazionale o una sentenza di una corte internazionale ….”.

Improvvisamente, però, come in tutte le favole le favole di effetto, vi è stato  il colpo di scena. Dopo solo 11 giorni  l’Italia rinuncia ai diritti dichiarati e con tante scuse, restituisce Massimiliano e Salvatore all’India.  

La telenovela veniva così rivitalizzata arricchendo la storia infinita di nuovi episodi. Il 28 aprile l’Italia ha un nuovo Esecutivo, solerte ad informare i cittadini che uno dei problemi di prioritaria importanza sarebbe stato quello di risolvere il problema dei due Fucilieri di Marina.

A tale riguardo, l’expertise del dott. De Mistura, impegnato a risolvere il problema dal febbraio 2012, viene giustamente esaltata con la nomina dell’ex Funzionario delle Nazioni Unite  ad “ inviato speciale presso il governo indiano per la questione dei due Marò”.

Da questo momento la favola torna ad essere una fiaba connotata come tutte le leggende non da fatti concreti ma da contesti riconducibili a grandi capacità di immaginazione. Si passa da capitoli in cui si parla di “soluzione equa e rapida del caso” a pagine bianche caratterizzate da silenzio assoluto.

Molte le assicurazioni rassicuranti come quella del Ministro degli Affari Esteri, “Sulla base del diritto internazionale consuetudinario e pattizio, continuiamo a ritenere che la giurisdizione sui due Fucilieri di Marina coinvolti nel tragico episodio spetti all’Italia e che essi debbano essere giudicati dalla magistratura italiana” ed assicura che “…..il dialogo avviato ha fatto emergere la consapevolezza, anche da parte indiana, di dover affrontare con maggiore decisione, linearità e speditezza la vicenda, per una sua soluzione equa e rapida”, non seguite, però,  da fatti come l’avvio di un arbitrato internazionale e non coerenti nella sostanza, nel momento che viene lasciata agli indiani la prerogativa di indagare e poi giudicare, nonostante non ne abbiano il diritto.
Un Vice Ministro degli Esteri, Lapo Pistelli, che parlando a Firenze a margine del Forum dei giornalisti del Mediterraneo sulla vicenda dei due Fucilieri di Marina, ci dice che  "Nelle ultime settimane questa vicenda e' stata rimessa correttamente nei binari. Sarebbe poco saggio fare delle previsioni temporali ma la vicenda è instradata nei binari corretti e presto, mi sento di dire, si risolverà positivamente".  "In questo momento la collaborazione con le autorità indiane e' ottima”, ha aggiunto Pistelli. “Sono state già concordate le “regole di ingaggio” per il giudizio che gli indiani si apprestano a dare sui due fucilieri…,..”.
Informazioni che trasformano il “romanzo noir” in un vero e proprio “triller”. L’Italia rinuncia ad azioni internazionali in difesa delle proprie prerogative di Stato sovrano,  delega all’India il diritto di giudicare, concorda regole di ingaggio nemmeno si dovesse portare avanti un’azione militare. Le puntate della telenovela continuano.
 Probabilmente domani, in occasione della tradizionale parata militare per la ricorrenza della festa della Repubblica, la fiaba sarà riproposta con personaggi e fatti nuovi, speriamo però concreti e coerenti.
Gli italiani sono ormai stanchi di ascoltare favole o racconti di fantascienza. Vogliono, invece, atti concreti che riconsegnino all’Italia la dovuta credibilità internazionale e, nello stesso tempo, auspicano che a chiunque, civile o militare, impegnato all’estero per proteggere gli interessi  nazionali, sia assicurata la certezza che lo Stato esiste, pronto a garantire loro un  diritto essenziale, quello dell’immunità funzionale.
Solo così la fiaba si trasformerà in  una narrazione concreta con  protagonisti uomini e non gnomi personaggi di fantasiose vicende ed alla telenovela potrà essere scritta la parola fine.

1 giugno 2013, ore 11.00




mercoledì 22 maggio 2013

E’ morto un italiano che amava la sua Bandiera !


Sandro Macchia  è morto ! Sembra si sia ucciso. Un colpo di pistola sparato alla testa mentre era solo nella sua abitazione.

Era un uomo che credeva nello Stato,  che aveva dato molto allo Stato e continuava a farlo impegnandosi in prima persona per tenere alta l’attenzione sulla vicenda di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.

Un generoso che agiva spesso d’impeto come tutti coloro che credono nei loro ideali. Forse anche con irruenza ma sempre con onestà intellettuale e fedele ai Suoi principi.  Non cercava spazi personali per  apparire, piuttosto si impegnava concretamente per raggiungere i risultati come farebbe qualsiasi uomo che crede nelle proprie scelte e le porta avanti a testa alta.

Scriveva Sandro “Conosco il Sacrificio di coloro i quali oggi non sono più fra noi e gli ideali che li hanno ispirati ………….Da Incursore paracadutista il mio desiderio è quello di vedere condiviso il mio sentimento di vicinanza a Salvatore e Massimiliano …..”

Scrive di Lui l’Ambasciatore Terzi nella Sua pagina di FB “GIORNATA INCREDIBILMENTE TRISTE PER ME E PER MOLTI DI VOI.... E' venuto a mancare tragicamente e improvvisamente un amico vero di questa community, *Sandro Macchia*, che con tanta passione, interesse e coinvolgimento ha sempre scritto su questa pagina dando il proprio contributo attivo alle nostre innumerevoli discussioni...   Sandro, mancherai a TUTTI noi: sei stato uno dei primi utenti ad affezionarti a questo gruppo, a contribuire disinteressatamente ai nostri quotidiani confronti sui temi più vari, i tuoi post sono ovunque su questo muro, e... ci mancherai tanto, davvero!!!” Ed aggiunge “Onore sincero a tutti i nostri Militari deceduti in servizio, e a Sandro Macchia, ex Militare morto per motivi a noi sconosciuti…….”.

Ciao Sandro,  assiduo ed eccezionale protagonista fra coloro che hanno fin dal primo momento voluto esprimere la vicinanza ai due Fucilieri di Marina in ostaggio dell’India da 15 mesi. Non dimenticherò mai il Tuo impegno nel portare avanti tutto ciò in cui credevi,  con la limpidezza di colui che ama la propria Bandiera e la storia che il simbolo rappresenta.

Encomiabile il Tuo impegno nel cercare di tenere alta l’attenzione sulla vicenda dei due nostri Fucilieri di Marina e sollecitare  l’impegno delle  Istituzioni perché Massimiliano e Salvatore fossero restituiti alle loro famiglie ed all’Italia.  Onore a Te.

Roma 22 maggio 2013 , ore 11,00 

venerdì 17 maggio 2013

Destino segnato per i due Marò


Il 21 marzo u.s. l'Italia ha rinunciato alla sua sovranità nazionale cedendo al ricatto politico ed economico di uno Stato terzo che da quasi sedici mesi disprezza il Diritto  e le Convenzioni Internazionali e detiene in ostaggio due militari italiani.  Ha rispedito in India come fossero merce di scambio i nostri due Fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone,  solo perchè Delhi “ha alzato la voce” minacciando di limitare le garanzie diplomatiche e la stessa libertà personale del nostro Ambasciatore e perchè qualcuno dell'Esecutivo del momento ha preferito difendere gli interessi di lobby economiche, piuttosto che di due nostri militari praticamente "svenduti" per trenta denari.

Decisione che lasciava in quel momento perplessi suscitando in molti il desiderio di capire cosa in realtà stese accadendo. Prioritaria l’esigenza di assicurarsi che i due militari fossero assolutamente tutelati sulla non applicazione della pena di morte nei loro confronti. Chiedevo quindi al Ministero degli Affari Esteri di poter disporre di una copia del documento prodotto dall’India in tal senso ed a cui si riferivano rappresentanti istituzionali.

Ieri finalmente una risposta della Farnesina che, però, rinnova tutte le perplessità  precedenti. Una lettera a firma del Ministro Emma Bonino da cui emergono due punti essenziali.

Il primo relativo alla volontà italiana di pretendere che l’India rispetti il diritto internazionale. Testualmente “Sulla base del diritto internazionale consuetudinario e pattizio, continuiamo a ritenere che la giurisdizione sui due Fucilieri di Marina coinvolti nel tragico episodio spetti all’Italia e che essi debbano essere giudicati dalla magistratura italiana. I più recenti sviluppi confortano il Governo italiano nella scelta di un confronto costruttivo con l’India. In particolare, il dialogo avviato ha fatto emergere la consapevolezza, anche da parte indiana, di dover affrontare con maggiore decisione, linearità e speditezza la vicenda, per una sua soluzione equa e rapida”.

Il secondo meno importante ma puranche sostanziale con il quale viene negato di poter disporre di una copia dell’assicurazione indiana sulla non applicabilità della pena di morte motivata con l’affermazione “Il documento, infatti, rientra in una delle categorie - quella dei carteggi scambiati dall’amministrazione con i rappresentanti degli Stati esteri in Italia ed esponenti dei Governi e delle amministrazioni degli Stati esteri - che il Decreto Ministeriale n. 604/1994 sottrae all’accesso, fra l’altro, “per motivi attinenti alla correttezza delle relazioni internazionali”.

Evidentemente qualcosa in un recente passato è sfuggito ai controlli del Dicastero considerando che uno stralcio del documento è stato pubblicato e commentato in un recente articolo pubblicato sul settimanale Panorama.

Precisazioni quelle sottoscritte dal Ministro che però non rispecchiano, almeno per quanto attiene alla “competenza di giudicare”, quanto riportato da vari organi di stampa che ci informano che la Bonino abbia riferito in Parlamento “i due Fucilieri di Marina saranno sottoposti ad una nuova procedura di indagine a New Delhi che dovrebbe durare due mesi in applicazione di una legge che esclude la pena di morte”, aggiungendo “un processo fast and fair (rapido e giusto) è la strada da seguire, bisogna trovare un modo per portare a casa i Marò e questa strada di dialogo e fermezza ci potrà consentire di risolvere la questione”.

Pronunciamenti la cui sostanza è confermata anche da una dichiarazione del dott. De Mistura rilasciata il 14 maggio all’ANSA che riporta fra l’altro ''l'inchiesta sarà veloce, rapida ed equa',  lasciando presumere che ormai si accetta che l’India emetta un verdetto.

Affermazioni differenti che, come avvenuto in passato,  inducono sicuramente confusione. L’11 marzo, l’allora Sottosegretario De Mistura dichiarava all’AGI “La decisione di non far rientrare i maro’ in India e’ stata presa in coordinamento stretto con il presidente del Consiglio Mario Monti e d’accordo tutti i ministri....”, mentre in Parlamento il 26 marzo il Senatore Monti praticamente si dissociava dalla decisione che era stata presa di trattenere i Marò in Italia. Ieri la missiva del Ministro Bonino che in prima approssimazione sicuramente non è coerente con quanto riferito dalla stessa sempre in Parlamento.

Non è azzardato affermare, quindi, che la vicenda si fa sempre meno chiara e viene proposta agli italiani in maniera sicuramente confusa, quasi un’offesa all’intelligenza di molti e sicuramente alla mia.

Probabilmente è stata scelta una soluzione all’italiana che non rende però onore al nostro Paese né tantomeno rispecchia la volontà di pretendere che il Diritto Internazionale sia rispettato né tantomeno riconosciuta l’immunità funzionale di cui i due militari italiani hanno diritto,  come invece sottoscrive il Ministro.

Piuttosto un arrangiamento a discapito della nostra sovranità nazionale e che potrebbe compromettere la sicurezza futura dei nostri militari impiegati nel mondo in operazioni di Peace Keeping ch potrebbero dubitare di avere garantito dalla propria Nazione il riconoscimento del loro status come sta avvenendo per i due Fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. 

Roma 17 maggio 2013, ore 15,45

lunedì 13 maggio 2013

Massimiliano Latorre e Salvatore Girone : Nulla è ancora chiaro.


Il 15 febbraio 2012 la Marina Militare italiana comunica ufficialmente :

“I Fucilieri del Battaglione S. Marco, imbarcati come nucleo di protezione militare (NPM) su mercantili italiani sono intervenuti oggi alle 12,30 indiane, sventando un ennesimo tentativo di abbordaggio. La presenza dei militari della Marina Militare ha dissuaso cinque predoni del mare che a bordo di un peschereccio hanno tentato l’arrembaggio della Enrica Lexie a circa 30 miglia ad Ovest della costa meridionale indiana …..”.

Quel giorno ha  inizio una delle più complesse controversie internazionali destinate ad entrare a far parte come “caso di studio” nei testi di Diritto Internazionale e che rappresenta un momento oscuro  della nostra storia. Un modello di riferimento per spiegare come la titubanza ed il susseguirsi di decisioni anche discordanti fra loro, non aiutino una Nazione ad affermare la propria credibilità e sovranità, prescindendo dalle alchimie finanziarie o dal mancato rispetto dei parametri economici di Maastricht.

Eventi che hanno segnato la vita di due nostri concittadini, militari coinvolti in vicende collegate al compito istituzionale loro assegnato, presi in ostaggio da uno Stato Terzo, arrogante nei confronti di un’Italia pronta a cedere sovranità a vantaggio  di non meglio definiti  interessi economici.

Un’Italia che ha rinunciato ad avvalersi di qualsiasi diritto di applicare l’arbitrato internazionale, previsto per la gestione delle controversie internazionali. Uno strumento che nella fattispecie  avrebbe assegnato ad altri non coinvolti nella vicenda il compito di fare chiarezza, in particolare su chi avesse il diritto di esercitare l’azione giudiziaria.

Non si comprende il motivo per cui ancora non sia stato avviato unilateralmente questo atto fondamentale previsto dal Diritto Internazionale, ma si preferisce confermare un approccio esitante che ormai dura da 15 mesi, quasi certamente determinato dalla insicurezza politica e da un senso di sottomissione di fronte al contesto internazionale e probabilmente, anche indotto da interessi economici che coinvolgono lobby di alta finanza.

Per contro, l’Italia il 21 marzo, non ha superato qualsiasi titubanza nel disporre il rientro dei due militari in India alla scadenza di quattro settimane di permesso “elettorale”, pure rinnegando una decisione presa l’11 marzo che prevedeva il loro non rientro. Un ulteriore assoggettamento ad un altro ricatto indiano che minacciava la libertà personale dell’Ambasciatore italiano a Delhi negandogli l’immunità diplomatica, storicamente  applicata nel mondo anche in caso di controversie globali fra Stati.

Una decisione, questa ultima, che dalle dichiarazioni dell’allora Sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura, appariva come una scelta collegiale del Governo. Il dott. De Mistura, infatti,  secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa diramata dall’AGI alle ore 17,51 dell’11 marzo, dichiarava ““La decisione di non far rientrare i maro’ in India “e’ stata presa in coordinamento stretto con il presidente del Consiglio Mario Monti e d’accordo tutti i ministri” coinvolti nella vicenda, “Esteri, Difesa e Giustizia”. Aggiungeva che “siamo tutti nella stessa posizione, in maniera coesa e con il coordinamento di Monti”. 

L’attuale “Commissario straordinario del Governo quale inviato speciale per  il coordinamento delle amministrazioni interessate” alla soluzione della vicenda dei Marò, in quel momento chiariva inoltre che  “a questo punto la divergenza di opinioni” tra l’Italia e l’India sulle questioni della giurisdizione e dell’immunità richiede un arbitrato internazionale: il ricorso al diritto internazionale o una sentenza di una corte internazionale”.

Lo stesso ex  Sottosegretario agli Esteri italiano che il 10 maggio 2012, forse affrettatamente,   aveva dichiarato alla stampa indiana: «La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri Marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo».

Ora il silenzio oscura di nuovo i fatti. Un silenzio tombale dopo il rientro dei due militari in India, le dimissioni dell’allora Ministro Terzi e le dichiarazioni del Presidente del Consiglio il 26 marzo in Parlamento. Un Senatore Monti perentorio in quella circostanza nel dissociarsi dalla decisione dell’11 marzo di non far rientrare in India Massimiliano e Salvatore ma, nello stesso tempo, in contrasto con quanto dichiarato due settimane prima dal dott.  De Mistura.  il giorno dopo promosso al rango di Vice Ministro.

Un silenzio rotto solo da sintetiche dichiarazioni di intenti del nuovo Governo, con il Ministro degli Esteri e quello della Difesa che immediatamente hanno dichiarato come loro impegno prioritario il rientro dei Marò dall’India.  

I media tacciono, non si sa nulla sul Tribunale indiano che doveva essere costituito con lo scopo di giudicare i due Marò nel più breve tempo possibile, nessuno informa i cittadini sulla sorte di altri concittadini strappati alle loro famiglie con un atto arbitrario di uno Stato che ha calpestato la sovranità italiana e disatteso i più elementari contenuti del Diritto Internazionale. 

Non si parla più nemmeno di arbitrato internazionale e si assiste ad una quasi totale rassegnazione come se si fosse deciso di aspettare la sentenza indiana ormai data per scontato e riprendersi i due militari italiani in base all’accordo bilaterale India - Italia del 10 agosto del 2012 sulla restituzione sul “trasferimento delle persone condannate”, per far scontare loro la pena nel Paese di appartenenza. . Un accordo che allora poteva rappresentare un’uscita di sicurezza  in assenza di una decisione ancora certa della Corte Suprema di Nuova Delhi, ma che oggi costituisce una resa dell’Italia che rinuncia a far valere i proprio diritti nel contesto internazionale.

Un atteggiamento che potrebbe rappresentare un precedente pericoloso e  non coerente con la cultura politica e giuridica di uno Stato caratterizzato da antiche tradizioni come l’Italia. Una scorciatoia facile da percorrere ma che sicuramente non propone un’immagine nazionale credibile sul piano internazionale e non concorre ad indurre fiducia in coloro che per dovere istituzionale difendono  gli interessi e la sicurezza nazionale in condizioni spesso difficili.

Un messaggio sicuramente non rassicurante per chi in questo momento in Libano, in Afghanistan ed in altre aree difficili potrebbe essere costretto ad usare le armi per assolvere al compito ricevuto e nello stesso tempo, involontariamente,  causare “danni collaterali”.

Di fronte alla vicenda dei due Marò, costoro difficilmente potranno essere certi che lo Stato garantirà loro l’immunità funzionale negata ai colleghi incappati nei fatti indiani, diritto negato dall’India senza che l’Italia opponesse resistenza nelle opportune sedi internazionali.  

Roma 13 maggio 2013 - ore 15,00

mercoledì 8 maggio 2013

Al Qaeda ritorna in Libia


Al Qaeda non ha mai abbandonato la Libia. Gruppi estremistici erano presenti in Cirenaica fin dal 1990. Inizialmente raggruppati nel Gruppo Combattente Islamico Libico, militanti libici salafiti  poi confluiti in Al Qaeda, molti dei quali attivi protagonisti delle azioni terroristiche in Iraq contro gli USA.

Aggregazioni rimpinguate da un flusso continuo di nuovi elementi fatti confluire in area dal successore di Bin Laden, Ayman al Zawahiri, approfittando dei momenti caotici della guerra civile libica e nel momento in cui i lealisti fedeli a Gheddafi iniziavano a perdere il controllo di vaste aree del territorio. 

Gruppi consistenti di estremisti che approfittando della disfatta di Gheddafi nel tempo si sono appropriati di numeroso materiale bellico del disciolto esercito lealista. Armi, munizioni ed esplosivi di ultima generazione, parte consistente dello strumento militare di Gheddafi, risorse smistate a favore di gruppi eversivi presenti in Mali, in Algeria ed ora anche arrivate in Siria.  Scorte inesauribili a disposizione di quello che era stato uno degli Eserciti meglio equipaggiati, con ogni probabilità anche arricchite da armamento chimico già a disposizione del Rais e concentrato in depositi ai confini con il TChiad.

Oggi è confermato che numerosissimi elementi di jihadisti attivi durante la guerra civile libica sono passati a far parte della struttura eversiva dell’AQIM (L'Al-Qaeda nel islamica del Maghreb), che sarebbe in procinto di consolidare il suo Quartier Generale proprio in Libia.

Combattenti islamici a cui si stanno aggiungendo  moltissimi miliziani di Al Qaeda costretti a lasciare il Mali  dopo l’intervento francese e che si vanno attestando in campi di addestramento in territorio libico sotto lo sguardo assente di Tripoli.

Una logica conseguenza delle vicende che hanno sconvolto la Libia e tutta l’area dell’Africa settentrionale mediterranea, in conseguenza della “Primavera Araba”. Realtà ipotizzata in queste pagine fin dal febbraio 2012(http://fernandotermentini.blogspot.it/2012/02/libia-un-dopoguerra-incerto-come-quello.html) e forse sottovalutata dell’Occidente, in particolare dall’Europa sempre di più minacciata da compagini eversive  ormai attestate a ridosso dei suoi confini meridionali e prossime a consolidarsi sulle sponde sud orientali del Mediterraneo.
Avvenimenti che si ripetono nel tempo come quanto avvenuto in Afghanistan alla fine dell’invasione dell’ex Unione Sovietica a partire dal marzo 1989, quando, subito dopo l’uscita dei sovietici dal Paese asiatico, una consistente compagine di mujaheddin,in precedenza aiutata ed addestrata dall’Occidente e dal Pakistan nel contrasto “all’Armata Rossa”,  sarebbe diventata il cuore del network del terrorismo internazionale gestito da Bin Laden. 

In Libia quasi certamente sta avvenendo qualcosa di analogo. Le cellule salafite della Cirenaica hanno contribuito alla fine di Gheddafi per poi strutturarsi per permeare la realtà libica. Un rischio confermato anche dalle dichiarazioni del Presidente del TCiad Idriss Deby che recentemente ha espresso la propria preoccupazione per l’inerzia del Governo di Tripoli nei confronti di questi gruppi radicali che si stanno riorganizzando usando la Libia come futuro terreno di addestramento di nuove milizie terroristiche.

Il momento è, peraltro, favorevole considerando l’estrema instabilità che sta vivendo la Libia. Cirenaica e Fezzan sono da tempo fuori controllo  ed in tutto il Paese e particolarmente in  Tripolitania, le storiche tribù libiche si stanno imponendo per ottenere il controllo dei principali settori della vita pubblica.

Segnali non incoraggianti, suffragati anche da quanto sta avvenendo in ambito del Governo locale. Membri importanti dell’Esecutivo libico sono, infatti,  oggetto di pressioni da parte delle cellule radicali fino al punto che due giorni orsono il Ministro della Difesa Mohamed al-Barghati ha dato le dimissioni, poi rientrate su richiesta del Premier libico. Anche il Ministro della Giustizia, Salah al-Marghani denuncia forme di intimidazione, come la presenza che pick-up di miliziani armati di mitragliere antiaeree che minacciano il palazzo di Giustizia.

Tutti episodi che, in qualche modo, inducono a pensare che forse in Libia lo Stato è in procinto di arrendersi al ricatto di queste milizie. 

Una serie di vicende che dovrebbero preoccupare ed impegnare immediatamente la comunità internazionale in quanto potrebbero riportare il Paese nel caos e favorire l’affermazione ed il consolidamento di una nuova struttura eversiva in grado di esercitare un ricatto terroristico globale, ben superiore a quello posto in essere da Bin Laden.

Le strutture terroristiche presenti in Libia armate ed equipaggiate con moderno materiale bellico anche ”non convenzionale” reperito negli arsenali di Gheddafi, potrebbero, infatti, attivare un network criminale coinvolgendo tutte le forze radicali islamiste presenti nell’area, a partire dagli Al Shabaab attivi in Somalia, per rivitalizzare in maniera esponenziale nel Golfo di Aden le azioni di pirateria marittima.

Una minaccia per l’economia occidentale ed in particolare per quella europea. Ben più distruttiva degli attacchi terroristici alle Torri Gemelle in quanto una volta consolidata potrebbe sconvolgere il flusso commerciale di materie prime e di risorse energetiche che  dall’Asia e dall’Africa sono destinate a raggiungere l’Europa attraverso il canale di Suez, peraltro sempre più controllato da formazioni politiche radicali vicine ai Fratelli Mussulmani.
  
Roma 08 marzo 2013, ore 12,30







martedì 30 aprile 2013

Lettera aperta al Ministro degli Esteri Emma Bonino


Illustre Ministro, sono il Generale in quiescenza Fernando Termentini. Durante la mia vita professionale e successivamente ho avuto l’onore di condividere le Sue posizioni sui diritti dell’uomo ed ho partecipato sul piano operativo e delle idee  al Suo impegno per la messa a bando della mine anti persona. Come Ufficiale dell’Esercito, infatti, ho operato per oltre 20 anni nei territori infestati da ERW (Explosive Remants of the War) per portare avanti incisive azioni di Capacity Building a favore delle popolazioni locali e per favorire “l’awareness” contro il pericolo specifico anche e soprattutto attraverso attività di formazione di operatori locali per renderli capaci di bonificare le terre dove vivevano. Molti i territori “caldi” in cui ho lavorato, Afghanistan nell’Operation Salam, Kuwait alla fine della Prima Guerra del Golfo, successivamente in Somalia durante l’Operazione ONU Restore Hope, in Mozambico, in Bosnia Herzogovina, in Egitto ed in Libia.  

Un impegno che è continuato dopo aver dismesso l’uniforme partecipando attivamente alla policy della Campagna Italiana per la messa a Bando delle mine anti uomo ed attraverso la progettazione, gestione e coordinamento di attività operative in varie “aree affected” secondo i criteri stabiliti da UNMAS nello spirito della Convenzione di Ottawa nel cui ambito Lei è stata protagonista come rappresentante della Commissione Europea.

Una volta lasciato il servizio non ho dimenticato però né di essere Comandante né tantomeno il mio approccio etico nel garantire i diritti fondamentali dell’uomo ed assicurare l’applicazione del Diritto Umanitario. In questo contesto,  da oltre 15 mesi, insieme ad altri migliaia di cittadini italiani, seguo la vicenda dei due Fucilieri di Marina italiani lasciati in ostaggio dell’India, oltraggiati nell’onore di militari e costretti ad essere lontani dai loro affetti famigliari.

A tale riguardo, quindi, mi permetto di portare immediatamente alla Sua attenzione di Ministro degli Esteri del nuovo Governo italiano alcuni aspetti del problema che a mio modesto parere meritano una peculiare attenzione, sicuro del Suo impegno per restituire ai due servitori dello Stato ed alle loro famiglie la dignità oltraggiata dalle prevaricazioni di uno Stato terzo.

 Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono in ostaggio dell’India da più di un anno. Sono obbligati a vivere condizioni di vita che, sono certo, non sono condivise da chi come Lei ha sempre dimostrato il massimo rispetto dei diritti dell’uomo e che, oggi, come Ministro degli Esteri è deputato  a difendere il prestigio internazionale del nostro Paese. Mi rivolgo a Lei a nome mio e di migliaia di italiani che vivono le mie stesse preoccupazioni con un quotidiano impegno attivo sul social network Facebook a favore dei nostri concittadini, con la consapevolezza e certezza che Lei darà un  nuovo impulso alla vicenda restituendo la dignità a due cittadini italiani che da 15 mesi,  strappati alle loro famiglie, vivono una condizione di prigionia offensiva della dignità nazionale, delle nostre Forze Armate e della diplomazia italiana nel mondo.

A tale riguardo, mi permetto, di evidenziare gli aspetti macroscopici del problema, che a mio modestissimo avviso  hanno reso la vicenda una farsa e che se non affrontati e risolti con incisività contribuiranno ancora di più a gettare ombre sull’immagine internazionale dell’Italia ed a compromettere la sicurezza di due cittadini italiani.

  1. l'India sta reiteratamente violando le più importanti convenzioni internazionali sul diritto del mare, peraltro sulla base di un’istruttoria molto approssimativa  (le perizie balistiche non sono chiare, il calibro dei proiettili non combacia con quello dei nostri militari, il peschereccio indiano crivellato di colpi è stata sorprendentemente affondato, ecc.).
  2. Fermo restando l’immenso cordoglio per la morte di due innocenti pescatori le cui cause sono ancora tutte da accertare ed a prescindere dall'innocenza o colpevolezza dei nostri due militari, essi comunque devono essere giudicati in Italia, nel rispetto del principio dell'immunità funzionale universalmente riconosciuto dal Diritto Consuetudinario e perché  gli eventi ipotizzati sono avvenuti in acque internazionali fuori dalla giurisdizione indiana come la stessa Corte Suprema indiana ha confermato.
  3.  La Legge permette l'attivazione di un arbitrato internazionale, ovvero il coinvolgimento di un tribunale internazionale indipendente dalle parti, deputato a giudicare con equità garantendo il rispetto dei diritti delle due parti in causa. Un’opportunità che fino al Suo insediamento  non è stata applicata né dal Suo Predecessore né, tantomeno,  dal Vice Ministro De Mistura.
  4. l’India ha palesemente violato la Convenzione di Vienna quando ha applicato un’inaccettabile restrizione della libertà di movimento del nostro Ambasciatore in India, altro motivo che avvalora l’urgenza di un immediato arbitrato internazionale in sede ONU per stigmatizzare la illecita condotta del Governo indiano, inaccettabile per tutta la diplomazia internazionale.
  5. In India vige  la pena di morte per i reati ipotizzati a carico dei due nostri militari. Chi ha consegnato costoro alla Giustizia indiana riferendosi a  frammentarie  e non meglio definite assicurazioni del Governo indiano sulla non applicazione della massima condanna,  ha  per ben tre volte oltrepassato i vincoli previsti dalla nostra Costituzione in tema di estradizione in Paesi dove vige la pena capitale, un aspetto questo che credo andrebbe attentamente valutato a garanzia di tutti i cittadini italiani .
  6. La esasperata inerzia che l’India ha dimostrato finora nell’affrontare l’intera vicenda non assicura sicuramente ai nostri militari il “giusto processo” assoggettando loro e le loro famiglie ad una sorta di tortura psicologica inammissibile per una democrazia e per uno Stato che fa parte dell’Assemblea delle Nazioni Unite. Inoltre,  l’approccio indiano offende la nostra dignità nazionale, pregiudica la credibilità del nostro paese in ambito internazionale e propone un Italia incapace a difendere gli interessi e i diritti dei propri cittadini nel mondo e  delle nostre aziende quotidianamente impegnate all'estero. L’intera vicenda, inoltre, rischia di costituire un grave precedente giuridico a danno dell’intera comunità internazionale qualora si verificassero episodi simili in futuro.

Per tutto quanto sopra esposto, lo scrivente a suo nome e di tutti gli altri cittadini che con lui condividono questo dramma che sta coinvolgendo da 15 mesi due  servitori dello Stato, Le chiede rispettosamente di :

a.      attivare sollecitamente e unilateralmente un Arbitrato UNCLOS, come previsto dall'art. 290 par. 5 della Convenzione ONU per il Diritto della Navigazione (l'arbitrato può essere attivato rapidamente, in 30 giorni, e unilateralmente, a prescindere dalla volontà delle autorità indiane in base all'art. 287 par. 5 e 3 all. 7 della stessa Convenzione);
b.     inoltrare formale protesta all'ONU per la violazione dei diritti del nostro Ambasciatore a New Delhi, e di attivare immediatamente un procedimento al riguardo presso la Corte Internazionale di Giustizia, affinché venga accertata la responsabilità indiana in questa grave violazione;
c.      avviare ogni altra procedura utile a riaffermare l'esclusiva giurisdizione italiana sull'intera vicenda;
d.     attivare tutti i canali diplomatici disponibili affinché pervengano messaggi e iniziative di solidarietà da parte di paesi alleati ed amici, anche in un ottica di rafforzamento delle azioni antipirateria - di comune interesse internazionale - e di difesa dei diritti del personale che presta tale servizio.

La tutela internazionale dei propri diritti e interessi, infatti e come peraltro espresso da insigni giuristi,  non si riflette necessariamente in senso negativo sull'insieme delle relazioni - anche economiche - con l'India. L'affermazione di ciò che compete ad uno Stato nei confronti di un altro, infatti,  nelle sedi e nelle forme stabilite da accordi di cui gli stessi Stati sono parti contraenti non può mai essere considerata di per se come elemento condizionate delle relazioni bilaterali (p. es. ricordiamo la recente vertenza, tra Italia e Germania, dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia sulle vittime del nazismo, quella tra Spagna e Canada sul diritto del mare, etc).

Tutti noi siamo fiduciosi  di un positivo accoglimento della presente istanza, e tutti ed in particolare il sottoscritto, si rimane disponibili per collaborare anche con l’impegno personale per portare avanti  ogni iniziativa pubblica, pacifica e democratica per la riaffermazione della verità e della giustizia su questa importante vicenda.

Con grande rispetto e stima Le porgo i saluti di tutti noi ed i miei personali ossequi, augurandoLe le migliori soddisfazioni per il prestigioso incarico appena assunto..

Gen.Brig. (ris) dott. Fernando Termentini

Amministratore del Gruppo di FB “Riportiamo a casa i due militari prigionieri” (https://www.facebook.com/groups/337996802910475/)


martedì 23 aprile 2013

Terrorismo : la minaccia delle cellule dormienti


La minaccia di cellule dormienti vicine al terrorismo internazionale e sparse del mondo, di cui spesso si è parlato in queste pagine, diventa sempre di più una realtà  concreta. L’attentato di Boston sembra confermarlo insieme a quello sventato ieri in Canada dove la polizia di Toronto ha arrestato due sospetti terroristi che pianificavano un’azione eversiva contro  la linea ferroviaria che collega il Canada agli USA.  

Dzhokhar Tsarnaev, uno dei due fratelli che hanno compiuto l’attentato di Boston inizia a fornire informazioni e fonti attendibili statunitensi riferiscono che sempre di più emerge la certezza che i due fratelli non abbiano agito da soli. Una convinzione,  che oltre a derivare dalle prime ammissioni del ferito è confermata dalla natura degli attivatori elettronici temporizzati che hanno provocato l’esplosione. Sistemi probabilmente forniti da qualcuno in quanto  troppo sofisticati per essere stati auto costruiti e troppo costosi,. Varie notizie confermano, infatti,  che gli inquirenti stiano dando la caccia ad una cellula eversiva “dormiente” composta da circa 12 persone a cui dovrebbero aver fatto riferimento i due fratelli e che potrebbe avere programmato anche altri attentati.

L’ipotesi del collegamento dei due fratelli con una struttura organizzata è confermata anche dal numero di armi ed esplosivo rinvenuti a casa degli attentatori, cittadini naturalizzati americani che però non potevano acquistare legalmente armi. Tamerlan il maggiore dei due ucciso durante lo scontro a fuoco con l’FBI, aveva qualche precedente penale che gli impediva di ottenere il permesso di acquisto e detenzione, Dzhokhar, invece, non aveva ancora compiuto i 21 anni, età minima per poter acquistare un fucile od una pistola.

Negli inquirenti statunitensi si consolida, quindi, sempre di più la certezza che i due potessero fare riferimento ad una struttura eversiva che li abbia addestrati e sostenuti logisticamente, programmata per entrare in azione “su ordine” con procedure pianificate. Vari i motivi fra cui uno in particolare.  Il tentativo dei due caucasici, subito l’attentato sul luogo della maratona,  di entrare nel  Massachusetts Institute of Technology (MIT) dopo aver ucciso una guardia giurata. Un atto inspiegabile per due terroristici che fuggivano dal sito di un primo attentato se non motivato dal fatto che probabilmente stavano cercando di colpire un altro obiettivo di una serie loro assegnata.

Mentre negli USA si continua ad indagare ieri,  in Canada,  la polizia ha arrestato Chiheb Esseghair e Raed Jaser accusandoli di pianificare un attentato alla ferroviaria che da Toronto arriva a New York e sospettati di operare “per conto o in associazione con un gruppo terroristico. 

Sembra che non ci siano legami con gli accadimenti di Boston ma il fatto che la Polizia canadese abbia operato in stretto collegamento con l’intelligence USA lascia pensare altro. Peraltro fonti ufficiali dei due Paesi hanno informato che gli arrestati in Ontario e nel Quebec erano da tempo sotto “monitoraggio” e stavano preparando un grande attacco terroristico con obiettivo le linee ferroviarie canadesi ed erano sospettati di essere supportati da cellule di Al Qaeda collegate con una struttura operante in Iran.

Un complotto sventato in stretta successione ai fatti di Boston e che ricorda molto il fallito attentato a Toronto nell’estate del 2006 quando furono arrestate 18 persone imputate di pianificare e progettare attacchi alla Peace Tower sulla collina del Parlamento ed alla borsa di Toronto, nonché alla vita del Primo Ministro ed altri politici canadesi.

Due episodi, l’attentato riuscito a Boston e quello sventato in Canada,  che non sarebbero collegati fra loro ma che confermano la presenza di cellule terroristiche sparse nel mondo, motivate da analoghe ideologie e fanatismo religioso ed unite da un network silente ma pronto ad attivarsi.

 I terroristi fermati in Canada erano in procinto di rendere operativa una delle principali direttive di Osama Bin Laden riportata in uno documento fra i vari rinvenuti ad Abbottabad: “colpire le linee ferroviarie in qualsiasi modo …..” . Una disposizione già applicata a Madrid e nella metropolitana di Londra e che si somma a quelle più generiche impartite nel tempo da Osama: colpire l’America e l’Occidente con atti eclatanti diretti contro la popolazione, come quanto avvenuto a Boston.

Una conferma che il network del terrorismo è ancora attivo e strutturato in modo tale da attivare le cellule dormienti sparse nel mondo anche solo con semplici ed anonimi messaggi di carattere generale diramati sul Web. Piccole unità collegate fra loro e gestite da una struttura gerarchico funzionale con al vertice  “dirigenti” della vecchia nomenclatura jihadista, molti dei quali rifugiati proprio in Iran dove vivono ed operano in strutture protette, collegati ad altri esponenti presenti in Medio Oriente e nell’Africa Subsahariana.

Nuclei continuamente rinforzati anche attraverso i flussi di clandestini apparentemente in fuga da zone di guerra e da combattenti della jihad in corso che vede protagonisti i sunniti contro gli sciiti appoggiati da Teheran. Mujaheddin protagonisti nelle stragi in Iraq, nella lotta contro i ribelli in Siria, nelle faide delle Aree Tribali pakistane, in Malì, in Somalia da parte degli Al Shebab, in Libia per mano delle cellule di Al Qaida da tempo consolidate nelle alture della Cirenaica. “Fratelli” degli eredi  di Al Qaeda come i movimenti salafiti in Nord Africa ed in  Medio Oriente impegnati a diffondere ed imporre l’islamismo radicale.

Estremisti come i Boko Haram che significa testualmente  “l’educazione occidentale è peccato”,  che operano nelle regioni nord-orientali della Nigeria, dominate dall’etnia Hausa a maggioranza musulmana impegnati quotidianamente in stragi contro le comunità cristiane locali.

Una presenza integrata dal radicalismo islamico europeo con protagonisti bosniaci o ceceni cittadini del nuovo Stato fondato il 31 ottobre del 2006 da Dokka Abu Usman.  “L’Emirato del Caucaso”, entità virtuale con  l’obiettivo di raggruppare tutta la regione del Caucaso settentrionale in un unico stato musulmano, ricorrendo all’uso della forza nell’assoluto rispetto dell’Islam più radicale.

Gente preparata alla guerriglia ed all’eversione terroristica basata sull’attentato, pronti ad essere “imprestati” alle cellule dormienti già consolidate in Occidente per essere usati in operazioni contro il comune nemico della jihad islamica, gli Stati Uniti d’America.

Minaccia costante, difficile da individuare e motivo di pressante e costante ricatto all’Occidente ed alla sicurezza internazionale, rappresentata da piccole unità di quaedisti in possesso, però, di elevato valore intrinseco, qualora utilizzati in “baratti” fra Islam radicale ed occidente. 

23 aprile 2013, 13,00

sabato 20 aprile 2013

Una nuova minaccia, il terrorismo casalingo

Il 7 luglio del 2005 il primo attentato “fai da te” dopo il devastante attacco terroristico dell’11 settembre 2001 a New York e quello dell’11 marzo 2004  a Madrid.
 A Londra protagonisti islamici di terza generazione. Un segnale importantissimo che indicava l’esistenza di una potenziale minaccia di cittadini occidentali se con lontane origini islamiche, pronti ad agire come “lupi solitari” dietro la spinta propagandistica dell’estremismo religioso. Azione oggi semplice, garantita dalla tecnologia del  mondo del Web, in grado di esercitare una pressione psicologica costante nei confronti di soggetti che convivono con situazioni estreme di disagio.
 A Londra, infatti, hanno agito terroristi non infiltrati per seminare terrore, ma  cittadini dello Stato obiettivo dell’azione eversiva.
 A luglio nel 2005 è nato un nuovo pericolo terroristico destinato ad essere confermato da eventi successivi. Il fallito attentato a Times Square a New York nel maggio 2010 pensato da Faisal Shahzad, pakistano naturalizzato americano   residente negli USA. Il successivo tentativo di far esplodere in volo un aereo della Delta Northwest Airline da parte di  Abdul Farouk Abdulmutallab, un nigeriano di 23 anni, preceduto della strage nella caserma di Fort Hood per opera di Nidal Hasan, ufficiale musulmano statunitense. Faisal interrogato dalla FBI  ammise di essere stato addestrato in Pakistan nella regione del Wariristan a costruire “Improvised Device Explosive” (IED) nel più assoluto rispetto delle tradizioni dell’intransigenza islamica.
Il 16 aprile 2013 l’attentato a Boston ripropone la nuova minaccia. Gli autori i due fratelli Tsarnaev, di origine cecena. Dzhokhar Tsarnaev, 19 anni, è stato catturato ed il fratello Tamerlan, 26 anni, morto dopo uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine statunitensi.
Ragazzi arrivati negli Stati Uniti quasi in coincidenza dei fatti di Londra, assolutamente insospettabili, fuggiti dalla guerra civile cecena dopo aver vissuto in Kazakhstan. Mussulmani praticanti,  come ha confermato il padre  dal Dagestan, Repubblica caucasica della  Federazione Russa.
 L’attentato è stato compiuto con mezzi “artigianali”, due pentole a pressione imbottite di esplosivo non eccessivamente potente ed assemblate con tecniche consolidate e comuni agli elementi eversivi che vivono nelle enclavi terroristiche dell’Afghanistan, nei Balcani in Bosnia ed in Kosovo, in Iraq ed in Corno d’Africa.
  A seguire gli eventi di Boston  lettere contaminate con ricina, un potente veleno di origine naturale tra i più pericolosi, sostanza che non è di libera vendita né di facile reperimento, seguite da pacchi sospetti individuati in due edifici del Congresso, l'Hart e il Russell Buildings del Senato. Un copione che ha già caratterizzato gli eventi post 11 settembre con i plichi  all’antrace spediti a vari esponenti del Congresso Statunitense. Si ripropone, quindi, un “homegrown terrorism”, ossia un terrorismo nato in casa,  con protagonisti  ideatori ed esecutori cresciuti in realtà sociali non condivise e coinvolti da un disagio sociale religiosi fondamentalisti. Giovani considerati gente normale, spesso studenti modello, accumunati tra loro dall’interpretazione radicale delle regole religiose.
 Gli attentatori del 2005 a Londra figli di immigrati pakistani ed assidui frequentatori delle moschee più radicali.   Tamerlan, uno dei due fratelli ceceni coinvolti nell’attentato di Boston, autore di un filmato pubblicato su Youtube intitolato “terroristi”, accompagnato da una colonna sonora inneggiante ad Allah. Non fondamentalisti arabi ma  mussulmani europei estremisti. Gli attentatori di Londra nati in Gran Bretagna da genitori pakistani, i fratelli Tsarnaev nati in Cecenia, islamici europei.
 Membri di una nuova matrice terroristica difficile da prevedere e sfuggente all’attenzione investigativa di chi è “professionalmente” concentrato a controllare solo il marocchino, l’algerino o il tunisino.
 Se le ipotesi della FBI venissero confermate la nuova minaccia è rappresentata da “schegge impazzite”  che potrebbero agire di iniziativa per affermare il “proprio io” attraverso atti eclatanti per cancellare la frustrazione indotta in loro dalla costrizione di dover vivere in società in cui non si riconoscono.
 Piccoli gruppi su tre o quattro persone al massimo o singoli individui non collegati al network internazionale di Al Qaeda, ma che agirebbero in modo autonomo.  Cellule che potrebbero essere collegate a forme di terrorismo interno indotte da estremismi di natura politica catalizzati dall’attuale recessione economica.
 Facili prede della propaganda del fondamentalismo religioso sempre di più riconducile all’iniziativa di formazioni islamiche radicali residenti fuori del mondo mussulmano tradizionale. Primi fra tutti i wahhabiti residenti in Bosnia Herzegovina dove sono rimasti moltissimi jihadisti alla fine della guerra e che oggi ospita numerose madrasse disseminate nel Paese che propongono l’Islam più intollerante, tutte finanziate dall’Iran.
 Forze che esercitano una forte pressione propagandistica attraverso il Web, come Bilal Hussein Bosnic, leader del movimento wahhabita in Bosnia Herzegovina che in questi giorni pubblica su Yu Tube “Abbiamo bisogno di mobilitare tutti, dovremmo stare tutti in difesa dell’Islam, ciascuno secondo le proprie responsabilità.  Dichiarazioni alle quali si sovrappongono le parole di un altro leader dei Wahhabiti quando afferma “Dobbiamo amare chi ama Allah ed odiare chi lo odia. ….. odiare gli infedeli anche coloro che sono i nostri vicini di casa ………”.
 Una realtà quella del fondamentalismo islamico in Bosnia in crescita da anni e che gli USA hanno sempre sottovalutato,  nonostante che quasi tutta l’Intelligence occidentale indichi la Bosnia come terreno fertile per il reclutamento di estremisti islamici.
20 aprile 2013, 16,00 



martedì 16 aprile 2013

La vicenda dei due marò si complica


Il 21 marzo Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono stati fatti rientrare in India. Una decisione improvvisa, inaspettata, che a colto tutti di sorpresa considerando che pochi giorni prima, l’11 marzo il Sottosegretario agli Esteri De Mistura, oggi vice Ministro,  aveva assicurato per il tramite dell’Agenzia stampa AGI “La decisione di non far rientrare i maro’ in India “e’ stata presa in coordinamento stretto con il presidente del Consiglio Mario Monti e d’accordo tutti i ministri” coinvolti nella vicenda, “Esteri, Difesa e Giustizia”. Aggiunge che “siamo tutti nella stessa posizione, in maniera coesa e con il coordinamento di Monti”. 

Una decisione che ha portato l’Ambasciatore Terzi, allora Ministro degli Esteri, a dimettersi il 26 marzo palesando il suo dissenso su quanto stabilito dall’Esecutivo.  Una decisione criticata con fermezza il giorno dopo dal Presidente del Consiglio che ha riferito sulla vicenda nella stessa aula istituzionale, perché inaspettata e perché ufficializzata in modo inusuale.

Il Premier, però, nello stesso momento non ha chiarito  nulla sui contenuti delle affermazioni dell’11 marzo del Sottosegretario De Mistura, “siamo tutti nella stessa posizione, in maniera coesa e con il coordinamento di Monti” e si è solo  limitato a rassicurare che l’India si era impegnata a non applicare la pena di morte nei confronti dei due militari.

Un’assicurazione formalizzata, come traspare nei giorni successivi dall’addetto d’Affari indiano a Roma e non confermata dal Premier indiano Singh che in occasione di un contatto telefonico con il Presidente Monti del 9 aprile afferma  "……sarebbe prematuro esprimere un parere su aspetti specifici” (http://www.dnaindia.com/india/1820653/report-italian-pm-calls-up-manmohan-singh-discusses-marines-issue).

Oggi si doveva riunire l’Alta Corte indiana per sancire, tra l’altro, la costituzione del Tribunale Ufficiale deputato a giudicare i due Marò, ma nulla di tutto ciò avviene e tutto è rimandato a lunedì prossimo 22 aprile. E’ ripresa l’altalena dei rinvii dei Tribunali indiani che ha caratterizzato questi ultimi 14 mesi.

Oggi anche un’altra notizia a mio avviso preoccupante. La Reuters da Delhi informa che l’Italia si è opposta al fatto che l’India voglia affidare le indagini ad un’agenzia antiterrorismo per “i rinnovati timori che i militari italiani rischino la pena di morte”! Decisione quella indiana confermata dal procuratore generale G.E. Vahanvati che ha comunicato  che il governo ha assegnato il caso all'Agenzia indagini nazionale (Nia) antiterrorismo perché l'Ufficio centrale di indagine (Cbi) è oberato di lavoro.
Inoltre, Vahanvati ha detto che il governo ha istituito un tribunale speciale per processare Latorre e Girone ed ha aggiunto che il Nia completerebbe le indagini in 60 giorni. E’ stato, però, ambiguo sulle leggi in base alle quali i due italiani sarebbero incriminati e quindi sulle conseguenti pene.
Credo che a questo punto la Presidenza del Consiglio ed il Ministero degli Esteri siano moralmente  e formalmente in obbligo di fornire chiarimenti inequivocabili su quello che sta accadendo, sul perché ancora non è stato avviato l’arbitrato internazionale e di informare i cittadini italiani sulla  reale concretezza delle promesse indiane di non applicare la pena capitale.
Infatti,  le assicurazioni fino ad ora date a tale riguardo, sono contraddette da quanto riportato dalla stampa indiana il 9 aprile ed oggi dalla Reuters.
Peraltro l’Italia stessa,  come riportato dall’Agenzia,  si sta opponendo alle  decisioni indiane sull’affidamento alla NIA delle indagini per “rinnovati timori che i militari rischiano la pena di morte”.
Di chi siano questi timori non è dato saperlo,  ma non possiamo rimanere nel vago per una questione di fondamentale importanza. Credo che abbiamo il diritto di capire se e per la terza volta non sia stato rispettato quanto prescritto dalla Costituzione italiana in materia di estradizione.
Non reputo accettabile  che in uno Stato di Diritto ed in una democrazia evoluta siano  negate informazioni importanti e sia oscurato il diritto di conoscere con certezza.
Credo che se l’Italia per non sconfessare la parola data ha permesso che due cittadini italiani tornassero in un Paese che indebitamente si è appropriato del diritto di giudicarli, anche l’India dovrebbe dare ampia assicurazione su ciò che è “stato formalizzato” al Vice Ministro De Mistura il 21 marzo, garantendo qualcosa della massima importanza come la non applicabilità della pena capitale.
Lo Stato italiano dove pretendere che questo avvenga subito, con trasparenza e con la stessa fermezza con cui l’India ha obbligato l’Italia a rispettare “La parola data”.  
Roma 16  aprile 2012, ore 15,45

domenica 14 aprile 2013

In Siria incombe la minaccia delle armi chimiche


Secondo gli attivisti dei comitati locali anti-regime, Lcc, le forze del presidente siriano, Bashar Al Assad hanno utilizzato armi chimiche in prossimità di piazza Abbasidi a Damasco e nel sobborgo di Jawbar. Il bilancio, secondo gli insorti, è di "almeno un morto e 30 feriti documentati".

Una notizia preoccupante ma da valutare con molta cautela. E’ poco probabile, infatti,  infatti che utilizzando armi chimiche non meglio definite si provochino solo 1 morto e trenta feriti.

Ciò non esclude, però, che Assad disponga di armi chimiche stoccate in due o tre siti a ridosso del confine con il Libano e sotto la protezione degli amici Hezbollah, fidati alleati del comune amico iraniano.  Depositi che le forze armate siriane hanno iniziato a spostare dall’inizio dell’estate dimostrando di non voler rinunciare al proprio arsenale non convenzionale. Una  decisione che potrebbe preannunciare un’escalation incontrollata del conflitto.

Le riserve siriane non dichiarate di gas nervini ed iprite hanno da tempo impensierito le Nazioni Unite e molti dei Paesi della Regione mediorientale per un duplice motivo. Il primo quello che il regime possa utilizzare queste armi contro l’inerme popolazione civile provocando stragi di massa ed inquinamento rilevante del territorio. Il secondo perché gruppi terroristici emergenti od appartenenti ad Al Qaeda, sicuramente già infiltrati fra i ribelli, possano impossessarsene per realizzare “bombe sporche”.

Il governo siriano nega di aver spostato le sue riserve di armi chimiche, e di fatto ha ammesso la loro esistenza non avendo peraltro la Siria mai firmato la convenzione internazionale del 1992 che rende illegale la produzione, la conservazione e l'uso di armi di questo tipo.

Peraltro un industriale di Aleppo rifugiato in Libano, tale Mohammad Sabbagh ha rilasciato una dichiarazione al Time in cui ammette di aver in tempi passati venduto al regime di Assad materie prime per la realizzazione di aggressivi chimici letali. Aggiunge anche che l’impianto di sua proprietà per la realizzazione di cloro gassoso destinato alla potabilizzazione delle acque è caduto pressoché integro nelle mani di Jabhat al-Nusra, il gruppo di fondamentalisti islamici che combatte a fianco dei ribelli e collegato ad Al Qaeda.

L’utilizzo di armi chimiche da parte dei governativi è anche confermato, sempre per quanto  riferito da “The Time”,  da analisi fatte in Inghilterra su campioni di terreno prelevati a Damasco da Truppe Speciali britanniche e dalla scoperta il 19 marzo u.s. nella zona di Aleppo di 30 vittime probabilmente uccise da gas nervino.

Sicuramente ormai in Siria la spirale di violenza è fuori controllo. Il regime è alla corda ed in procinto di essere abbandonato anche dagli alleati più fedeli come Russia e Cina, per cui in un improvviso colpo di coda potrebbe utilizzare su larga scala l’arma chimica alla stessa stregua di quanto fece Saddam Hussein in Kurdistan quando durante la guerra Iraq - Iran il 16 marzo 1988 nella città di Halabja.  

Minaccia incombente che potrebbe spingere l’ONU ad accelerare l’invio di caschi blu in Siria come dichiarato ad un giornale libanese “Al Safir” da Lakhdar Brahimi, inviato speciale in Siria delle Nazioni Unite e della Lega Araba. Parole che sigillano le sue dimissioni previste per il prossimo 18 aprile, dopo non essere riuscito ad ottenere i risultati previsti dal mandato ricevuto.


Roma 14 aprile 2013 - ore 18,00

 

giovedì 11 aprile 2013

L’india esclude la pena capitale per i due Marò italiani. Ne siamo proprio certi ?


Fonti Istituzionali, Vice Ministri ed addirittura garanzie attribuire al Presidente del Consiglio da fonti di stampa ufficiali italiane come la Televisione di Stato, hanno in questi giorni più volte assicurato che l’India non applicherà la pena di morte qualora i due Fucilieri di Marina fossero  condannati.
 
Invece, altre notizie riportate dalla stampa estera indiana ed oggi anche confermate da quotidiani e settimanali italiani  inducono qualche perplessità sulla certezza riferita dagli organi istituzionali.

Ripercorriamo insieme questi eventi comunicativi per capire se i nostri militari non corrono alcun rischio di pena capitale  o se invece  ci sia l’eventualità che l’Italia abbia consegnato – disattendendo precisi articoli della Costituzione - due cittadini italiani ad un Paese terzo che attribuisce loro un’ipotesi di reato per cui potrebbe essere prevista la pena di morte.

La notizia più recente e non smentita a livello Istituzionale,  ci dice che il 9 aprile u.s. il Presidente Monti abbia avuto un colloquio telefonico con il Primo Ministro indiano Singh ed abbia avuto conferma che per reati del tipo di quello  attribuito ai due Marò, l’India non ha mai applicato la pena di morte.

The Hindu ci informa invece che "Il primo ministro Singh ha anche detto che, alla luce delle indagini in corso, sarebbe prematuro esprimere un parere su aspetti specifici” e non dà nulla di certo sulle garanzie date dal Governo indiano che, peraltro, come più volte giustamente ribadito non ha influenza sul potere Giudiziario. (http://www.dnaindia.com/india/1820653/report-italian-pm-calls-up-manmohan-singh-discusses-marines-issue).

Di fatto, quindi, viene ribadita una precisazione più volte ripetuta dal Ministro della Giustizia indiano e che in qualche modo dovrebbe aver attirato l’attenzione del Premier italiano nel momento che un autorevole giornale come l’Hindustan Times ieri ha titolato la notizia della telefonata con “Concerned Italian PM calls up Singh”, che non è azzardato rendere in italiano con un “Interessato (Preoccupato ?) PM Monti chiama di nuovo Singh”.

Notizie che si sovrappongono a quelle  riferite il 21 marzo quando l’Esecutivo ha deciso di far rientrare in India i due Marò. Fra tutte la più importante e tranquillizzante quella dell’allora Sottosegretario De Mistura nominato dal Premier Monti inviato speciale per l’India e successivamente promosso al rango di Vice Ministro, che rassicurava di aver ricevuto una garanzia scritta dall’India sulla non applicazione della pena di morte nei confronti dei due militari italiani.

De Mistura faceva riferimento ad un documento ufficiale indiano , forse una nota verbale come si è soliti dire in diplomazia, comunque mai portata a conoscenza né del Parlamento né di italiani che ne hanno fatto specifica richiesta, che, secondo quanto oggi pubblicato dal settimanale  Panorama, è  solo una specie di dichiarazione sottoscritta dall’incaricato di affari indiano in Italia, tale Ravi Shankar.

 Non dunque un impegno sottoscritto da un pari rango di Delhi, piuttosto una comunicazione di  un rappresentante diplomatico in servizio presso l’Ambasciata indiana a Roma che forse ha suggerito la telefonata a Singh di un “Concerned Italian PM”.

Uno scritto che, inoltre, sempre  come riportato dal settimanale italiano, contiene una promessa in inglese sicuramente non concretamente impegnativa e tantomeno rassicurante. E’ infatti scritto “According to well settled Indian jurisprudence ths case wouldn’t fall in the category of matter wich attrach the dealth penality, that is to say the rarest  of rare cases”. 

In sintesi, quindi, l’addetto d’affari chiarisce che il caso dei Marò non ricadrebbe nella fattispecie di quelli che in India vengono giudicati con la pena di morte, ma non garantisce le decisioni del costituendo monocratico Tribunale Speciale indiano. Una Corte di Giustizia che per quanto noto dovrebbe decidere in base ai riscontri investigativi che sta raccogliendo l’Agenzia antiterroristica indiana, la NIA, che potrebbero proporre le ipotesi di reato finora contestate in maniera diversa e difforme da quelle che hanno portato gli indiani a sottoscrivere “……in the category of matter wich attrach the dealth penality, that is to say the rarest  of rare cases ….”. Sarebbe sufficiente infatti che venisse a mancare l’aggettivazione “raro”.

Il Senatore Monti, forse, avrebbe ragione di essere “Worried” più che  “Concerned”.

Roma 11 aprile 2013 – ore 11.30